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Rita Pavone: “Se Morrissey volesse un duetto mi inginocchierei. Ultimo? Il difficile è restare”

di Redazione
4 Luglio 2026
in Musica
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(Adnkronos) – Oltre sessant’anni di carriera, un repertorio infinito e una voglia di mettersi in gioco che non conosce età. Stasera Rita Pavone sarà protagonista all’Arena Rubicone di Gatteo a Mare per La Milanesiana, la rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, dove dialogherà con il presidente della Nave di Teseo, Mario Andreose, nell’incontro ‘Un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro’. In un’intervista all’AdnKronos la cantante, 81 anni ad agosto, ripercorre gli inizi che le hanno cambiato la vita, il lungo amore con Teddy Reno, il legame speciale con Morrissey e la sua idea di musica, soffermandosi anche sul futuro del Festival di Sanremo e sul ruolo degli artisti oggi. Tra i nomi che apprezza cita Ultimo, protagonista questa sera del concerto-record davanti a 250mila persone a Tor Vergata, ma lancia anche un messaggio che suona come un consiglio alla nuova generazione di artisti italiani: “Arrivare è facile, rimanere è difficile, perché ti devi continuamente reinventare”. 

Questa sera alla Milanesiana si parlerà di passato, di futuro e del tuo percorso artistico attraverso oltre 60 anni tra musica, tv e spettacolo. Se ti guardi indietro, di che cosa vai più fiera? 

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“Sono fiera di aver osato sempre a fare il passo più lungo della gamba. E mi è andata sempre molto bene, perché ho trovato intorno a me delle persone che ci credevano e mi davano così tanta fiducia. E io non potevo assolutamente deluderle. Allora mi sono trovata a fare cose che non avrei sospettato minimamente di riuscire a fare eche invece accadevano, in maniera magnifica. Qualche volta è l’aiuto degli altri, l’affetto degli altri, che ti permette di fare cose che forse non immagineresti mai di fare”. 

Nel tuo percorso c’è tanto di tuo, però questo affetto da parte di chi ti circondava ha fatto emergere tante altre qualità… 

“Perché io ho sempre amato l’America, quelli sanno fare di tutto. Nascono cantanti, poi diventano ballerini, imitatori, attori. O viceversa, nascono attori e poi diventano cantanti e ballerini. Sanno fare di tutto. E questo aspetto mi è sempre piaciuto molto, perché ti dà la possibilità di scoprire delle possibilità in te che magari non immagini di avere. Poi lo scopri, ci lavori duramente. Nel mio caso è stato il canto, al quale però si sono accorpate un sacco di altre cose. È come un piatto importante, un arrosto, però che ha il contorno”. 

Nel settembre del 1962 hai vinto il primo premio. Che ricordi hai di quel momento e degli anni che poi sono venuti? 

“C’è una battuta che dice: ‘Quando credi che tutto sia finito, sta cominciando tutto’. Mia madre diceva che quello dello spettacolo era un ambiente brutto per una bambina. Allora disse a mio padre che lasciavo perdere. Lui, testone, mi scrisse a quello che è stato il talent iniziale italiano, ‘La Festa degli Sconosciuti’, diretta da Teddy Reno, con l’egida di ‘Sorrisi e Canzoni’, dove il premio era fare un disco per la Rca. Quando mamma lo scoprì ci fu una discussione. Io mi sentivo un po’ in colpa, perché stavo creando il primo grande attrito tra di loro. Papà disse: ‘Bisogna andare a Roma e farle fare questo provino perché è passata’. Lei si infuriò e rispose: ‘Con quali soldi andiamo a Roma?’. Papà rispose: ‘Ma tu non hai messo da parte i soldi per comprare il frigorifero?’. E mamma, poveretta, che aveva ancora la ghiacciaia, disse: ‘Pensi soltanto a te stesso’. Ci fu una litigata e papà smorzò tutto con una frase lapidaria: ‘Penso che la vita di nostra figlia valga almeno un frigorifero’. Con questa benedizione partii ed lì cominciò tutto”. 

Anche la tua storia d’amore con Teddy Reno ha fatto sognare generazioni. Siete sposati da quasi 60 anni. Ci avresti scommesso? 

