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Regeni, il pm: “Corpo di Giulio spezzato dal dolore, Egitto ha protetto gli aguzzini”

di Redazione
23 Giugno 2026
in Italia & Mondo
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(Adnkronos) – Quello di Giulio Regeni è “un corpo spezzato dal dolore. Ed è su tutto questo che il regime egiziano non ha voluto indagare. È per tutto questo che il regime egiziano ha scelto di proteggere gli aguzzini. Non ha chiamato a rispondere i propri ufficiali delle nefandezze compiute. Ha scelto, consapevolmente, di coprirli”. Così il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco, nel corso della requisitoria del processo che vede imputati quattro 007 egiziani accusati del sequestro e dell’omicidio
del ricercatore friulano rapito, torturato e ucciso in Egitto dieci anni fa.  

Colaiocco nell’aula bunker di Rebibbia ha mostrato le immagini della Tac eseguita dai consulenti medico-legali della procura. “Giulio ha sopportato tutto lucidamente. Senza sedazione. Senza narcotici. Senza alcun sollievo”, ha spiegato Colaiocco – I medici legali egiziani avevano individuato una sola frattura, al braccio destro. La Tac eseguita in Italia ne rivelò venti. Cinque ai denti. Quindici alle strutture ossee. Venti fratture. Non una. Venti. Ed è da queste immagini che inizia il racconto, freddo e oggettivo, delle torture inflitte a Giulio Regeni”. 

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“Ogni segmento anatomico racconta una diversa modalità di sevizia. Ogni distretto corporeo testimonia una fase diversa dell’accanimento. Non si tratta di percosse. Si tratta di una metodica di annientamento. Quanto alla causa terminale della morte, l’autopsia italiana accerta che Giulio non muore per la sommatoria delle lesioni, pur gravissime. Muore per un atto finale volontario. ‘We Crashed Him’”, ha ricordato il procuratore aggiunto Colaiocco. “Tutte le lesioni non sono state inferte nello stesso momento. Sono state prodotte in tempi diversi, nel corso dei sette giorni di sequestro, tra il 25 gennaio e il 1° febbraio. Questo significa che Giulio è stato torturato ripetutamente. Interrogato, picchiato, lasciato sopravvivere, nuovamente torturato. Per giorni”. 

“Occorre trarre una conclusione netta sul pista inglese. Tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione. E deve dirsi oggi, con assoluta chiarezza, che da quel versante non è emerso alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro, delle torture e dell’omicidio” di Regeni, ha spiegato il pm in aula, aggiungendo che “Giulio non era una spia”. 

“Ma vi è di più. È oggi doveroso affermare che ogni aspetto dell’attività svolta da Giulio Regeni nel Regno Unito è stato chiarito in modo definitivo. Ciò vale: per i rapporti scientifici tra Giulio e la professoressa Maha Abdelrahman prima della partenza per il Cairo; per le relazioni attribuite alla professoressa con la Fratellanza Musulmana o con apparati di intelligence britannici, relazioni rimaste sul piano della mera illazione; per l’assenza assoluta di qualsiasi elemento che possa anche soltanto far ipotizzare un rapporto tra Giulio Regeni e i servizi di intelligence del Regno Unito. Sul punto assume valore particolarmente significativo quanto riferito dal direttore dell’Aise, Alberto Manenti: ‘Posi uno specifico quesito al direttore dell’MI6 inglese chiedendogli se Regeni appartenesse o meno al loro servizio. A domanda precisa rispose di no; e la mia sensazione, indotta dall’esperienza, era che il mio interlocutore in quel momento non stesse mentendo’. Si tratta di una dichiarazione di particolare peso istituzionale, resa dal vertice del servizio di intelligence italiana. Ebbene, all’esito di tutte le acquisizioni compiute, questo Ufficio ritiene che il quadro probatorio sia giunto ad un punto fermo – ha proseguito Colaiocco -. Non vi è alcun elemento che consenta di individuare nel versante inglese la chiave interpretativa del delitto”. 

