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Racconti: “Grazie Colonnello”

di Carlo Dore jr.
21 Aprile 2020
in Calcio, Libri
🕓 6 MINUTI DI LETTURA
53 2
A.C. Milan - Inter, derby di ritorno del campionato di Serie A 1969-70 l'interista Sandro Mazzola (sx) e il milanista Giovanni Trapattoni (dx) si contendono la palla

A.C. Milan - Inter, derby di ritorno del campionato di Serie A 1969-70 l'interista Sandro Mazzola (sx) e il milanista Giovanni Trapattoni (dx) si contendono la palla

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“Non sarai mai come tuo padre”

Quante volte Sandrino si era sentito rimbalzare in testa quella frase, mentre triangolava contro i muri dell’oratorio di San Lorenzo: appoggio, scatto, tiro sulla corsa.

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“Non sarai mai come tuo padre”.

Cosa ci può essere di peggio che crescere senza un padre? Crescere nel mito di un padre irraggiungibile: così grande da essere il Capitano della squadra più forte di sempre; così eterno che il Cielo se lo era ripreso, insieme a quella squadra di fenomeni. Se lo era ripreso in una notte senza stelle, se lo era ripreso nelle tenebre sopra Superga.

Sandrino guardava il Cielo, quando voleva rivedere suo padre. E ricordarsi del Filadelfia e dei rigori che tirava a Bagigalupo alla fine di ogni allenamento, e di quando suo padre gli aveva raccontato della partita tra il suo Torino e gli ungheresi destinati a diventare la squadra d’oro. E del loro numero dieci, a cui suo padre aveva stretto la mano: quel dieci, il solo per cui suo padre, il più grande di tutti, sembrava provare un’ombra di soggezione.

Quel dieci: Ferenc Puskas.

Quel dieci: il Colonnello. La palla sempre incollata al piede; il baricentro attaccato a terra; il dribbling secco; il sinistro che tuonava come un colpo di cannone.

Chissà dov’è ora, il Colonnello: si chiedeva Sandrino. Dicono che abbia lasciato l’Ungheria per vivere una vita normale fuori dal ferro della Cortina, dopo che i tedeschi di Rahn e Fritz Walter avevano infranto il sogno della sua squadra d’oro di salire sul tetto del Mondo, beffandola in una finale che davvero meritava di vincere. Dicono che ormai i muscoli abbiano ceduto alla massa grassa, dicono che tiri giusto qualche calcio, sui campetti della Riviera.

Ma dicono anche che Santiago Bernabeu stesse lavorando a un sogno: quello di mettere il Colonnello al centro della più grande delantera mai vista su un campo di calcio. Pazienza per i chili di troppo, Colonnello: vieni a Madrid, vieni a costruire il mio sogno. Vieni a giocare al fianco della Saeta Rubia. Di Stefano, la stella di quella squadra, che guardava Puskas con un velo di sufficienza: che ce ne facciamo, del Gordo? Di Stefano, che più di ogni altro del Colonnello celebrerà la grandezza: chi non lo ha visto giocare, non sa cosa si è perso.

Titoli su titoli, gol su gol. Centinaia di gol, ai quali Sandrino non riusciva a non pensare, mentre cresceva guardando il cielo, nella speranza di diventare un calciatore. Non sarò mai come mio padre, ma va bene così.

Ma Sandrino credeva nelle favole, e in ogni favola che si rispetti arriva un mago: e questo mago è argentino, ha i capelli neri, le idee chiare e le parole taglienti come coltelli. Moratti lo ha strappato al Barcellona, per portare la sua Inter tra le nobili d’Europa. Non abbiamo la delantera del Real, ma ci proviamo.

Il mago vede quel ragazzino che guarda il cielo, e gli dice: “anche tuo padre ti guarda. E aspetta che tu diventi come lui”. La magia inizia a compiersi, quella squadra inizia a vincere, il ragazzino inizia a segnare. Non come suo padre, venti metri più avanti; non come suo padre, ma quasi.

Arriva lo scudetto, arriva l’Europa, arriva la finale di Coppa dei Campioni. Si va a Vienna in una notte di pioggia, ma lì ci dobbiamo fermare. Perché c’è il Real, perché c’è la delantera, perché c’è Di Stefano. Perché c’è il Colonnello.

Eppure il mago argentino ha deciso di spendere i suoi numeri a sensazione sulle rive del Danubio. Prende Carlo Tagnin da Alessandria, onesto faticatore del pallone, e gli regala una foto della Saeta Rubia: seguilo, non lo lasciare mai. Tagnin attacca la foto allo specchio, si nutre di quell’immagine, segue Di Stefano in ogni angolo della partita. E quando la Saeta Rubia va verso la panchina a prendere una borraccia, si trova la zazzera bionda di Carlo da Alessandria che lo aspetta sulla linea laterale. “Ma mi segui pure qui?” “Anche al cesso, se serve”.