“Mi sono accorta che la persona che amavo era vicino a me da anni: non me ne ero accorta. Noi ci abbiamo molto creduto, abbiamo lottato contro tutto e tutti. Sembrava avessimo rapinato la Banca d’Italia perché ci volevamo bene. Poi c’era gente cattiva che ti faceva battute antipatiche: ‘Una storia che durerà il tempo di una canzone, tre minuti’. Invece sono 58 anni che siamo sposati e io sono felice, siamo felici. Abbiamo vissuto in maniera divertente, ci siamo amati molto, ci siamo divertiti, abbiamo girato il mondo insieme”. 

Adesso c’è anche un altro traguardo: la settimana prossima tuo marito compie 100 anni 

“È una bellissima data. Il geriatra mi ha detto che lui ha una tale forza che potrebbe arrivare anche a 105 anni”. 

E come festeggiate? 

“In famiglia, tranquillamente, con il figlio del primo matrimonio, il compagno, i nipoti, i miei figli. Facciamo una cosa in famiglia, che è la cosa più bella di tutte, perché è una cosa che dobbiamo godere noi”. 

Il nuovo direttore artistico di Sanremo, Stefano De Martino, ha detto che vorrebbe rendere il Festival sempre più internazionale. Tu che hai vissuto epoche diverse della manifestazione, pensi sia la direzione giusta o si rischia di perderne l’identità? 

“Io credo che bisognerebbe aggiornare le cose. Ad esempio, eviterei gli interventi. Mi piace l’Eurovision perché praticamente ascolti tutte le canzoni. Da noi uno canta una canzone drammatica e poi arriva il comico. Gli artisti non devono arrivare all’una di notte: ci deve essere equità per tutti. Io penso che De Martino abbia delle idee molto chiare. È giovane e può fare delle cose interessanti. Prima di tutto è un musicista, suona il pianoforte magnificamente, canta molto bene, è un ballerino completo. Può darsi che dia una aggiustatina al tutto, che aggiusti il tiro e magari vengano fuori delle cose diverse che possono essere interessanti. Io mi ricordo sempre, e l’ho amato tantissimo, quando facevano Sanremo con i cantanti stranieri che cantavano la stessa canzone degli artisti in gara. Era bellissimo, perché sentivi lo stesso brano ma interpretato in maniera diversa. Questa è una cosa che bisognerebbe riprendere”. 

Sarebbe anche un’apertura all’estero e alle grandi star internazionali 

“Sì, le star internazionali che vengono a cantare sarebbe una delle cose più belle”. 

A proposito di star, tu ne hai incontrate tante, da Elvis ai Beach Boys. E poi sei anche la musa di Morrissey, che ti ha omaggiata nel suo concerto a Milano, nel marzo scorso 

“Morrissey mi ha fatto morire (dice lasciandosi andare a una fragorosa risata, ndr). Quando a febbraio è salito dalle scale del Fabrique, a Milano, ha aperto la porta e mi ha abbracciata come se ci conoscessimo da una vita. Poi mi ha dato il suo libro e ha scritto: ‘Alla mia musa, Rita Pavone’, con un cuore”.  

‘Moz’ è un tuo grande fan, ha raccontato di aver comprato il tuo disco ‘Cuore’ quando aveva sei anni e di conservarlo ancora oggi 

“In tutte le cose che lui fa, anche nel pre-show, mette molte volte dei miei brani degli Stati Uniti. Lui è sempre stato un mio grande amico. Io sono rimasta folgorata perché non riuscivo mai a incontrarlo. Mi dicevano tutti: ‘Ha un carattere…’ Ma quale carattere? È uno che si difende. È stato molto bello perché quel giorno avevo la febbre ed ero a letto. Avevo parlato con degli amici che mi avevano detto: ‘Te lo facciamo incontrare noi’. Lui parla sempre di me nei suoi libri. Ha detto: ‘Il giorno che morirò, nella mia bara voglio ‘Heart’’ di Rita Pavone… Il giorno del concerto pensavo non sarebbe successo niente. Ero a letto, mio figlio entra in camera e mi dice: ‘Se vuoi vedere Morrissey ti devi svegliare subito’. È stato bellissimo. Lui ha fatto un concerto strepitoso e mi ha omaggiata all’inizio con ‘La pappa col pomodoro’ ma in versione inglese: ‘The Man Who Makes the Music’. Mi sono divertita da morire”. 

E un duetto insieme non salta fuori? 

“Mah, non lo so. Se la vita vuole questa cosa io mi inginocchierò, però non pretendo niente. È stato un incontro talmente bello che mi ha lasciato una grande gioia. Ho vissuto dei momenti di grande felicità”. 

