La lunga storia cinematografica del Conte Dracula si arricchisce di un nuovo capitolo: è infatti in programmazione nelle sale dal 29 ottobre “Dracula – L’amore perduto”, trasposizione del romanzo di Bram Stoker scritta e diretta da Luc Besson, recentemente presentata alla Mostra del Cinema di Roma. Fin dall’uscita del primo teaser, i richiami alla pellicola “Dracula di Bram Stoker” firmata nel 1992 da Francis Ford Coppola sono risultati evidenti: d’altra parte, tuttavia, a rivelare un nucleo peculiare di questo adattamento è lo stesso titolo originale del film, “Dracula – A Love Tale”, “Il racconto di un amore”, sentimento estremo ed esclusivo, che determina il destino dei protagonisti.
Le premesse della vicenda sono ben note a chi conosca il film di Coppola: è il XV secolo e il principe di Transilvania Vladimir (Caleb Landry Jones) perde sua moglie, l’amata Elisabeta (Zoë Bleu), prematuramente: in preda alla disperazione più cupa, rinnega Dio, andando incontro alla dannazione eterna. Da questo momento in poi, l’esistenza di Vladimir è consacrata alla ricerca della sposa, che egli spera di ritrovare reincarnata in una donna mortale; col tempo, tuttavia, la frustrazione logora il principe, che ritroviamo in pieno XIX secolo come conte Dracula, invecchiato e orribilmente consumato dall’assenza di Elisabeta, ma interessato a trasferirsi dal suo castello in Transilvania alla Francia.
A occuparsi dell’acquisto della futura proprietà immobiliare del conte, una chiesa sconsacrata nei pressi di Parigi, è il malcapitato avvocato Jonathan Harker (Ewens Abid), che ben presto comprende di essere una vittima predestinata del suo inquietante cliente. La situazione subisce una svolta inattesa quando il conte scorge la foto di Mina, la promessa sposa di Jonathan, su un medaglione e vi riconosce le fattezze di Elisabeta: così, una ricerca di oltre quattro secoli giunge finalmente al termine, tra le luci e lo sfarzo opulento quanto decadente della Ville Lumière.
L’ambientazione parigina della parte centrale del film rappresenta un primo elemento di differenziazione rispetto alle precedenti versioni cinematografiche della storia di Dracula, ben motivata dal tema fondamentale del film: l’amore, nella sua versione più totalizzante e irrazionale, che, proprio nella culla dell’Illuminismo, sconvolge la vita di una giovane donna prossima al matrimonio e dunque, per estensione, mina le basi tradizionali della società. Besson, tuttavia, non affonda il colpo rispetto a questa lettura sociale, così come non approfondisce la problematicità della figura del vampiro: nel suo “Dracula” sono le varie forme e fasi dell’amore a incarnarsi nei personaggi e a trovare in essi il loro compimento.


Particolarmente interessante, in questo senso, è la figura di Maria de Montebello (Matilda De Angelis), amica di Mina ma anche giovane vampira da poco “creata” da Dracula: con la sua vivacità, Maria sembra rappresentare la gioia selvaggia e incontrollabile di un amore che vive il suo slancio iniziale, appassionato e, sotto certi aspetti, furioso; altrettanto accattivante, per opposte ragioni, il personaggio del Prete -the Priest- (Christoph Waltz), che si pone nei confronti del sentimento distruttivo di Dracula come un portatore di verità e giustizia, ma anche come censore e detentore dell’ordine divino, proprio in quanto ministro di Dio. Tra questi estremi si colloca la figura di Mina: una volta recuperata la memoria del suo passato come Elisabeta, la donna compie una scelta consapevole, per quanto estrema, che tuttavia non viene rispettata; poco importa che ciò avvenga in nome di un amore che oggi definiremmo “tossico”, quello incarnato da Dracula, o di un bene superiore, propugnato invece dal ministro di Dio. In Mina, dunque, e nella sua “libertà mancata” risiede il punto critico del film, che di certo susciterà opinioni controverse, sia per l’evidente ascendenza dalla pellicola di Coppola, sia per il suo significato intrinseco, forse poco incisivo in tempi che necessitano di nuovi eroi ed eroine, perfino “negativi”.
La confezione della pellicola è sontuosa: le scenografie di Hugues Tissandier e la fotografia di Colin Wandersman restituiscono, insieme ai costumi di Corinne Bruand, le suggestioni delle diverse epoche che il protagonista attraversa nella sua ricerca dell’amore perduto; indiscutibile il fascino della colonna sonora di Danny Elfman, così come la bellezza dell’illustrazione promozionale del film realizzata dal disegnatore cagliaritano Daniele Serra.
In definitiva con il suo film visivamente accattivante -e talvolta pericolosamente incline al kitsch- Luc Besson si confronta con un mito, letterario prima e cinematografico poi: se il suo “racconto di un amore” lascerà il segno, solo la storia del cinema potrà dirlo.


































