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Gli ebrei a Cagliari. Storia di una comunità

Dalle lettere di Papa Gregorio Magno all'espulsione del 1492, ripercorriamo le tracce della fiorente comunità ebraica di Cagliari e la sua eredità cancellata

di Alba Marini
11 Maggio 2023
in Cagliari, Storia
🕓 5 MINUTI DI LETTURA
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Cagliari, ghetto degli Ebrei e antiche fortificazioni. ©AdobeStock | Alessio Orrù

Cagliari, ghetto degli Ebrei e antiche fortificazioni. ©AdobeStock | Alessio Orrù

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Mancano le testimonianze storico-artistiche. Mancano le tracce architettoniche delle sinagoghe. Eppure gli ebrei a Cagliari vissero eccome e, anzi, crearono la più importante comunità ebraica della Sardegna. Come lo sappiamo? Alcune lettere di Papa Gregorio Magno attestano la presenza degli ebrei nel capoluogo sardo a partire dal VI secolo d.C. In uno di questi scritti – datato 599 – il pontefice invitava l’allora vescovo di Cagliari Gianuario a garantire agli ebrei la libertà di culto. Infatti, un ex ebreo convertito al cristianesimo aveva suscitato le ire del rabbino per aver disseminato oggetti cristiani all’interno dell’oratorio della sinagoga. Altra traccia documentaria dell’esistenza della comunità ebraica cagliaritana l’ha lasciata lo storico sardo Severino, il quale accennò a un incendio che nel 790 aveva parzialmente distrutto il luogo di culto.

Ma dove vivevano gli ebrei di Cagliari? Vista la loro tendenza a vivere in comunità dovevano occupare una parte specifica della città e concentrare al suo interno le loro attività economiche, religiose e familiari. Tra la dominazione pisana e quella aragonese agli ebrei fu concesso di vivere nel quartiere Castello, precisamente nella cosiddetta Giudaria, che si estendeva tra l’attuale via Santa Croce – chiamata inizialmente via della Fontana e poi Ruga Judeorum (via dei Giudei) – e via Stretta.

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Non ha niente a che vedere con il passato ebraico della città di Cagliari, invece, il Ghetto degli ebrei, un edificio attualmente adibito a polo espositivo e posizionato sul Bastione di Santa Croce, a picco sulle mura di cinta del quartiere di Castello. Anche se effettivamente gli ebrei abitarono la zona di Santa Croce, il cosiddetto Ghetto degli ebrei nacque come caserma nel 1738, in epoca sabauda, e non fu mai un ghetto vero e proprio sul modello, per esempio, del ghetto di Venezia. Gli ebrei cagliaritani furono scacciati definitivamente nel 1492 così come avvenne in ogni dominio spagnolo, motivo per il quale non ci fu nessun isolamento forzato in una zona particolare della città.

Quando gli aragonesi iniziarono la loro campagna di conquista nei confronti dell’isola, gli ebrei appoggiarono finanziariamente l’impresa dell’infante Alfonso d’Aragona. È probabile che, a seguito della conquista, questi ebrei provenienti dalla Spagna si siano uniti alla comunità già esistente a Cagliari, per lo più composta da artigiani, medici e commercianti. Inizialmente la posizione della Corona nei confronti degli ebrei fu quella di una spiccata tolleranza: probabilmente per la possibilità della comunità ebraica di garantire un appoggio economico, gli aragonesi permisero agli ebrei di “occupare” la Giudaria a Castello e gli offrirono protezione.

Mentre in gran parte d’Europa gli ebrei subivano talvolta vere e proprie persecuzioni e venivano isolati dal resto della popolazione, a Cagliari la comunità si era stabilita volontariamente nella Giudaria, senza incorrere in alcun tipo di confinamento obbligato, seguendo il modello spagnolo di tolleranza e collaborazione economica. Pur godendo di una certa protezione, gli ebrei erano comunque soggetti alle norme valide per il resto dei cittadini cagliaritani.

Chi erano gli ebrei Cagliaritani? Come abbiamo accennato, le attività nella Giudaria si concentrava su tre versanti: l’artigianato, le professioni mediche e – in modo particolare – il commercio. La vita artigiana e mercantile era molto vivace: fabbri, calzolai, conciatori e falegnami lavoravano a stretto contatto con i venditori di stoffe, gli uomini di bottega e i cambiavalute.

Fu il 1492 a porre fine alla storia della comunità ebraica a Cagliari. La data della caduta di Granada, della scoperta dell’America, della morte di Lorenzo il Magnifico segnò per sempre il destino degli ebrei. Il matrimonio di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona portò alla nascita del cattolicissimo Regno di Spagna. La Sardegna, come possedimento aragonese, entrò a far parte della nuova corona spagnola. Gli ebrei vennero tassati in tutto il Regno e Ferdinando II si fece portavoce di una nuova politica repressiva che culminò con il Decreto dell’Alhambra del 1492. L’editto prevedeva l’espulsione di tutti gli ebrei che non si fossero convertiti al cattolicesimo e l’espropriazione di tutti i loro beni. La piccola comunità di Cagliari cessò di esistere e gli ebrei esiliati si rifugiarono nei vicini porti della penisola italiana, in Turchia e in particolare nel Nord Africa, incrementando le comunità già esistenti nel Maghreb.

Basilica di Santa Croce. ?Giova81, CC BY-SA 3.0
Basilica di Santa Croce. ?Giova81, CC BY-SA 3.0
? Daniel Ventura, CC BY-SA 3.0

Ad essere cancellata non fu solo la vivacità dell’operosa comunità ebraica cagliaritana, ma anche la sua cultura. Gli ebrei che si erano convertiti al cristianesimo furono costretti a consegnare i loro possedimenti alla Corona, cadendo spesso – a causa della loro ambiguità religiosa – nelle grinfie dell’Inquisizione, insieme a bruxas, presunte fattucchiere e personaggi politici scomodi. A seguito dell’editto, la sinagoga di Cagliari (che secondo i recenti studi doveva vantare un’estensione notevole) fu abbattuta per far spazio alla Basilica di Santa Croce. Con essa sparirono le poche tracce lasciate da una comunità che con il suo innato senso per gli affari doveva aver avuto una certa importanza in una città come Cagliari, che si affaccia sul mare. La religione ebraica subì un vero e proprio processo di demonizzazione, finendo per alimentare leggende popolari e superstizioni. La sinagoga divenne un simbolo demoniaco, luogo di perdizione dove avvenivano sacrifici umani.

Tags: CagliariebreiGhetto
Alba Marini

Alba Marini

Copywriter e giornalista pubblicista, ama viaggiare con qualunque mezzo: gli aerei, le navi, la penna e la fantasia. Per lei la scrittura è una finestra sul mondo, capace di raccontare ogni cosa, anche ciò che non esiste.

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