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Biennale Arte, Ue revoca 2 milioni di fondi. Fondazione: “Nessun impatto sul bilancio”

di Redazione
21 Luglio 2026
in Italia & Mondo
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(Adnkronos) – La Commissione europea passa dalle parole ai fatti e chiude, almeno sul piano amministrativo, il lungo braccio di ferro con la Biennale di Venezia. Dopo mesi di scambi di lettere, contestazioni e chiarimenti, l’Agenzia esecutiva europea per l’Istruzione e la Cultura (Eacea) ha deciso di interrompere il finanziamento europeo da due milioni di euro destinato alla Fondazione veneziana. Una decisione che arriva al termine della valutazione giuridica svolta dalla Commissione e che rappresenta il punto più alto dello scontro istituzionale nato attorno alla riapertura del Padiglione russo alla Biennale Arte. 

L’annuncio è arrivato direttamente da Bruxelles. “Dopo la valutazione e la raccomandazione legale della Commissione europea, l’Eacea ha deciso di interrompere il finanziamento da due milioni di euro concesso alla Fondazione La Biennale di Venezia”, ha dichiarato il portavoce dell’esecutivo europeo Thomas Regnier, spiegando che gli eventi culturali sostenuti con risorse dell’Unione “devono salvaguardare i valori democratici, promuovere il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione, valori che non sono rispettati nella Russia di oggi”. Una presa di posizione che conferma come la vicenda abbia ormai assunto un significato che va ben oltre l’aspetto economico. La Commissione ha infatti ricondotto la decisione non tanto a una questione contabile, quanto a una valutazione politica e valoriale sull’utilizzo dei fondi europei in relazione ai rapporti con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. 

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Il paradosso della vicenda è che il contributo europeo revocato non finanziava affatto la Biennale Arte, cioè la manifestazione da cui è nata la controversia. I due milioni di euro erano destinati infatti a sostenere alcune attività del Settore Cinema della Fondazione, in particolare il Biennale College Cinema e il Venice Production Bridge, due programmi dedicati rispettivamente alla formazione di giovani autori e allo sviluppo dell’industria audiovisiva internazionale.È proprio su questo aspetto che insiste la Biennale nella sua replica ufficiale. “Tale sovvenzione co-finanziava le attività del Settore Cinema relative a Biennale College e al Venice Production Bridge, attività e Settore che nulla hanno a che vedere con la partecipazione della Russia alla Biennale Arte”, sottolinea la Fondazione. Secondo Venezia, dunque, Bruxelles avrebbe deciso di colpire un settore completamente estraneo ai fatti contestati. La Fondazione aggiunge inoltre un elemento destinato a rassicurare operatori e partner internazionali: il provvedimento “non ha alcun impatto significativo né sul budget, né sul bilancio, né sulle attività programmate e in corso della Biennale di Venezia, che rimangono confermate”. In termini finanziari, il contributo europeo rappresentava infatti una quota marginale del bilancio complessivo della Fondazione presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, che negli ultimi anni ha consolidato una situazione economica particolarmente solida grazie anche all’aumento dei visitatori e delle entrate proprie. 

La reazione della Fondazione non si è fatta attendere. “Prendiamo atto che si tratta di una decisione da tempo preannunciata da autorità politiche e che pertanto ci obbliga ai passi successivi che avevamo già reso noti, ovvero far valere le nostre ragioni in tutte le sedi competenti”, afferma la nota diffusa dopo la comunicazione dell’Eacea. Tradotto: la Biennale porterà la vicenda davanti ai giudici europei. 

