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Emma Bonino e la battaglia per l’aborto: dall’autodenuncia alla legge 194

di Redazione
11 Settembre 2026
in Italia & Mondo
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(Adnkronos) – Nel 1975 Emma Bonino aveva 27 anni quando decise di mettere il proprio corpo e la propria libertà al centro di una battaglia politica destinata a cambiare l’Italia. Dopo aver contribuito alla nascita del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (Cisa), si autodenunciò per il reato di procurato aborto, scegliendo la disobbedienza civile per portare alla luce la realtà dell’aborto clandestino. 

Dietro quella scelta politica c’era però un’esperienza personale. Bonino aveva vissuto in prima persona un aborto clandestino e avrebbe raccontato più volte quanto quell’esperienza fosse stata segnata dalla paura, dalla solitudine e dall’umiliazione. “Dopo avere vissuto quell’aborto ed essermi umiliata ho deciso che non sarebbe accaduto mai più a nessuna”, ha raccontato. Una frase che riassume l’origine della sua battaglia: trasformare un’esperienza privata in una denuncia pubblica e fare in modo che altre donne non fossero costrette a vivere la stessa situazione. 

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Erano anni in cui l’interruzione di gravidanza era ancora un reato e migliaia di donne erano costrette a ricorrere a pratiche clandestine, spesso rischiose per la loro salute. Bonino, insieme ad Adele Faccio, Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia, la pattuglia radicale più agguerrita dell’epoca, iniziò a fornire assistenza alle donne che cercavano di interrompere una gravidanza in sicurezza. “Abbiamo cominciato un percorso di aiuto pubblico ad abortire alle donne che ne avevano bisogno, e quindi di autodenuncia”, ha ricordato Bonino. L’obiettivo era rendere pubblico ciò che la legge cercava di tenere nell’ombra: l’aborto esisteva, ma la possibilità di affrontarlo senza mettere a rischio la propria salute dipendeva spesso dalle condizioni economiche. 

È proprio su questa disuguaglianza che Bonino insisteva. “Chi aveva i soldi in qualche modo si arrabattava e chi non ne aveva rischiava anche la salute”, ha spiegato ricordando quegli anni. La clandestinità, dunque, non colpiva tutte le donne nello stesso modo: chi disponeva di denaro poteva cercare medici e strutture più sicure, mentre le donne più povere erano maggiormente esposte ai rischi degli aborti clandestini. 

La scelta dell’autodenuncia trasformò quella che poteva essere una vicenda personale in una campagna politica. Nel 1975 il caso del Cisa esplose pubblicamente e gli attivisti radicali furono arrestati. “In realtà avevamo assunto la responsabilità pubblicamente già da diversi mesi”, ha ricordato Bonino, sottolineando come l’arresto fosse stato parte di una strategia di disobbedienza civile: non nascondere l’azione, ma rivendicarla apertamente per costringere l’opinione pubblica e la politica a confrontarsi con il problema. 

Bonino ha definito quella stagione “un periodo di grande risveglio civile”. Erano gli anni delle battaglie per il divorzio, per la contraccezione, per l’obiezione di coscienza e per l’estensione dei diritti civili. “Quegli anni sono stati, almeno per me, degli anni di profonda vitalità e impegno”, ha ricordato. E proprio a partire dalle donne, secondo Bonino, si sviluppò una nuova consapevolezza sul tema della libertà di scelta. 

Anche le tecniche utilizzate dal movimento erano parte della protesta. Bonino ha raccontato di avere praticato alcuni aborti utilizzando una tecnica allora diffusa nei movimenti femministi francesi, simile, per principio, all’aspirazione. “Noi l’abbiamo fatto per disobbedienza civile”, ha spiegato. Il gesto aveva quindi un significato politico oltre che pratico: dimostrare che la clandestinità non cancellava il fenomeno, ma lo rendeva soltanto più pericoloso. 

Nel 1976 Bonino fu eletta alla Camera nelle liste del Partito Radicale, a soli 28 anni. Nello stesso periodo prese forma la campagna referendaria per la depenalizzazione dell’aborto, sostenuta dai Radicali e dall’Espresso, che raccolse centinaia di migliaia di firme. La mobilitazione contribuì a portare il tema al centro del dibattito nazionale. “Per evitarlo si andò alle elezioni anticipate”, ha ricordato Bonino parlando del referendum. Nel 1978 arrivò quindi la legge 194, approvata il 22 maggio, che disciplinò l’interruzione volontaria di gravidanza e pose fine alla criminalizzazione dell’aborto nelle condizioni previste dalla legge. 

Per Bonino, tuttavia, quella legge fu anche il risultato di un compromesso politico. “La legge aveva nel suo corpo una serie di compromessi”, ha osservato, ricordando come fosse stata costruita in modo da poter essere accettata anche da una parte della Democrazia cristiana attraverso l’astensione o l’assenza dal voto. La battaglia, dunque, non si concluse con l’approvazione della 194. Negli anni successivi Bonino continuò a denunciare le difficoltà nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, individuando soprattutto due problemi: l’obiezione di coscienza e la difficoltà di diffondere l’aborto farmacologico. 

“La legge 194 ha molti problemi, due in particolare”, aveva sostenuto. Da una parte, “la sua non applicazione in certe regioni per una sorta di obiezione di coscienza organizzata”; dall’altra, secondo Bonino, il ritardo nell’utilizzo dell’aborto farmacologico, che in Italia è stato introdotto e diffuso più lentamente rispetto ad altri Paesi europei. 

Eppure, guardando oltre le criticità, Bonino ha sempre considerato la legge 194 una conquista importante. “Nonostante i suoi limiti anche teorici, la legge ha funzionato”, ha affermato, ricordando come l’interruzione volontaria di gravidanza sia diventata una possibilità prevista e regolata dalla legge. 

La sua esperienza rappresenta così uno dei passaggi simbolici della stagione dei diritti civili degli anni Settanta: una battaglia iniziata con un’esperienza personale dolorosa, trasformata in disobbedienza civile e infine portata dentro le istituzioni. Bonino ha scelto di raccontare quell’aborto non come un episodio da nascondere, ma come il punto di partenza di una battaglia collettiva. “Ho deciso che non sarebbe accaduto mai più a nessuna”: in quella frase è racchiuso il senso di una lotta che, dalla clandestinità degli anni Settanta, arrivò fino alla legge 194 e che Bonino avrebbe continuato a considerare una questione di libertà, salute e autodeterminazione. (di Paolo Martini) 

Tags: adnkronoscronacaItaliapoliticaultimora
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