Tra gli autori sardi più interessanti degli ultimi tempi spicca il nome di Giulio Neri: antiquario da tre generazioni con una grande passione per la scrittura. Ho avuto il piacere di presentare il suo romanzo “A tie solu bramo” lo scorso anno a Sassari ed è stata l’occasione per scoprire un ottimo scrittore, con le idee molto chiare sulla funzione della letteratura nel ventunesimo secolo. Ho chiesto a Giulio di raccontarci un po’ della sua nuova opera, che sta già riscuotendo un discreto successo nell’isola.

A febbraio di quest’anno è arrivato in libreria il tuo terzo libro, il secondo pubblicato da Il Maestrale, “Portoro”. Cosa ti ha ispirato la sua scrittura?
La pubblicazione di Portoro è stata una soddisfazione enorme. Dopo la buona accoglienza riservata ad A tie solu bramo, avevo pensato a una proposta di rottura, un romanzo cioè diversissimo per contenuti e struttura, e ho individuato in Portoro una scelta audace, perché si tratta di un’opera composta quasi dieci anni fa e che ho dovuto revisionare a fondo, con interi capitoli riscritti e, nel complesso, una forma da snellire e attualizzare. Se A tie solu bramo può essere considerato un libro corale, con una moltitudine di personaggi e il punto di vista che muta di capitolo in capitolo, Portoro è incentrato, al contrario, su un protagonista assoluto, Carmelo Hayez, che non esce mai di scena. In questo senso c’è di sicuro un maggiore coinvolgimento personale e un’immedesimazione più fisiologica, o di “genere”, pur senza cadere nell’autobiografia.

Nel tuo precedente romanzo risalta la capacità di addentrarsi nella psicologia dell’animo umano. In Portoro ti concentri sul tema della depressione e su quello del rapporto con le donne. Credi che la letteratura possa servire come terapia riflessiva nel trattare certi argomenti?
Alla base di Portoro c’è un periodo della mia vita molto difficile: la molla compositiva è stata una rielaborazione dello sconforto vissuto, una specie di terapia di assestamento imperniata proprio sulla narrazione e quindi sull’analisi dei sentimenti e della psicologia, ma anche sull’umorismo, che richiede sempre distacco e, in una certa misura, freddezza. Il protagonista, Carmelo Hayez, è un trentenne depresso, un fobico che, attraverso una percezione distorta della realtà, si convince che a Cagliari si stia diffondendo un’epidemia (ma il Covid è una sinistra coincidenza). E fin qui agiscono tanti rimandi alla letteratura della goffaggine e dei malati immaginari. La paralisi che ne consegue, lo smarrimento, si traducono in una profonda crisi d’identità, perfino sessuale, dove è proprio la scoperta del desiderio a risultare centrale e risolutiva. Che cosa desideriamo davvero? A cosa aspiriamo per essere felici? Carmelo Hayez brancola nel buio e – come accennavi tu nella domanda – un aiuto gli arriva proprio dal rapporto con le donne. È per mezzo dell’Altro che ognuno di noi può ricavare delle significative informazioni su stesso. Da soli, il più delle volte, non ce la facciamo.

La promozione del tuo libro ha subito un arresto per via dell’emergenza sanitaria. Fino ad ora, come sono state le prime impressioni su questo tuo ultimo lavoro?
Portoro è uscito il 4 di febbraio, quindi abbiamo avuto un mese per promuoverlo e presentarlo. È partito molto bene, con un’ottima recensione di Fabio Marcello su “L’Unione Sarda” e il sesto posto in classifica fra gli autori regionali. Poi con il cosiddetto lockdown si è arenato tutto e non è che mi possa lamentare, il mondo intero si è fermato, bisogna accettarne le conseguenze a mettersi d’impegno per ripartire: il 14 luglio sarò al Caffè Florio di Piazza San Domenico a Cagliari, il 17 luglio a Tortolì, e sono già stato invitato al Festival di Dolianova e a quello di San Gavino. Mi auguro davvero di poter riprendere il tour e portare in giro il mio lavoro. Spero di poter tornare presto anche a Sassari, dove tanti amici mi aspettano.