La strategia legale sarebbe stata definita già nei giorni scorsi dal consiglio di amministrazione riunito a Ca’ Giustinian, sede della Fondazione. Sarebbero state illustrate ai consiglieri le possibili strade processuali, tutte davanti alla giustizia dell’Unione europea. La Fondazione potrebbe presentare un ricorso di annullamento ai sensi dell’articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, contestando la legittimità della decisione amministrativa adottata dall’Eacea. In alternativa potrebbe percorrere la via dell’azione contrattuale prevista dall’articolo 272 dello stesso Trattato, trattandosi di un rapporto regolato da un accordo di finanziamento. Non sarebbe esclusa neppure una richiesta cautelare per sospendere gli effetti del provvedimento fino alla decisione definitiva del Tribunale dell’Unione europea. 

Per comprendere lo scontro tra Bruxelles e Venezia occorre tornare all’inizio della Biennale Arte 2026. Dopo l’assenza registrata nelle precedenti edizioni in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina (2022 e 2024), il Padiglione russo – di proprietà di Mosca dal 1914 – è tornato ad aprire i battenti ai Giardini della Biennale, ma solo su invito e solo per tre giorni (6-8 maggio). Dal 9 maggio, giorno di apertura della 61/a Esposizione Internazionale d’Arte – dal titolo “In Minor Keys” di Koyo Kouoh – il Padiglione russo è chiuso a pubblico e chi si avvicina alla palazzina in stile Liberty con l’aquila dei Romanov sulla sommità può scorgere solo tre monitor che trasmesso dei video di registrazioni di happening con musiche folk russe. Una scelta che tuttavia, secondo la Commissione europea, sarebbe incompatibile con gli obblighi previsti dagli accordi di finanziamento sottoscritti dalla Fondazione con l’Unione europea. La Biennale ha però sempre respinto questa interpretazione. 

Secondo la ricostruzione della Fondazione, la riapertura del Padiglione sarebbe stata una decisione assunta autonomamente dalla Federazione Russa, proprietaria dello spazio espositivo, senza alcun sostegno diretto o indiretto da parte della Biennale. Venezia ha sempre ribadito, inoltre, di non avere violato in alcun modo il regime sanzionatorio europeo nei confronti della Russia. “Nessuna violazione delle sanzioni europee inflitte alla Russia dopo l’aggressione all’Ucraina”, è la posizione sostenuta dalla Fondazione fin dall’inizio della vicenda. Anzi, la Biennale ha evidenziato che la partecipazione russa non è stata inserita nemmeno nel catalogo ufficiale della manifestazione internazionale. 

Lo scontro si è sviluppato attraverso un lungo confronto epistolare tra Eacea e Fondazione. La prima comunicazione è arrivata nel mese di aprile. Bruxelles chiedeva spiegazioni sulla riapertura del Padiglione russo, ipotizzando un possibile contrasto con le condizioni previste dal finanziamento europeo. La Biennale ha replicato sostenendo la piena legittimità del proprio operato. Successivamente è arrivata una seconda contestazione, nella quale l’Eacea ipotizzava che la Fondazione avesse fornito un supporto organizzativo alla partecipazione della Russia. Anche questa ricostruzione è stata respinta. Infine, nella terza comunicazione inviata tra maggio e giugno, la Commissione ha esteso il proprio esame anche alla Biennale Architettura 2025, richiamando l’utilizzo del Padiglione russo per iniziative educative. Secondo Bruxelles, l’insieme di questi elementi configurerebbe una violazione delle clausole previste dal contratto di finanziamento europeo. Per la Biennale, invece, nessuno dei fatti contestati integra una violazione del diritto europeo o delle sanzioni contro Mosca. 

Lo scontro con Bruxelles ha alimentato anche un acceso confronto politico in Italia, concentratosi soprattutto sul ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che ha disposto anche un’ispezione a Ca’ Giustinian, che è finita senza rilievi. Per protesta contro la riapertura del Padiglione russo, Giuli ha disertato la cerimonia di inaugurazione del 9 maggio, che stata poi annullata. Il 21 maggio Giuli si è poi recato a Venezia in visita al Padiglione Italia e per riallacciare i rapporti con il presidente Pietrangelo Buttafuoco e la Biennale. di Paolo Martini 

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