Bentrovati amici lettori,

per il nostro appuntamento di #ioraccontoaSH vi propongo un racconto dolcissimo che mi ha colpita per la tematica ma anche perché si ispira a un fatto reale.

L’autrice Paola Budassi è nata in provincia di Vercelli. Scrive novelle su riviste femminili e nel 2014 collabora alla realizzazione dell’antologia “Io scelgo” edita da Rediviva, con un racconto sulla violenza alle donne.

Nel 2016 approda al corso di scrittura comica allo Zelig di Milano e collabora con l’attrice Annamaria Chiarito.

Nel 2017 vince il concorso nazionale indetto dall’associazione Clio, aggiudicandosi la pubblicazione del romanzo “Iniziamo Bene” con l’editore Fefè.

Nel 2019 arriva in finale al concorso “Dentro l’amore” indetto da Edizioni Convalle, con la poesia “Blues”

Nel 2019 pubblica il romanzo “Poteva andare peggio” con Edizioni Convalle.

Ho avuto il piacere di incontrarla ad alcuni eventi della mia città ed è così che è nata questa collaborazione; ma quando mi ha inviato questo racconto sono rimasta davvero colpita.

La maggior parte delle persone sanno chi era e cosa ha realizzato la grande Maria Montessori, non tutti sanno però che ha avuto un figlio segreto. Al tempo in cui è vissuta mettere al mondo un figlio senza essere sposata era uno scandalo, è così che nasce “A mio figlio” una lettera immaginaria scritta dalla stessa Maria a quel bambino che ha dovuto abbandonare. La storia ancora oggi non è chiara, ma Paola ha saputo renderla reale e toccante. Leggendola ho provato grande commozione perché mi sono immedesimata in quella mamma che stava rinunciando al suo bimbo appena nato.

Prima di iniziare la lettura vi suggerisco la colonna sonora, la scelta ricade sulla dolcissima Clair de lune di Claude Debussy.

Buona lettura
Aurora Redville

A mio figlio (lettera immaginaria di Maria Montessori)

di Paola Budassi

31 marzo 1898

Ti ho chiamato Mario.

Come me.

Perché da me avrai solo questo nome e poco altro. Non potrò darti l’amore di una madre e tuo padre, che aveva la possibilità di non far soffrire nessuno di noi, ha preferito negarci questa gioia. L’ha negata anche a se stesso.

Ti guardo negli occhi e vedo la luce e il futuro che vedo negli occhi di tutti i miei bambini, quelli che curo, che educo e che, dopo un primo momento di diffidenza, mi vogliono bene.

Quanto è ingannevole il dolore. Ogni volta sembra di arrivare al limite massimo di sopportazione e poi arriva un dolore più grande, in grado di far dimenticare il precedente e spostando la soglia un po’ più in là.

Mia madre mi ha sempre detto che il giorno della mia nascita è stato il più bello della sua vita, che ha potuto finalmente conoscermi per la prima volta.

Si è sbagliata, perché io oggi non ti ho conosciuto, ma ti ho riconosciuto.

Mi ha sempre sostenuta, è stata lei a convincere tuo nonno a lasciarmi andare all’università, a iscrivermi a medicina. Lei è sempre stata il mio perno, il mio lasciapassare quando le perplessità di tuo nonno erano potenziali ostacoli ai miei obiettivi.

Grazie a lei sono diventata medico.

Dichiarava che non potevamo rimanere chiuse in quattro mura a fare da madri e mogli. Magari è per questa sua convinzione che mi ha costretta a rinunciare a te. Ma come può una donna, che sostiene di amare la figlia più della sua vita, vietarle di vivere la gioia più grande? Dov’è finito quel cordone ombelicale che ci univa e mi faceva sentire sicura? Forse di quel prolungamento ne ha solo sentito parlare e negandomi di tenerti con me, l’ha dimostrato.

Era tutto una finzione.

Probabilmente io sono stata la sua rivincita nel mondo.

Ho fatto ciò che avrebbe voluto fare lei, ma poi mi sono rivelata una donna come tutte le altre: fragile e mamma. L’ho delusa e questo non l’ha accettato.

Non ha nemmeno voluto vederti.

Sei così bello e le somigli, perché io somiglio a lei.

Mio padre, invece, si è chiuso in un silenzio dal quale, credo, non uscirà più.

