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Crans Montana, più di 30mila cm quadrati di pelle per i ragazzi ustionati. “La loro Olimpiade comincia ora”

di Redazione
31 Gennaio 2026
in Italia & Mondo
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(Adnkronos) – E’ passato un mese dall’incendio di Capodanno al locale ‘Le Constellation’ di Crans-Montana, in Svizzera. Negli occhi ancora le immagini della tragedia che ha coinvolto ragazzi giovanissimi, tra cui gli italiani feriti, trasportati nei giorni successivi all’ospedale Niguarda di Milano per affrontare la prima difficile fase: una lotta per la vita, per gran parte di loro (uno dei pazienti è stato sottoposto anche a trattamento Ecmo, la macchina ‘riposa-polmoni’, al Policlinico di Milano). Adesso che i giorni dell’emergenza più acuta sono quasi alle spalle, c’è spazio per un bilancio positivo: “I primi momenti sono stati molto complessi. La preoccupazione di tutti all’inizio era proprio giorno per giorno, ora per ora, i tempi erano contingentati, si doveva garantire la sopravvivenza e la stabilizzazione” dei feriti, che nel momento di massima presenza hanno raggiunto quota 12. “Ora stiamo entrando in una fase più tranquilla da un punto di vista chirurgico, dove gli aspetti da trattare sono funzionali ed estetici, che sono altrettanto importanti”. A regalare tempo prezioso e fare da ‘ponte’ fra queste due fasi è stato un elemento: la pelle donata e custodita in una biobanca del Niguarda, spiega all’Adnkronos Salute Giovanni Sesana, responsabile Banca dei tessuti e terapia tissutale della struttura sanitaria meneghina.  

“Nei primissimi giorni, che sono stati i più importanti e intensi, abbiamo impiegato circa 15mila centimetri quadrati di cute e poi ne è servita altra a distanza, non più con picchi così alti. Fra tutti i pazienti” ad oggi “siamo sui 30-35mila centimetri quadrati di cute utilizzata per tutte le varie fasi”, riepiloga l’esperto. “Siamo tutti molto contenti, perché questi ragazzi stanno uscendo dalla fase acuta, anche se siamo consapevoli che avranno ancora una bella battaglia. Le loro Olimpiadi iniziano adesso e, se le affronteranno così come hanno risposto finora le vincono, pur se ci sarà da lottare parecchio”, dice Sesana. E c’è emozione nelle sue parole nel ricordare “la bella risposta da parte di tutto il sistema sanitario e di tutto il Niguarda per questi ragazzi. L’ospedale si è mosso anche per far sì che non fossero soli, è stato attento al fatto di trasferirli insieme, e lasciarli sempre insieme e questo – il fatto di potersi vedere l’un l’altro, pur sofferenti – spero e credo abbia aiutato”.  

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Per la banca dei tessuti, continua Sesana, “la risposta immediata è stata facile, perché abbiamo potuto disporre di una buona quantità di cute come nostra riserva, grazie proprio al fatto che l’anno scorso abbiamo avuto 125 donazioni, cioè 125 persone che, in maniera gratuita, hanno detto sì” a questo gesto solidale post mortem, “senza sapere a cosa sarebbe servita, e noi siamo riusciti a mettere in banca la cute che poi si è rivelata un salvavita per i ragazzi di Crans. Io lo dico sempre: è un dono veramente importante. E in questo caso è stato utilizzato in maniera inaspettata, perché nessuno poteva prevedere un evento di questo genere. Nella tragedia che ha rappresentato Crans, è stato molto bello vedere che il dono di tante persone ha permesso poi a distanza di tempo un intervento così importante nei confronti di ragazzi così giovani, che sono il nostro futuro”.  

