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S&H Magazine

Angelo Pilloni. Viaggio tra i murales di San Sperate

di Annalisa Murru
29 Gennaio 2019
in Arte, Itinerari, Sardegna
🕓 4 MINUTI DI LETTURA
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San Sperate, un murales di Angelo Pilloni

San Sperate, un murales di Angelo Pilloni

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A soli 20 minuti da Cagliari, si trova un paese dal valore artistico e sociale inestimabile: San Sperate, una galleria d’arte a cielo aperto.

Proprio lì nacque il muralismo sardo, differente negli intenti da ogni forma di muralismo preesistente in altre parti del mondo come la Finlandia, la Norvegia e il Sudamerica.

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Ho fatto un viaggio nella storia di questo gioiello sardo con uno degli artisti più rappresentativi di questo movimento, il muralista Angelo Pilloni, cugino di colui che in quei poveri muri vide la possibilità di un riscatto.

Mi riferisco allo scomparso ma immortale Pinuccio Sciola, originario di San Sperate; era il 1968, anno di rivoluzioni e di iniziative popolari per antonomasia, e nel mese di giugno il paese si preparava a celebrare il Corpus Domini.

Come Angelo racconta, era usanza dei cittadini addobbare le case esponendo esternamente i più preziosi oggetti di uso domestico, come le coperte lavorate e le lenzuola bianche.

Proprio quel bianco candido diede a Sciola l’idea che sancì le nuove sorti del paese. “Perché non dipingerci su?”, si chiese. Dopo qualche istante l’attenzione passò dalle lenzuola ai muri retrostanti, che erano scuri perché formati da mattoni di fango.

“Da quel momento partì la vestitura dei muri in bianco immacolato”, spiega Angelo.

Sciola chiamò a raccolta tutti i migliori pittori del momento e gli artisti conosciuti nelle accademie d’arte che frequentò anche all’estero, dando una nuova luce alle case: tante tele bianche furono a disposizione di tutti, una forma di espressione ibrida prese vita.

Gli artisti erano anche un po’ guerrieri, capaci di difendere pacificamente la storia che quelle case raccontavano; il paese cresceva e le amministrazioni volevano abbattere le vecchie case per costruirne di nuove. Gli artisti locali si opposero fortemente bloccando diverse volte le ruspe, perché quell’atto avrebbe cancellato le radici identitarie e la ricchezza culturale del luogo.

Lo stesso Giardino Megalitico, il parco cittadino disseminato di pietre sonore e installazioni artistiche create con materiali di recupero, fu ostacolato dalla politica locale.

Il murales nasce, quindi, come pretesto per unire le persone e creare spazi pubblici in cui poter comunicare. Allora i mass media erano inaccessibili al popolo, e quei muri bianchi divennero come pagine sulle quali scrivere informazioni e dare notizie di pubblica utilità; in quegli anni, nella piazza centrale di San Sperate, furono installati dei pannelli e fu messa a disposizione una cassetta con dei colori, che chiunque poteva utilizzare per scrivere e disegnare.

I murales contenevano slogan, frasi e soggetti grafici di varia natura e spesso entravano in conflitto con la politica che a quei tempi era strettamente legata alla Chiesa e non dava molte possibilità per distogliersi da quelle che Angelo definisce come “idee di sussistenza ed esistenza”. Ma gli artisti locali che parteciparono a questa colorata rivoluzione cercavano proprio quello: lo scambio di idee, di opinioni, la possibilità di dire “Questo è il nostro popolo, queste le nostre tradizioni, questo il nostro pensiero”.

Il bianco fu il mezzo per proteggere la sacralità del luogo, e il muralismo, il frequentare la strada per disegnare, parlando al contempo con le persone, divenne il pretesto per discutere dell’identità e della lingua sarda, del senso di appartenenza al territorio e dell’importanza di valorizzare le tradizioni e le peculiarità di un popolo che fino ad allora era rimasto nell’ombra.

Angelo disegnava occasionalmente, aveva intrapreso la carriera di farmacista con un trascorso da musicista all’estero che lo rese consapevole di quanto la Sardegna, pur essendo povera, lo avesse arricchito come persona. Nel 1972 venne travolto da quel gruppo di artisti un po’ anarchici e decise di riprendere in mano i pennelli, dando un contributo fondamentale alla missione del muralismo.

Infatti, la sua visione del murales è frutto del profondo rispetto che nutre per le famiglie che vivono all’interno di quelle mura.

Il fine dei suoi dipinti è celebrare le persone comuni e il disegno deve, in qualche modo, omaggiare la famiglia che abita la casa o il luogo in cui si sta operando.

L’arte non è un’autoaffermazione del proprio talento, ma un modo per fare comunità e riscoprire le caratteristiche del territorio.

I murales di Angelo raffigurano uomini, donne e bambini impegnati in azioni quotidiane, e il realismo dei volti e delle espressioni è tale da lasciare senza fiato: “La vita è dentro lo sguardo della gente; attraverso gli occhi, il sorriso e le nervature facciali capisci chi sono le persone, cosa hanno dentro”.

Passeggiare a San Sperate equivale ad ammirare un museo creato dalle menti e dalle mani di artisti sardi e internazionali, con la consapevolezza che da lì il muralismo arrivò ad Orgosolo e nel resto della Sardegna.

Nonostante siano passati tanti anni da quel 1972 in cui si costituì l’associazione Paese Museo, voluta da Sciola, ancora oggi le iniziative di stampo artistico e aggregativo non mancano, in un viaggio nell’arte senza tempo e confini.

Tags: Angelo PilloniSan SperateSardegna
Annalisa Murru

Annalisa Murru

“Non è mai troppo tardi” è il filo conduttore della mia esistenza, ma la scrittura è arrivata presto e non se n'è più andata. È legata alle emozioni, delle quali mi nutro ogni giorno per scavare dentro e fuori di me.

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