Abitano i boschi, i giardini, gli alberi della Sardegna, talvolta i tetti delle case di campagna e i vecchi edifici nelle città più grandi. Dormono di giorno e vivono la notte, sfrecciando nel cielo grazie ad ali piumate. Sono i rapaci notturni, quelli che hanno fatto dell’isola la loro casa da centinaia di anni, abitando non solo la terra, ma anche gli incubi, le tradizioni e persino animando il vocabolario sardo.

In Sardegna sono presenti diverse specie di rapaci notturni, le quali hanno fatto dell’isola il loro habitat stanziale, anche se si trattava in origine di uccelli migratori. A vivacizzare il cielo dell’isola illuminato dalla luna ci pensano i barbagianni, uccelli dai simpatici ma ambigui occhi a mandorla. Anche la civetta è una abitante stabile e discreta delle notti sarde, la più diffusa probabilmente tra gli uccelli del calar del sole. È un animale astuto, capace di sopportare la convivenza con l’uomo e particolarmente adattabile nella scelta dei siti riproduttivi. In Sardegna nidifica a terra e la sua immagine è profondamente legata a quella pastorizia. Infatti, le civette sfruttano gli accumuli di pietre dei muri a secco, che spesso segnavano e talvolta segnano ancora i confini dei terreni di pascolo degli ovini, per riprodursi e nidificare. È così che i pastori si fanno protettori inconsapevoli dei rapaci notturni dai grandi occhi gialli, salvaguardando indirettamente l’habitat ideale che gli uccelli hanno trovato nei terreni dell’isola. Le civette volano maestose tra gli alberi, ma passano in questo modo anche molto tempo al suolo, così come il più piccolo dei rapaci notturni: il dolce assiolo. Si tratta di una specie lunga appena 19 cm che si nutre di insetti cacciando all’agguato e sfruttando i suoi piccoli artigli per condurre la preda al nido.

I canti delle civette, del barbagianni e dell’assiolo sembrano provenire dall’oltretomba. Ed è per questo che la tradizione sarda, con i suoi risvolti talvolta lugubri, ha assegnato ai rapaci notturni un ruolo mitologico scomodo. Secondo le leggende della terra dei nuraghi gli animali della notte e la morte avrebbero una relazione privilegiata. È nota fin dai tempi antichi la capacità degli animali di percepire prima dell’uomo il verificarsi di alcune calamità naturali. Partendo da questo presupposto, le fantasie degli antichi antenati hanno interpretato i versi dei rapaci notturni come canti dell’aldilà, veri e propri presagi di morte inaspettata. Ma civette, assioli e barbagianni non risiedono solo negli incubi di uomini e donne legati alla tradizione magica, ma dimorano felicemente nel vocabolario della lingua sarda.

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Ogni rapace notturno ha un suo nome peculiare, talvolta anche più di uno. Famosissimo in tutta l’isola il nome dato alla civetta, su cuccumiau, declinato nelle sue varianti cuccummiau e cuccumeu. Il barbagianni è invece istria, mentre il piccolo assiolo è chiamato assoggi o più

comunemente zonca. Ma il gufo? Il colore è simile a quello di su cuccumiau, ma non è un cuccumiau perché è più grande. Allora può essere s’istria, ma non lo è perché è più piccolo. A quanto pare il gufo sembra essere l’unico nottambulo senza nome e la ragione è molto semplice.

Il gufo, al contrario delle civette, dei barbagianni e degli assioli non è un incontro comune da fare sull’isola. La specie non risulta essere nemmeno annoverata tra gli inquilini del mondo animale della terra sarda. Eppure qualche anno fa, nei territori quasi inesplorati dell’interna Barbagia, dei gufi comuni sono stati avvistati. Il principe dei principi della notte è planato sull’isola e questa deve essere senz’altro una novità. I vecchi abitanti della Sardegna, infatti, erano acuti osservatori della natura tanto che coniarono un nome sardo diverso per ogni specie di rapace individuato, cogliendone quindi le differenze fisiche e comportamentali. Nonostante l’estrema discretezza del gufo, l’animale non sarebbe mai potuto sfuggire all’occhio attento di tali osservatori. Il gufo troverà spazio, oltre che tra gli alberi, nella lingua della Sardegna? C’è chi scommette che anch’esso verrà chiamato cuccumiau, proprio come la cugina civetta. L’ultima parola al tempo.