Cagliari è una città di luce, dove il sole accompagna le strade dall’alba al tramonto, esaltandone la bellezza. Eppure, quando arriva la notte e a restare accesi sono solo i lampioni, l’atmosfera cambia e si fa più densa di fascino e suggestione, soprattutto nei suoi quartieri storici.
Tra questi il più antico e simbolico è il quartiere Castello, situato nella parte più alta della città vecchia dove, tra fortificazioni, monumenti e palazzi d’epoca, sembra quasi che il tempo si sia fermato secoli fa.
Passeggiando tra le sue viuzze acciottolate, la prima che si incontra è via Alberto Lamarmora.
La strada è dedicata al generale, scienziato e conoscitore della Sardegna Alberto Ferrero della Marmora. Torinese di nascita e avviato alla carriera militare, arrivò per la prima volta a Cagliari nel 1819, attratto dalla caccia e dagli studi di ornitologia, e vi fece ritorno diverse volte per studiarne il patrimonio naturalistico e archeologico, tanto da considerarla una seconda casa. Tra le sue imprese più significative ci furono il salvataggio della Grotta della Vipera e la misurazione della vetta più alta del Gennargentu, che in suo onore porta il nome di Punta La Marmora, alta 1.834 metri.
Andando indietro nel tempo, alla prima metà del Duecento, in epoca pisana, la strada aveva invece il nome di ruga Mercatorum – la via dei Mercanti -, così chiamata perché rappresentava uno dei principali poli del commercio cittadino ed era abitata dalle famiglie dei mercanti, considerate tra le più influenti e facoltose della città.
Chiamata poi carrer dels Mercaders durante la dominazione aragonese, e carrer Major in epoca spagnola, nel Cinquecento venne ribattezzata calle de los Plateros – la via degli Argentieri -, poiché accolse importanti maestri esperti nella lavorazione dell’argento, oltre che numerosi artisti.
Per secoli, via Lamarmora fu anche dimora delle famiglie nobili della città, presenza che ancora oggi si nota lungo la strada. Alcuni palazzi, infatti, conservano i nomi degli aristocratici che ne furono proprietari, mentre altri mostrano ancora i segni dei bombardamenti del secondo conflitto mondiale, che ne hanno in parte modificato l’aspetto originario.
Nonostante le trasformazioni subite, la via ha saputo mantenere intatto il suo fascino: lunga e stretta, attraversata da vicoli e vicoletti che la collegano alle arterie vicine, si sviluppa come una successione di palazzi e palazzotti, accanto a costruzioni più semplici e popolari.
Nella parte nord della strada, quasi celata tra gli edifici, sorge la chiesa della Purissima, il cui nome deriva dall’adiacente monastero della Purissima Concezione. Entrambi furono edificati sul sito dove in precedenza si trovava l’antica chiesetta romanica di Santa Elisabetta. Fu la nobildonna Gerolama Rams Dessena a volere, intorno alla metà del Cinquecento, la costruzione di un monastero di clausura per le suore Clarisse, successivamente ampliato con l’edificazione della chiesa.
La struttura presenta i caratteri tipici dell’architettura gotico-catalana e dal 1867 è di proprietà dello Stato. Più volte chiusa e abbandonata, oggi la chiesa è affidata alla congregazione delle Ancelle della Sacra Famiglia.

Nella parte meridionale invece, proprio all’imbocco di via Lamarmora, tra i palazzi si trova un curioso portico, chiamato Portico Alberto Lamarmora ma ribattezzato “Portico delle Anime”. Si tratta di un passaggio angusto e suggestivo che collega via Lamarmora a via dei Genovesi, famoso per l’alone di mistero che lo circonda.
Alcuni abitanti raccontano di aver udito i lamenti di anime in pena davanti a un quadro, affisso all’interno del portico, rappresentante la Madonna delle Grazie, ossia la Vergine che accarezza il Bambin Gesù. Forse si tratta solo di persone che si fermano a pregare, ma il portico, abbastanza buio anche di giorno, è da sempre al centro di storie sinistre.
Si narra però anche un fatto legato a Sant’Efisio. Pare che durante il Giovedì Santo di un anno imprecisato, il Santo sarebbe apparso minaccioso nel portico a un uomo che voleva avvelenare le acquasantiere delle chiese di Cagliari, spaventandolo e facendolo desistere. Da allora, per riconoscenza, nella processione del Giovedì Santo il simulacro di Sant’Efisio sosta nel portico davanti all’effige della Vergine prima di raggiungere la Cattedrale.
Secondo un’altra versione invece, intorno al 1720 Efisio apparve in sogno al Viceré sabaudo Filippo Pallavicino di Saint Remy per avvertirlo di un possibile avvelenamento delle acque del quartiere Castello. Da quel momento, per volontà del Viceré, il suo simulacro fu portato in processione durante la tradizionale visita ai sepolcri delle Sette Chiese di Cagliari. Al di là delle leggende, la processione si svolge ancora, partendo dalla Chiesa di Sant’Efisio, a Stampace.
Oggi, via Lamarmora è una strada vivace, ricca di abitazioni, bar e negozi, ma al calar della sera le sue vie si popolano ancora di ombre, rumori e voci indistinte, come a ricordare che la città custodisce enigmi mai del tutto svelati.






































