Il MES è uno degli strumenti più discussi del momento. In questo momento di crisi globale, l’Europa non è mai stata così importante. Abbiamo tutti bisogno di remare nella stessa direzione, e di ragionare come una comunità: ecco perché il nostro Presidente del Consiglio cerca di discutere i termini migliori che possano avvantaggiare il nostro Paese, tutelando i nostri diritti.

MES: se n’è parlato tantissimo ma, esattamente, di cosa si tratta?

MES è l’acronimo di Meccanismo Europeo di Stabilità, noto anche come Fondo salva-Stati.

Questa organizzazione intergovernativa nasce da un’idea dell’Ecofin, ovvero il Consiglio di Economia e Finanza, per far fronte alla crisi economica del 2010, per sostituire il FESF e EFSM, due meccanismi europei di stabilità e stabilizzazione finanziaria.

Il MES prende vita ufficialmente nel 2012, dopo essere stato sottoscritto, inizialmente, dai 17 Paesi facenti parte dell’Unione Europea, a cui successivamente si sono aggiunti Lituania e Lettonia. Il fondo viene gestito dal Consiglio dei Governatori, dal Consiglio di Amministrazione e dal Direttore Generale, Klaus Regling. Il MES è costituito da 700 miliardi di euro, a disposizione dei Paesi dell’Euro Zona che ne possono usufruire per il 2% del loro Pil.

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MES ed Eurobond

Il dibattito sul Meccanismo Europeo di Stabilità ed Eurobond nasce per via delle condizioni a cui bisogna sottostare per accedere al primo. Per beneficiare del MES, prima di tutto, è necessario presentare una lettera di intenti, un Memorandum of Understanding, alla Commissione Europea. Successivamente si andrà incontro ad un programma che interverrà sull’area macroeconomica del Paese che ne fa richiesta. Questo significa che si effettueranno tre tipologie di interventi: il consolidamento fiscale, le riforme strutturali e del settore finanziario, che comporteranno dei tagli della spesa pubblica e l’attuazione di misure atte alla stimolazione della crescita economica, insieme al rafforzamento della vigilanza bancaria.

Quando si parla di Eurobond ci si riferisce ad una misura che verrebbe utilizzata per la prima volta. Si tratta di titoli obbligazionari che prevedono un prestito ad un tasso variabile, che dipenderà dalla sua durata e dal cosiddetto rischio di credito di chi emette il denaro. Questo significa che l’Italia, ad esempio, andrebbe a pagare di più rispetto ad un altro Stato, in quanto il suo debito pubblico è notevole (si parla di oltre 2400 miliardi di euro) ed ha un ritmo di crescita economico molto lento.

Si discute di questa misura dal 2011, ma non è facile mettere d’accordo i Paesi membri dell’Eurozona. Questo perché, l’attuazione degli Eurobond, prevede la divisione dei debiti tra tutti gli Stati: appare ovvio che le Nazioni più solide abbiano delle obiezioni sul mettere in comune i debiti, anche se questo renderebbe meno incisivi i costi di gestione.

La creazione di un sistema di integrazione fiscale è uno degli obiettivi che l’Unione Europea. Una gestione centralizzata delle politiche economiche porterebbe con sé anche una maggiore integrazione all’interno dell’Europa stessa, ma il dibattito è ancora molto vivo.

È un discorso delicato, che va a toccare l’economia e la finanza di ogni singolo Paese, per cui la strada per trovare degli accordi accettabili e convenienti per ogni Stato membro è ancora molto lunga.