Uscirà domani, 27 marzo, “Farewell To All We Know” il nuovo disco di Matt Elliott per l’etichetta francese Ici D’Ailleurs. Matt Elliott è noto anche per il suo alter ego elettronico Third Eye Foundation e per le collaborazioni con Crescent e Flying Saucer Attack.

Ci sono dischi con cui sei in empatia, dischi che sono tuoi amici e poi ci sono gli altri dischi… Possono essere anche simili tra loro, ma esiste sempre quel “non so che” che fa ancora la differenza tra un disco come tanti ed uno “vitale”. Nonostante, o meglio grazie alla sua cinica disperazione, la musica di Matt Elliott ha sempre “quel non so che” che la rende diversa da quella contenuta in altri dischi. La sua musica crea un dialogo compassionevole con gli ascoltatori come il ritmo di due passi che si sincronizzano per diventare uno solo.

Stéphane Grégoire è il proprietario dell’etichetta Ici D’Ailleurs che ha accompagnato Matt Elliott dal 2005 e che considera questo album come il suo migliore: “Questo nuovo disco di Matt è senza dubbio il suo miglior album fino ad oggi, un disco che lo porta in un’altra dimensione dove si afferma pienamente come cantautore e cantante a livello di artisti come Bill Callahan, Leonard Cohen o Johnny Cash.”

Gli altri dischi di Matt Elliott sembravano tutti collegati empaticamente tra di loro. Farewell To All We Know è un classico istantaneo imperniato su un pianoforte sensibile e sui superbi arrangiamenti di David Chalmin, il violoncello di Gaspar Claus ed il basso sottile di Jeff Hallam (che ha anche suonato con Dominique A e John Parish). C’è una chiara forma di alchimia in tutto questo e ancora troviamo atmosfere e paesaggi consoni a Matt Elliott, la musica folk dell’Europa orientale e lunghe canzoni che richiedono tempo per stabilirsi nel tempo. Tutto è lo stesso, ma è anche trasfigurato. Rendendo la sua musica forte e purificando e ridefinendo l’argomento, il lavoro di Matt Elliott è diventato molto più delicato. Tuttavia questo lavoro non è mai fragile né piegato su se stesso e quindi diventa come una melodia vitale che vibra e si dispiega.

La cover di “Farewell To All We Know”

La canzone di apertura Farewell To All We Know sembra dilaniata dalla paura di ciò che il domani può portare, ineluttabilità e speranza per il futuro in una tensione drammatica permanente e progressiva espressa dalla sua chitarra spagnola, il pianoforte in stile impressionista e la voce di Matt che “barcolla”, “sussurra”. Un omaggio funereo a crepuscoli infiniti e all’alba che tutti sogniamo di vedere.

Ci sono tocchi di Leonard Cohen da “Songs from a Room” o “Thanks For The Dance” in The Day After That con il violoncello contrappunto di Gaspar Claus. Non c’è spirito di rassegnazione nel lavoro di Matt Elliott – il percorso della vita deve essere seguito contro ogni previsione. Dobbiamo seguire il flusso del fiume per raggiungere l’immenso oceano e la sua infinita libertà.

L’infestato Guidance is Internal richiama le atmosfere di “Howling Songs” (2008) con le sue parti di chitarra piene di tenui minacce. La musica è trascendentale ma non sembra mai aver paura di cadere. Questo è anche ciò che Bye Now ci dice con la sua semplicità quasi obsoleta e la sua bruciante malinconia che ricorda il lavoro di Luiz Bonf, Bill Evans su “Peace Piece” o i rilassati crooner degli anni ’50.

In Farewell To All We Know, Matt Elliott è in equilibrio costante tra il desidero di affrontare il mondo e quello di proteggersi da esso. Hating The Player, Hating The Game è una dichiarazione lucida circa l’ottusità della nostra vita quotidiana ed il nostro diritto di uscire dal gioco e non volerne più farne parte. Matt Elliott è tenero ma non risparmia nessuno, in particolare se stesso. Aboulia parla della stanchezza della vita e della morte incombente, mentre Crisis Apparition dice che c’è sempre tempo per la ricostruzione dopo il caos. Un vagare lento tra le rovine di Aleppo con la diluizione della melodia in un drone allucinato. Tuttavia l’odore dei grandi fuochi svanisce sempre e la terra si rigenera sempre. Matt Elliott sembra suggerire che l’istinto di sopravvivenza è più forte de peggior vento gelido.

Matt Elliott non canta mai certezze e preferisce il dubbio. Forse il peggio è finito? Forse… Forse la tempesta è passata e devastato tutto ed ora dobbiamo solo ricostruire e vivere di nuovo. Farewell To All We Know ci mostra la distanza che deve ancora essere percorsa e cammina accanto a te – proprio accanto a te Farewell To All We Know è l’amico che non ti risparmia la verità come fanno davvero tutti i veri amici.

Nel 2016, Matt Elliot ha pubblicato “The Calm Before” il suo settimo album da solista il cui titolo oscuro non è né minaccioso né confortante… la calma prima di cosa? Prima della tempesta di sicuro, ma forse anche prima del grande disco, l’immediato classico che sentivamo potesse ancora giungere nella discografia dell’artista di Bristol noto anche per il suo alias elettronico Third Eye Foundation. Gli eleganti dettagli e le prospettive di “Little Lost Soul” (2000) avevano già fatto intravedere il possibile capolavoro del cantautore inglese.

“The Mess We Made” (2003) è stato il suo primo album solista in cui realizzava una sorta di volo, fatto di disperazione viscerale, verso orizzonti balcanici. Con la trilogia “Songs”, ha messo da parte il lato elettronico del suo lavoro per continuare a lavorare con uno stile di scrittura minimalista, lucido e rigido. “The Broken Man” (2012) era pieno di lacrime e lunghi lamenti talvolta trasportati dal pianoforte di Katia Labèque in un disco che dipingeva nuove sfumature di grigio. In questo disco Matt ha iniziato a lavorare con il produttore, l’arrangiatore e polistrumentista David Chalmin (La Terre Invisible) che da allora ha continuato a collaborare con il cantante di Bristol. La loro collaborazione è continuata in “Only Myocardial Infection Can Break Your Heart” (2013) e “The Calm Before” (2016).