E’ proprio perché il senso di tutto questo ritorni alle famiglie dei donatori che il network del Centro regionale trapianti scrive poi delle lettere di ringraziamento. “E’ un grazie importante a coloro che hanno donato”, riflette Sesana. Quei centimetri di pelle sono cruciali, ripete l’esperto. “La cute, fra tutti i tessuti, è l’unico salvavita, nel senso che in momenti come questo, immediatamente posteriori a delle ustioni di grandissima quantità di superficie corporea, permette la sopravvivenza dei pazienti. Il primo grazie lo si deve agli specialisti che sono intervenuti, quindi alla rianimazione da una parte e alla chirurgia plastica dall’altra”. E, “insieme alla bravura dei rianimatori e dei chirurghi plastici, la cute è il materiale che ha permesso la sopravvivenza dei pazienti in quei primi giorni”. 

Cute che “viene usata nei primi giorni in grande quantità e rimane come copertura per 10-14 giorni. Poi, il passaggio successivo è che può essere necessario un altro utilizzo” di questi tessuti donati, “oppure si va verso altre soluzioni più chirurgiche, fino – più avanti nel tempo – agli interventi definitivi per i quali si ricorre anche all’autotrapianto, cioè si preleva la cute dello stesso paziente per andare a rimodellare delle parti”, prosegue lo specialista. “Un po’ di risultati belli ci sono già, alcuni pazienti sono usciti dalla fase più acuta e c’è chi è già andato in riabilitazione. Nei prossimi mesi si affronteranno gli aspetti funzionali ed estetici” con gli esperti della chirurgia plastica. “Noi con la cute donata serviamo invece proprio nella fase dell’emergenza”, in cui la pelle da sostituire “è tanta. La cute donata ha due grosse capacità – spiega Sesana – protegge dalle eventuali infezioni, dà una copertura. Ma è anche uno stimolo alla ricrescita degli strati più profondi, cioè la cute manda proprio dei messaggi, per cui l’organismo sa che è coperto e quindi inizia a riprodurre dal profondo tutte le cellule che poi ricrescono piano piano”.  

Adesso, continua il medico, “c’è ancora un po’ di preoccupazione per qualche paziente dal punto di vista respiratorio. Ci sono stati i primi giorni difficili, in cui la rianimazione ha fatto dei salti enormi, ottenendo dei buoni risultati”. Per i chirurghi plastici si è trattato di “vedere quanta cute doveva essere tolta e quanta poteva essere lasciata perché potesse essere ricostruita. Quindi la prima fase è proprio quella della pulizia e della demolizione chirurgica, della stabilizzazione per far sì che il paziente possa essere trasportato in sala operatoria per subire degli interventi che possono essere anche molto lunghi. Adesso inizierà una parte del percorso meno concitata e più serena dal punto di vista chirurgico. Il fatto che i pazienti fossero ragazzi – giovani e senza patologie, se non questo evento traumatico – dal punto di vista clinico ha fatto la differenza, nonostante la preoccupazione legata alla giovane età” per gli aspetti psicologici e di resilienza. 

Di questa esperienza, conclude Sesana, “porto con me la consapevolezza dell’importanza di un progetto che la Regione Lombardia porta avanti da tempo, quello di una Banca unica regionale qui al Niguarda. Vuol dire avere una banca con tutti i tessuti, all’interno di un ospedale dove ci sono dei professionisti che li usano. Noi con i chirurghi plastici lavoriamo insieme tutti i giorni, sanno che cosa possiamo dare loro e noi sappiamo di cosa loro hanno bisogno. Anche in questo evento la vicinanza è stata perfetta”. E poi “c’è l’aspetto più personale, sul fatto che qualcosa di positivo nonostante la tragedia resta, in un sistema che ha funzionato bene. Nella risposta si è vista la competenza clinica, ma anche l’affetto del sistema sanitario nei confronti dei pazienti. La migliore risposta possibile che potevamo dare” e che include anche il dono, “quelle belle azioni fatte dai cittadini. Quando è successo l’evento di Crans avevamo in banca fra i 50 e i 55mila centimetri quadrati di cute, poi sono scesi e adesso li stiamo recuperando, stiamo tornando ad avere una scorta come prima, perché le donazioni continuano”. Nell’immediatezza dell’emergenza, però, “avevamo pronti anche dei contatti con le altre banche italiane per poter ricevere cute. Ce l’abbiamo fatta da soli, però il sistema rete era lì, pronto a darci una mano”. 

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