Kristina Jacobsen è un’antropologa statunitense, docente di etnomusicologia, studi nativi americani, antropologia culturale e linguistica all’Università di Albuquerque, in New Mexico, e cantautrice country – honky tonk: cresciuta in un’area rurale nella parte ovest del Massachusetts, è suo padre a impartirle le prime lezioni di chitarra. Quest’ultimo, di origine danese, ha vissuto in Norvegia e qui ha appreso alcune melodie, che trasmette alla figlia e che ne costituiranno la prima parte dell’eredità multiculturale. Dopo la laurea e il dottorato, la giovane Kristina decide di dedicare la sua attività di ricerca alla musica e alla cultura Navajo, trasferendosi nella riserva del New Mexico in cui vive e lavora da quasi vent’anni e imparando a padroneggiare la lingua nativa (Diné); attività a cui ha presto affiancato una feconda carriera come songwriter (il suo album Three Roses si è aggiudicato tre nomination al New Mexico Music Awards): accompagnandosi con la chitarra e avvalendosi di uno stile dalle influenze schiettamente country, la voce dell’artista, dalle notevoli capacità espressive e grazie alle sfumature emotive affidate a un raffinatissimo yodeling, dà forma e sostanza a un composito bagaglio di canzoni, le cui liriche si muovono dalle esperienze nella riserva a pezzi di natura più intimistica e, intrecciandosi ai suoi interessi in campo etnomusicologico, a un repertorio plurilinguistico e multiculturale che oltre all’americano abbraccia altri idiomi: il norvegese, l’italiano, la lingua Navajo. Ogni brano è diretta evocazione di un determinato volto, paesaggio, esperienza, collaborazione. La Sardegna è recentemente divenuta per lei importante motivo di interesse antropologico e musicale da quando, invitata dall’Università di Cagliari per parlare del suo libro The Sound of Navajo Country, vi è giunta per la prima volta sei mesi fa. Colpita dai numerosi punti di contatto tra la cultura Navajo e quella sarda (dall’economia originaria di stampo agro-pastorale alla perdita dei codici linguistici ed estetici identitari, soppiantati da altri arbitrariamente imposti) e dalla ricchezza del patrimonio musicale tradizionale e contemporaneo presente sul territorio isolano, ha deciso di tornarvi: occasione che si è ben presto realizzata grazie a un tour di concerti organizzato dall’etichetta discografica sarda Talk About Records. Tra un live e l’altro, ha contattato numerosi cantautori provenienti da diversi centri sardi, coinvolgendoli in un fruttuoso co-writing e raccogliendo materiali e spunti di riflessione in previsione di un soggiorno di più ampio respiro durante il quale dar vita a un vero e proprio progetto di ricerca sul campo.

In attesa delle ultime due performance che chiuderanno la permanenza di Kristina sull’isola, previste per giovedì 27 luglio all’Abetone Music Bar di Sassari e il 4 agosto al Centro Servizi Culturali U.N.L.A. (all’interno del Summer Outdoor Music Festival) di Oristano, abbiamo intervistato l’artista statunitense.

 

Kristina Jacobsen. Foto: Carlos Querel [Albuquerque The Magazine]

Come e fino a che punto entrano in contatto il tuo lavoro di antropologa ed etnomusicologa e il tuo modo di scrivere canzoni, di vivere l’esperienza compositiva e performativa?

Penso che sia davvero interessante trovare analogie fra antropologia e songwriting, entrambi hanno alla base il racconto e così com’è possibile formulare storie attraverso le canzoni, anche l’etnografia si presta a essere veicolo di narrazioni. Una delle connessioni più forti che riesco a individuare tra i due tipi di esperienza è che entrambe permettono di “umanizzare”, di rendere più vicine in termini simpatetici le altre comunità, comunità delle quali probabilmente non ci cureremmo o che riteniamo troppo distanti da noi. E il motore principale di quest’“umanizzazione” di qualcuno è entrare in contatto con la sua storia individuale: una volta che la nostra attenzione si focalizza su un particolare individuo abbiamo infatti la capacità – non sempre, ma spesso – di estendere tale coinvolgimento ad altre persone che appartengono alla sua stessa comunità.

La connessione, l’intreccio tra storie differenti costituisce indubbiamente la più intima radice di ogni storytelling. Sia l’etnografia che il cantautorato hanno l’incredibile capacità di permetterci di percepire comunità e società altre, differenti dalla nostra, come più vicine a noi, di umanizzarle, appunto. Questa è una delle maggiori e più proficue relazioni che avverto tra i due ambiti.

Naturalmente, pur condividendo questa caratteristica, l’approccio è completamente diverso: lo studio antropologico non può prescindere da una rigorosa descrizione dei fatti poiché si è investiti dell’enorme responsabilità di descrivere un popolo, un uso, un costume senza restituirne una visione soggettiva. Nel racconto portato avanti attraverso la pratica del songwriting l’interpretazione è invece fondamentale ed è certamente molto più libera.