Ti avrei dato il nome di tua nonna se fossi stato una femmina o quello di mio padre se loro ti avessero accolto come la benedizione che sei.

Invece ti ho dato il mio, perché tu appartieni a me.

Oggi, che dovrei essere la donna più felice del mondo provo la sofferenza più grande.

Perché ti scrivo Mario?

Perché scrivendoti ho l’illusione di farti comprendere il motivo di questa scelta che scelta non è, perché scrivendoti mi sembra di alleviare il tormento di queste ore.

Ma sono consapevole che tutto questo non servirà a nulla. Sono una donna di scienza e mi baso prima di tutto sull’osservazione e ciò che vedo non è quello che ho creduto di vedere nella nostra vita. Mi sono illusa, come la più sciocca delle donne dei romanzi rosa che legge tua nonna, che io ho sempre detestato e deriso.

Ho combattuto e ho vinto ma solo perché non sono capace di arrendermi. Tu mi rendi fragile come non mai ed è una strana libertà che non mi sono mai concessa. Mi sono sempre opposta alla figura della donna costretta in casa ad allevare i figli, a ricamare e a ricevere gli ospiti.

Ho aperto la strada alle donne, potranno decidere da sole. Dopo di me saranno molte, sempre di più.

Invece, il tuo piccolo corpo tra le mie braccia, mi fa dubitare di tutto. Davvero uscire nel mondo, fare carriera, è il ruolo della donna? Non sarà che, siccome siamo in grado di un tale miracolo, come lo sei tu, così perfetto in così pochi centimetri, quello sia il nostro dono prezioso? Dare la vita. Non è cosa da poco.

Dalla società, però, non è considerato un dono, ma un dovere. E nella medicina lo studiamo come un processo misterioso e affascinante. Nulla di più.

Ma è tutto, invece, l’ho compreso solo ora.

Cosa dovrei fare io con te, adesso?

Potrei stare qui, seduta, tenendoti stretto e guardandoti per il resto della mia vita. Potrei riuscire a stare immobile ore, giorni.

O, semplicemente, arrendermi all’evidenza che non posso tenerti con me. Che vorrei ma non posso.

O forse potrei, non potendoti garantire nulla per il futuro.

Una donna che ha un figlio fuori dal matrimonio non è accettata. Perderei tutto. Ma in fondo cos’ho ancora da perdere dopo aver perso te?

Mi preoccupo del futuro che io, da sola, senza un lavoro, potrei darti. Non è forse l’amore che trascina il mondo? Saremmo soli, affamati e disperati ma ci saremmo l’uno per l’altra.

Basterebbe?

Se solo avessi più coraggio. Ma è più coraggioso abbandonare un figlio che si desidera per garantirgli un futuro o, invece, lo è tenerlo stretto al cuore senza potergli offrire altro?

Questa non è una delle mie solite battaglie. È una guerra che sento di aver perso.

Lotterò ancora nella mia vita, credo di essere nata per questo, ma insieme a te, ho perso tutto, per sempre.

Ho perso lui, tuo padre, che si è spaventato e in un attimo ha rimpicciolito l’amore immenso che diceva di provare per me, dimenticando le promesse, i sogni di un futuro insieme.

Hai il suo cognome.

Fai in modo di essere ricordato per azioni diverse. Per il coraggio che contraddistingueva i grandi guerrieri, capaci di proteggere al di là di tutto.

Forse un giorno ti racconterò come ci siamo conosciuti (se vorrai). Lui è un medico talmente brillante che farà grandi cose nella medicina. Ma a volte non è necessario essere ricordati per grandi imprese, quando nelle più piccole siamo stati meschini e mediocri.

Per quello che potrò insegnarti, cercherò di trasmetterti il valore dell’amore, della lealtà, del credere talmente tanto in un sogno da dedicarvi tutta la vita.

A nulla servirà quest’emozione che mi fa esplodere il cuore.

Credevo che l’amore fosse altro, o almeno non un sentimento così totalitario e soffocante.

Piangerò per te tutte le mie lacrime e lo farò nei giorni in cui starò lontana da te, riservandoti solo i miei migliori sorrisi per quando ci potremo incontrare.

Non dubitare mai dal mio amore, non dubitarne mai, ti prego, è la mia unica forza.

Sarò la madre che questa società mi consentirà di essere.

Però posso farti una promessa, mio piccolo Mario.

Ti verrò a riprendere.