Tu non hai mai avuto paura di dire quello che pensi, anche a costo di suscitare polemiche. Mi ricordo, per esempio, quando commentasti il messaggio dei Pearl Jam in concerto a Roma che parlavano dei porti aperti… 

“Io ho visto anche i Blur e un altro gruppo che durante un’intervista televisiva hanno detto che è errato parlare della politica di un Paese in cui non si vive. Allora quello che ho detto io è la stessa cosa: è errato parlare di qualcosa che non conosci. Tu non vivi la nostra realtà e io non vivo la tua. Non puoi venire qui a dirci quello che dobbiamo fare, non lo trovo corretto. Poi su tutto il resto lasciamo stare. Io di artisti importanti ne ho conosciuti talmente tanti. Il 17 marzo del 1965 ero in cartellone negli Stati Uniti dopo Duke Ellington e prima di Ella Fitzgerald. Sono stata in cartellone con Frank Sinatra, con Cher. A me non importa nulla: pensino quello che vogliono. Però credo che ognuno abbia il diritto di esprimere una propria educata opinione. Io non ho detto niente di cattivo”. 

Era una premessa per chiederti se condividi anche quanto sostiene Francesco De Gregori, cioè che gli artisti non dovrebbero esprimersi dal palco su temi che esulano dalla musica 

“Lo condivido e credo che sia giusto. Quando vai a fare un concerto, fai un concerto e hai un pubblico eterogeneo che magari la pensa in maniera diversa dalla tua oppure come te. Per quale motivo parlare di politica? Ne parlano fin troppo”. 

Stasera Ultimo si esibisce davanti a 250mila persone, facendo un record. Ci sono fan che sono arrivati dieci giorni prima. Tu che hai avuto successo da giovane, arrivare a 30 anni a radunare tutta questa gente in un solo concerto può fare paura oltre che piacere? 

“Se fossi una persona che si occupa di nuovi talenti direi questo: arrivare è facile, rimanere è difficile, perché ti devi continuamente reinventare. Spesso e volentieri, soprattutto nella discografia di oggi, è difficile, perché non te lo fanno fare. ‘Ha funzionato quel pezzo così? Ne facciamo un altro simile’. Invece no. L’artista deve crescere interiormente, perché gli anni passano e cambia il modo di vedere le cose. Ci sono questi momenti di grande successo e poi magari dopo quattro o cinque mesi non ti chiama più nessuno. E quello diventa, per un ragazzo, un dramma. Per questo molte volte ci sono improvvisi crolli degli artisti. Bisogna camminare piano piano, avere la certezza che non puoi fare 300mila persone e poi avere cinque pezzi da cantare. Allora devi invitare qualcuno che canti con te e fare il duetto. Quando hai un repertorio di almeno quindici canzoni puoi cominciare a fare le cose. Ma questo non dipende dai ragazzi, dipende da chi hanno intorno. Quando mi dicono: ‘Quando vai in scena sei tranquilla perché hai lavorato?’. No, assolutamente. Perché prima, quando non eri nessuno, al massimo continuavi a essere nessuno. Ma quando sei arrivata, c’è un momento in cui devi per forza dimostrare che ci sei. Perché loro si aspettano questo. Allora diventa molto più pesante con gli anni, perché prima non eri niente, ma male che va resti niente. Dopo invece da te si aspettano delle cose. Per questo non bisogna mai dare per scontato quello che scontato non è”. 

C’è qualcuno della nuova generazione di artisti che segui con interesse? 

“Mi piacciono Ultimo, Irama, Elodie, Arisa e anche Annalisa. Ci sono delle belle voci. Devono trovare intorno a loro persone che gli stiano vicine, perché il successo arriva ma qualche volta come arriva se ne va. Alcuni di loro hanno già capito l’andazzo e meritano il successo che hanno”. 

Dopo una carriera così ricca di esperienze e soddisfazioni, c’è ancora qualcosa che sogni di fare che non abbiamo visto di Rita Pavone? 

“Ho fatto davvero di tutto tutto. Ho imitato, ho cantato, ho ballato, ho fatto di tutto. Ad agosto farò 81 anni e, nonostante ciò, io in scena ancora non me li sento”. (di Federica Mochi) 

Tags: adnkronoscronacaItaliamusicaRita Pavoneultimora
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