“Non vi è alcun elemento che sostenga ipotesi alternative alla responsabilità degli apparati egiziani. Si tratta di una conclusione che coincide, del resto, con quella raggiunta dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta, le cui risultanze sono state acquisite agli atti del dibattimento per ordinanza della Corte. La pista inglese, dunque, non conduce da nessuna parte. Se non ad una conclusione: Giulio Regeni era in Egitto per ciò che aveva sempre dichiarato di essere: un dottorando di Cambridge impegnato in una ricerca sul sindacalismo indipendente. Ed è in Egitto, e solo in Egitto, che bisogna cercare i suoi sequestratori, i suoi torturatori, i suoi assassini”, ha evidenziato. 

Il ricercarore, ha continuato il pm, “fu privato non soltanto della libertà e della vita. Fu privato della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti. Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa, limite. Uno spazio in cui il potere aveva assunto la forma dell’arbitrio puro”.  

“Ma vi è una seconda verità, ancor più drammatica. A compiere tutto questo, alla luce delle prove che il dibattimento ha progressivamente fatto emergere, non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita. Furono uomini dello Stato – ha sottolineato Colaiocco – Furono appartenenti agli apparati di sicurezza. Furono, cioè, proprio coloro ai quali uno Stato affida l’uso legittimo della forza. Ed è qui che il delitto assume una dimensione ulteriore. Quando la forza istituzionale, nata per proteggere, diventa forza di oppressione; quando la funzione pubblica, nata per garantire sicurezza, si converte in strumento di tortura, allora non è colpita soltanto la singola vittima. È colpita l’idea stessa di civiltà giuridica. È colpito il principio che nessun potere può esistere senza responsabilità. È colpita la nozione, elementare e insieme solenne, che sopra lo Stato vi deve essere la legge”. 

“Ciò che qui si giudica – le parole si Colaiocco – non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia. Ciò che qui si giudica è la tortura protratta come strumento di dominio. E quell’uomo aveva un nome, un volto, una storia. Giulio Regeni”.  

“Un cittadino italiano. Un giovane ricercatore. Un uomo libero. Un uomo che il 25 gennaio del 2016 entra, inconsapevole, in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza. Da quel momento Giulio Regeni non è più una persona – ha aggiunto Colaiocco nella requisitoria dall’aula bunker di Rebibbia – Diventa un corpo sequestrato. Diventa un soggetto da piegare. Diventa un destinatario di violenza. Diventa, per chi lo detiene, materia su cui esercitare il potere assoluto”. 

“Il processo che giunge a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri. Esso è stato un processo contro il silenzio. Contro il silenzio di chi non voleva parlare, di chi non voleva collaborare. Di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose. Contro i depistaggi”, ha continuato. 

“Perché, secondo l’ordine naturale delle cose, questi fatti avrebbero dovuto essere accertati e giudicati nel luogo in cui furono commessi. Sarebbe stato compito dell’Egitto ricercare i responsabili, assicurare le prove, offrire alla vittima e alla comunità internazionale una risposta di giustizia. Ma quel che si è progressivamente rivelato è stato l’esatto contrario: un sistema di ostacoli, di opacità, di resistenze, di chiusure che ha reso via via evidente una conclusione tanto semplice quanto drammatica. Che questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo – ha aggiunto il procuratore aggiunto di Roma – Che questa verità, se non fosse stata ricercata dalla magistratura italiana, sarebbe rimasta sommersa. Che questa morte, se non fosse stata portata davanti a un giudice, sarebbe stata consegnata all’oblio. E allora la giurisdizione italiana si è assunta appieno le proprie responsabilità. Ha affermato che la tortura e l’omicidio non possono trovare riparo dietro i confini. Ha affermato che neppure la ragion di Stato può diventare ragione di impunità. Lo ha fatto con gli strumenti della legge. Lo ha fatto nel rispetto delle garanzie. Lo ha fatto entro il perimetro rigoroso del processo penale. Ma lo ha fatto con una determinazione che costituisce essa stessa una risposta istituzionale al tentativo di sottrarre questi fatti alla giustizia”. 

Colaiocco ha poi ricordato quello che “la più alta delle istituzioni, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha più volte in questi dieci anni ribadito. Che verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale. Nonché l’impegno del nostro ordinamento affinché sia fatta piena luce sulle circostanze e le responsabilità che segnarono il tragico destino di Giulio Regeni” ha aggiunto. 

Tags: adnkronoscronacaGiulio RegeniItaliaultimora
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