Diventerò talmente forte e potente che nemmeno la famiglia di tuo padre o la mia potrà ostacolarmi.

Adesso mi manca il coraggio, il dolore è ancora troppo forte e oscura tutto.

Ma com’è possibile che accada una cosa tanto innaturale? Che io le permetta di accadere? Una madre deve stare con suo figlio e il bambino con la madre. Nessuno a questo mondo mi darebbe torto ma, piccolo mio, se uscissi e annunciassi la tua nascita, subito mi si punterebbe il dito contro. Dito che apparterrebbe a quella mano che ha applaudito per i miei successi accademici.

Com’è tutto distorto. La visione delle cose giuste e sbagliate. I valori che non sono altro che paraventi dietro ai quali ci nascondiamo per paura delle nostre opinioni. Molto più comodo uniformarsi, meno faticoso e non rischioso.

Ti abbraccio ancora.

Non posso farne a meno.

Chissà se ne avrai memoria. Chissà se ricorderai almeno il mio profumo o se quando ti abbraccerò, riconoscerai il battito del mio cuore. Per me sarà più facile sapere chi sei, tu non lo potrai sapere, dicono, per la tua felicità.

Non credo più a nessuno.

Sono costretta ad adeguarmi.

Mi vergogno per tutto questo.

Non mi pento di aver amato tuo padre perché mi ha dato te. Mi vergogno perché in fondo spero ancora che qualcosa possa cambiare, che lui tornerà da me, che mi sposerà, che verremo a riprenderti, che vivremo insieme felici e contenti come nelle favole che la mamma mi raccontava da piccola e che vorrei raccontare a te, ogni sera.

Niente di questo accadrà.

Per tuo padre sono un ricordo già sbiadito, una donna in grado di mettersi in luce per le qualità professionali, che mettono in secondo piano le sue capacità. Siamo stati abbandonati perché lui si è sentito in competizione. Perché doveva detenere un primato che, in ogni caso, con il progresso, non rimarrà suo in eterno.

Non ci ha voluti perché io sono più brava di lui o solo perché sono una donna che ha dimostrato di non saper solo attaccare bottoni.

Se potessi tornare indietro?

Non cambierei nulla, non adesso che ti tengo tra le mie braccia.

E tu, Mario, potrai mai perdonare la tua codarda madre?

Capire che i tempi non erano maturi per noi due?

Non ti consegnerò mai questa lettera.

Non la rileggerò mai.

L’ho scritta nella speranza di alleggerire le ombre, ma quelle sono rimaste e si sono posate sui miei vestiti, sulla pelle, sulle ciglia.

Sopravvivrai, anzi, sono certa che vivrai bene. Ne sono sicura, perché porti il nome di tuo padre e lui, all’apparenza, ci tiene parecchio.

Diventerai bambino, ragazzo e poi uomo. Farai le tue scelte.

Spero di poter essere abbastanza presente da aiutarti.

Di me che ne sarà?

Riuscirò ancora a mangiare, a camminare, a respirare dopo che mi sarò allontanata dal tuo profumo?

La vita riprenderà?

La vita mi riprenderà, scacciando questo senso di morte che mi attanaglia?

Un ultimo abbraccio, un ultimo bacio.

Poi dovrò lasciarti.

Ma tornerò presto. Ogni giorno senza di te sarà un’agonia.

Sono venuti a prendermi.

I miei genitori, i tuoi nonni, che si rifiutano di vederti, come se non esistessi, come se io potessi dimenticarmi di te. Sono qui nella speranza che mi sia pentita, che ti consideri un errore ormai rimediato.

Mi dispiace per loro. Non mi hanno ancora conosciuto. Io sono la figlia che non si arrende, quella difficile da capire. Se avessero potuto mi avrebbero abbandonata quando ho annunciato il tuo arrivo. Ma io sono Maria Montessori e loro non possono mettermi alla porta, non adesso, che il mondo mi guarda con curiosità.

Non temere, tornerò presto, molto presto.

Non passerà un giorno senza il pensiero di te, senza una lacrima, senza la voglia di un abbraccio o un bacio.

Vivrò una vita a metà.

Una sarà nella realtà, l’altra nell’illusione di esserti accanto.

Dormi ora.

Chissà se il tempo mi farà dire che è stato meglio così o accrescerà la convinzione di aver fatto la scelta sbagliata, lasciandoti a questi sconosciuti.

La mamma deve andare. Ti amo.

Paola Budassi

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