Per rispondere alla tua domanda in un altro modo, io scrivo canzoni ormai da quasi quindici anni e i miei primi brani erano fortemente incentrati sull’esperienza di vita all’interno della riserva; più in generale il luogo e la situazione secondo cui un pezzo prende vita e che cerco di evocare attraverso le parole occupano una posizione rilevante nel mio modo di scrivere e di intendere la musica. Vivendo nella riserva per quasi vent’anni, studiando l’allevamento del bestiame nella comunità Navajo e divenendo io stessa pastore per un periodo, lavorando in una stazione radio della riserva, insegnando nelle scuole superiori e al college della comunità tribale, apprendendo la lingua diné, ciò che è accaduto, soprattutto negli ultimi quattro anni, è che il mio lavoro di antropologa e la mia attività di cantautrice si sono completamente fusi tra loro come due differenti aspetti della stessa ricerca, due interessi che si completano a vicenda e di cui non sono più in grado di scindere i rispettivi confini e mi piace che sia così perché mi fa sentire più “integra” come persona rispetto a una rigida divisione tra categorie conoscitive.

Questo è probabilmente dovuto anche al particolare modo in cui mi pongo innanzi al lavoro di ricerca sul campo, che non si limita all’osservazione ma è anche partecipativo: lavorare come pastore, cucinare cibo nuovo, scrivere canzoni sono tutti modi per immergermi profondamente in una determinata cultura e andare più a fondo possibile nel suo studio.

Oltre alla riserva, più recentemente, ci sono stati altri luoghi significativi: la Scandinavia costituisce un’importante parte di molte canzoni e, in questo momento, al centro dei miei pezzi c’è la terra sarda. Quella in Sardegna si sta rivelando un’esperienza in cui ogni cosa si manifesta in modo molto intenso, offrendomi continuamente stimoli in senso antropologico e musicale.

 

Ci sono degli artisti che ti hanno particolarmente ispirato o hanno lasciato una traccia sulla tua musica?

Mi piacciono moltissimo tre cantautrici americane che in questo momento stanno portando avanti un tour intitolato Three Women and The Truth: si tratta di Mary Gauthier, della quale in passato ho seguito alcuni workshop, Gretchen Peters ed Eliza Gylkison; le prime due provengono dalla scena di Nashville mentre Eliza vive a Austin, Texas. Ciò che amo in loro è il modo in cui riescono a trasmettere le storie che raccontano, ispirate alla propria vita, la maniera schietta, estremamente diretta e senza filtri, affidata alle sole voce e chitarra, con cui riescono a comunicare con il pubblico.

 

Quali sono le ragioni che ti hanno portato in Sardegna per la prima volta e che ti hanno poi spinto a tornare e visitare l’isola più a lungo?

Sono giunta nell’isola per la prima volta sei mesi fa, per una settimana, invitata dall’Università di Cagliari e da Ignazio Macchiarella, docente di etnomusicologia divenuto poi il mio mentore qui in Sardegna: in quell’occasione ho tenuto una lezione-conferenza riguardo agli argomenti trattati nel mio libro, The Sound of Navajo Country, e in seguito ho avuto la possibilità di cantare accompagnata da un grande maestro della chitarra sarda, Ignazio Cadeddu.

In qualità di antropologa, e anche grazie al dialogo con gli studenti e con le persone che ho avuto modo di incontrare durante quel breve soggiorno, ho notato delle incredibili coincidenze tra la Sardegna e il popolo Navajo riguardo alle problematiche e alle implicazioni relative a una progressiva perdita d’identità e all’innestarsi su una cultura materiale di stampo tradizionale legata, come nel caso dei Navajo, alla pastorizia, di elementi provenienti da una cultura altra che finiscono per soppiantarne le caratteristiche originali. Tutte caratteristiche che, unite alla particolare bellezza di questa terra, mi hanno colpito moltissimo.

In questi giorni alterno i live durante il weekend a diversi tipi di ricerca sul campo: sto cercando di apprendere il più possibile riguardo al mestiere del pastore e, inoltre, sto collaborando con diversi bravissimi cantautori sardi e credo che quest’ultima sia una delle cose che hanno maggiormente contribuito a rendere così speciale questo secondo e più lungo soggiorno in Sardegna. Ho scritto un brano con Matteo Carta della band bluegrass The Saddle of The Devils, sto collaborando col cantautore cagliaritano Enrico Spanu (aka The Heart and The Void) e col cantautore sassarese Beeside. Sto inoltre scrivendo un brano musicale assieme a un amico, un pastore di Santu Lussurgiu, su questo paese e sulla visione che egli ne vuole trasmettere.

Soprattutto, quello che vorrei fare è piantare dei semi che possano maturare al mio ritorno qui: due mesi non sono infatti sufficienti per approfondire i molti spunti che ho trovato e mi piacerebbe tornare in Sardegna per un periodo più lungo, magari in occasione del mio anno sabbatico, e dar vita a un lavoro di ricerca sul campo di più ampio respiro per quanto concerne la lingua e la musica sarda contemporanea.

 

Kristina Jacobsen. Foto: Kent Corley