“Una fossa dove mi hanno seppellito fin da bambina”. Questa è la descrizione che fa Annetta del ruolo che la famiglia le ha assegnato. Annetta ha il volto segnato dalla sofferenza e dal carico di morte che suo malgrado deve portarsi addosso: ciascuno ha il proprio ruolo all’interno di una comunità e il suo ha un peso che in pochi possono sopportare. Annetta è l’accabadora del titolo, interpretata dalla bravissima Donatella Finocchiaro, attrice che nella sua carriera ha lavorato con registi del calibro di Marco Bellocchio, Giuseppe Tornatore ed Emanuele Crialese, collezionando numerosi premi e riconoscimenti.

Il film, uscito alla fine di aprile 2017, è una co-produzione italo-irlandese che ha trovato una buona distribuzione in diverse parti d’Italia, oltre che grande successo in tutte le sale della Sardegna in cui è stato proiettato. Grazie al tema affascinante, quasi a metà strada tra il mitologico e lo storico, il pubblico ha risposto bene a quella che per il regista Enrico Pau è stata in qualche modo una novità nella sua carriera cinematografica.

Girata tra Collinas, il villaggio di San Simone, la Giara di Genoni e una Cagliari ricostruita grazie al sapiente uso degli effetti speciali, la pellicola racconta dell’arrivo di Annetta nel capoluogo sardo durante i bombardamenti del 1943 alla ricerca della nipote Tecla. La ragazza, come drammaticamente succedeva (e succede) in guerra è finita a fare la prostituta e Annetta impiegherà tutte le sue forze per cercare di salvare la giovane e allo stesso tempo per salvare sé stessa, attaccandosi alla nipote come l’ultimo brandello di amore che le resta. Già, perché questo è un racconto d’amore, nel senso più ampio e puro del termine, dove una donna che non ha mai esplorato questo sentimento si trova ad incontrarlo in un momento e un luogo in cui tutto intorno a lei parla di morte. Un intreccio di emozioni contrapposte che lo spettatore vive insieme ad Annetta la quale, circondata da spiriti del passato e nuovi incontri, riuscirà a dare un senso alla propria esistenza.

Il film non vuole avere la presunzione di dare una risposta all’interrogativo se la femmina accabadora sia davvero esistita o meno, però è intrigante pensare che così sia stato. Sarebbe un modo per attestare la Sardegna come un luogo all’avanguardia nell’affrontare e risolvere problematiche sociali per le quali, a tutt’oggi, non abbiamo risposte adeguate.

Pau con Donatella Finocchiaro

Vi lasciamo con un paio di battute scambiate col regista Enrico Pau.

Com’è nata l’idea per questo film?
È un argomento che ha iniziato a ronzarmi in testa molti anni fa. Dopo aver letto un saggio sul tema e aver girato un cortometraggio con degli allievi a Santu Lussurgiu nel 2004 ho iniziato a ragionare su questo progetto. La figura dell’accabadora che molti affermano di aver visto in azione, ma che l’antropologia ufficiale ovviamente non conferma per mancanza di prove oggettive, suscitava grande interesse. Per me e Antonia Iaccarino, sceneggiatrice insieme a me, non importava dare una risposta a questo mistero, a noi interessava soprattutto raccontare una storia.

La produzione poi è stata molto lunga e dispendiosa dal punto di vista del tempo e delle energie, quasi 7 anni di lavorazione che però sono stati ampiamente ripagati.

Collocare la storia nel 1943 è stata una scelta precisa?
Sì, inevitabile direi! Da una parte è stato un omaggio verso la memoria che quel tragico anno è stato per Cagliari e per chi l’ha vissuto. Io sono cresciuto coi racconti di mia madre sui bombardamenti e su com’erano terribili quelle giornate del febbraio del 1943 e dei mesi successivi, quando la città fu distrutta dalle bombe americane.

Inoltre mi ero ripromesso di scrivere e raccontare una storia ambientata in quel periodo storico prima o poi. Unire questi due temi che sembrano non collimare tra loro, ma che si collegano piuttosto bene è stata una tentazione incredibile e affascinante dal punto di vista narrativo e sono contento di avere seguito il mio istinto.

Donatella Finocchiaro