Sassari accoglie per il quarto anno consecutivo una delegazione di giovani atleti palestinesi provenienti da Gerico (la “Città più antica del mondo”) per uno stage di Atletica leggera, nell’ambito del progetto “Lo sport: un ponte con la Palestina”, organizzato dall’Associazione “Ponti non Muri” in collaborazione con il “Centro Universitario Sportivo CUS Sassari” e la Società Sportiva “Shabab Ariha” di Gerico.

Ancora una volta la Palestina abbraccia la Sardegna per dare vita ad un gemellaggio, all’insegna dei valori dello sport, tra realtà e culture differenti. Dopo l’esperienza positiva degli ultimi tre anni, si replica la manifestazione che permetterà ai ragazzi di Gerico di partecipare ad allenamenti quotidiani e gare regionali nella nostra splendida Isola. 

La Società sportiva Shabab Ariha, (“I giovani di Gerico”) che fa parte della Federazione Palestinese di Atletica leggera, è composta da trenta tra ragazze e ragazzi. I protagonisti di questa edizione saranno le atlete Malak Shamali (13 anni) e Nada Ghrouf (15 anni), gli atleti Mohammed Barameh e Mohammedh Saradih (entrambi di 16 anni) accompagnati da: Murad Moghrabi (19 anni) nella doppia veste di atleta e di traduttore dall’arabo all’italiano, dal loro allenatore Mamoon Balo e dal rappresentante del Comune di Gerico, l’ingegnere Mohammed Isayed.

Nei 13 giorni di Stage, che si svolgeranno a Sassari con puntate a Ploaghe, Alghero e Nuoro, i ragazzi saranno seguiti costantemente dai due tecnici del CUS Sassari, Giorgio Fenu ed Elisabetta Pinna.

Quest’anno i ragazzi avranno la possibilità di allenarsi nella Pista dello Stadio dei Pini “Tonino Siddi” di Sassari recentemente riaperto al pubblico e saranno protagonisti di un ricco programma di allenamenti e gare che arricchiranno la loro esperienza sportiva e non solo.

Infatti lo sport è solo il collante di una serie di eventi sociali e scambi culturali con varie associazioni in tutta la Sardegna, che permetteranno ai giovani palestinesi di assaporare, anche se solo per qualche giorno, cosa significa vivere in un paese libero.

Dall’altra parte chi desidera conoscere di persona e sostenere questi ragazzi potrà ascoltare direttamente dalla loro voce che cosa significa vivere in una condizione di segregazione e occupazione militare permanente.

 

 

Tra gli Enti che hanno concesso il Patrocinio al progetto ci sono l’Università di Sassari, la Presidenza del Consiglio Regionale della Sardegna, il Comune di Sassari, il Comune di Gerico, il Comune di Ploaghe, l’ISPROM – Istituto di studi e Programmi per il Mediterraneo, l’ENDAS Sardegna e la Federazione Palestinese di Atletica Leggera.   

Lo Stage rappresenta solo una parte del più ampio progetto, “Lo Sport: un ponte con la Palestina” portato avanti dall’Associazione “Ponti non muri” (www.pontinonmuri.it), da anni in prima linea per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni di vita in Palestina, condizioni critiche che non risparmiano neanche atleti e società sportive. Assenza di strutture e attrezzature adeguate rappresentano la normalità in Palestina, insieme al fatto che viene costantemente impedita l’introduzione di materiale sportivo da fornire alle squadre.

Le difficoltà logistiche e di spostamento, per una società sportiva palestinese che si appresta a recarsi all’estero, sono incredibili. Infatti la Palestina è chiusa in gran parte da un muro di separazione lungo 750 km e alto fino a 8 metri, simbolo dell’isolamento e dell’occupazione che limita nei movimenti le persone che si devono recare non solo all’esterno del paese, ma anche tra una città e l’altra. In questo scenario si può solo immaginare quali possono essere le difficoltà ad organizzare un qualsiasi evento sportivo, gara o campionato.

Questo stage quindi assume una doppia valenza: sensibilizzare più persone possibili sulla condizione palestinese e offrire un’opportunità di crescita e consapevolezza ai giovani che partecipano all’evento.

La vita quotidiana dei ragazzi continua ad essere messa a repentaglio da check-point pressanti e sempre incombenti, retate notturne che li prelevano dalle loro case per imprigionarli senza accusa formale e trattenerli senza limiti di tempo, sottoporli a trattamenti umilianti, spesso torture. Libertà di movimento ridotta all’osso, impossibilità di invio e consegna di attrezzature sportive, attentati contro atleti: in questa situazione lo sport, che vuole promuovere i suoi valori di solidarietà, rispetto degli altri, democrazia e cittadinanza deve saper denunciare l’oppressione. Difatti, mentre si assumono nette posizioni per punire senza equivoci il razzismo dei tifosi, le federazioni internazionali non sembrano capaci di essere egualmente coerenti nei confronti del razzismo profondo e strutturale subito dai Palestinesi.

Il movimento delle società sportive palestinesi verso l’esterno, ma anche nella stessa Palestina (Gaza compresa) e delle squadre estere (in particolar modo provenienti dai paesi arabi) verso l’interno del Paese è limitatissima. Le squadre locali non possono muoversi e agire liberamente all’interno dei loro confini e sono sottoposte a restrizioni e violazioni da parte delle autorità israeliane (per quanto riguarda il calcio in netta violazione della Circolare FIFA n. 1385). Viene fortemente limitata la libertà di movimento di atleti, allenatori e arbitri (ed è quindi impossibile stilare un calendario di incontri fra squadre locali). Per esempio, nell’aprile 2017 è stato negato a 100 atleti palestinesi (fra cui addirittura un atleta palestinese olimpionico, partecipante alle Olimpiadi di Pechino del 2008) il permesso di recarsi da Gaza a Betlemme per partecipare alla “Maratona di Betlemme per i Diritti Umani”, con il pretesto di problemi di “sicurezza”.

 

Programma completo sul sito web e sulla pagina Facebook dell’associazione