La magia è compiuta. Ora c’è solo da far sorridere il Cielo.

“Tuo padre ti guarda. Cosa aspetti a diventare come lui?”.

Forse posso essere come mio padre. Per una notte almeno. Sandrino corre, scatta, triangola: come sui muretti dell’oratorio. Facchetti gli porta via un uomo sulla sinistra, lui tiene ferma la caviglia: come faceva il Colonnello. Tracciante di destro all’incrocio dei pali: cosa aspettava? Forse aspettava quella notte, per diventare come lui.

C’è la delantera, c’è Di Stefano che cerca di scollarsi di dosso Carletto da Alessandria, c’è il Colonnello che può mettere in azione il suo sinistro. Ma c’è anche l’oratorio, c’è anche il triangolo: appoggio, scatto, tiro sulla corsa. Sandrino riceve da Suarez, e decide di fare il muro: perché ha visto lo scatto di Aurelione Milani. Appoggio, tiro, gol.

La Delentera infuria ancora, l’area del Mago sembra la Puerta del Sol la notte di Capodanno. Fiammata di Felo, palo di Gento, Capitan Picchi che guida una resistenza senza domani, gli uomini della delantera che marciano verso Sarti. Poi, l’ennesimo rinvio: Pepe Santamaria, che aveva ricevuto dal Caudillo Varela la “cinque” della Celeste, sembra in controllo della palla: Sandrino non può portargliela via, perché sa di non essere come suo padre. O forse sì, perché quella notte vuol far sorridere il cielo: un rimpallo, il vecchio Pepe frana a terra, Sandrino appoggia nella porta di Vicente. La delantera è sconfitta, la magia è il sorriso di Moratti con la Coppa in mano.

Sandrino vaga per il campo stordito: vorrebbe scambiare la sua maglia con Di Stefano, con Gento, con Felo. Poi, una voce alle sue spalle: “Ragazzo! Io, diciassette anni fa, ho giocato contro tuo padre. E tu sei forte come lui”. Uno sguardo, e la camiseta blanca col diez che gli cade tra le mani.

Sandrino ha giusto la forza per dire: “Grazie, Colonnello”, e per alzare gli occhi alle tenebre sopra il Prater, così simili a quelle che avvolgevano Superga. Ma quella notte è diversa, perché le nuvole si sono diradate, per lasciare spazio a un pugno di stelle, e a un quarto di luna simile a un sorriso sottile.

Come se un padre, su in cielo, avesse sentito quel “Grazie, Colonnello”. Come se un padre, tra le stelle, stesse sorridendo a suo figlio, fiero di vederlo diventare grande come lui.

Valentino Mazzola (Cassano d’Adda, 26 gennaio 1919 – Superga, 4 maggio 1949) è stato un calciatore italiano, di ruolo attaccante e centrocampista.
Considerato tra i più grandi numeri 10 della storia del calcio e, secondo alcuni, il miglior calciatore italiano di tutti i tempi, Mazzola fu capitano e simbolo del Grande Torino, la squadra riconosciuta come una delle più forti al mondo nella seconda metà degli anni 1940, con cui vinse cinque scudetti consecutivi e una Coppa Italia, e capitano della Nazionale italiana per un biennio.
Morì all’età di 30 anni nella tragedia di Superga.

Alessandro Mazzola detto Sandro (Torino, 8 novembre 1942) è un dirigente sportivo ed ex calciatore italiano, di ruolo centrocampista e attaccante, campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970 con la nazionale italiana.
Considerato uno dei migliori calciatori italiani di sempre, figlio di Valentino, ha legato il proprio nome a quello dell’Inter, con la quale ha giocato dal 1960 al 1977 collezionando in totale 565 presenze e 158 reti. Con la maglia nerazzurra ha vinto quattro campionati nazionali, ma soprattutto due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Dell’Inter è stato anche capitano per sette stagioni (dal 1970 al 1977) succedendo a Mario Corso.
Nazionale dal 1963 al 1974, ha disputato il vittorioso campionato d’Europa 1968, unico successo dell’Italia nella competizione, e partecipato a tre edizioni del campionato del mondo (Inghilterra 1966, Messico 1970 e Germania Ovest 1974). Celebre fu la rivalità in maglia azzurra con Gianni Rivera, giocatore simbolo del Milan e suo antagonista principale per un posto da titolare, sebbene tra i due intercorresse un rapporto di stima reciproca.

Fonte biografie: Wikipedia, l’enciclopedia libera

Tags: calcioInterMilanraccontiSandro MazzolaSupergaTorinoValentino Mazzola
Carlo Dore jr.

Carlo Dore jr.

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