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Farian Sabahi: Iran, il potere dei Pasdaran e la paura dei vicini nel Golfo

di Redazione
19 Febbraio 2026
in Italia & Mondo
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(Adnkronos) – Quando Farian Sabahi arriva al Guarini institute della John Cabot University, la notizia del giorno è già un segnale: esercitazioni iraniane nello Stretto di Hormuz, nel pieno di un nuovo ciclo di pressione e contro-pressione tra Teheran, Washington e Israele. Nella sua lezione, introdotta dal professor Federigo Argentieri e coordinata da Martina Atanasova della International Relations Society dell’università, Sabahi non presenta l’Iran come un enigma indecifrabile, ma come un sistema coerente, dove storia, ideologia, economia e architettura del potere militare si tengono insieme. E dove, soprattutto, diplomazia e deterrenza non sono alternative: sono due strumenti della stessa strategia. 

I negoziati indiretti a Ginevra hanno riportato al centro il dossier nucleare e il tema delle sanzioni. Intanto, sul mare, l’Iran mostra i muscoli: esercitazioni, messaggi, chiusure temporanee di tratti dello Stretto per ragioni di sicurezza. Per Sabahi, professoressa associata di Storia contemporanea all’Università dell’Insubria, esperta di Iran e autrice di “Noi donne di Teheran”, “Storia dell’Iran 1890-2020”, e “Alla corte dello scià”, la simultaneità non è contraddizione: è il metodo. L’Iran che emerge dalla lezione è un attore che ragiona su tre binari: guerra, diplomazia, cambiamento interno. Ma la terza via, in questo momento, appare soffocata: negli ultimi mesi si sono susseguiti arresti, repressione, isolamento delle correnti riformiste. 

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Il formato dei colloqui resta quello indiretto, mediato dall’Oman. L’agenda ruota attorno a elementi noti: limiti al programma nucleare, ispezioni, gestione delle scorte di uranio, alleggerimento delle sanzioni. La posizione iraniana insiste su uno scambio preciso: maggiore accesso agli ispettori internazionali in cambio di benefici economici concreti. Tra le richieste di Teheran non c’è soltanto il sollievo dalle sanzioni, ma anche la restituzione degli asset congelati in seguito alla crisi degli ostaggi del 1979-81. 

Il tema della credibilità degli accordi emerge come fattore chiave. Il precedente del 2018, nella lettura di Sabahi, non è un dettaglio negoziale, ma uno spartiacque politico: la decisione unilaterale dell’amministrazione Trump, al primo mandato, di uscire dal Jcpoa e imporre nuove sanzioni, comprese quelle secondarie. Misure che hanno di fatto impedito anche agli europei di mantenere gli impegni assunti nell’accordo nucleare. 

Sabahi sottolinea che le sanzioni non rappresentano solo uno strumento geopolitico, ma una variabile interna decisiva. Inflazione elevata, svalutazione del rial e perdita di potere d’acquisto incidono direttamente sulla stabilità sociale. “Se si vuole aiutare gli iraniani dentro l’Iran, l’unico modo è togliere le sanzioni economiche. Non si può fare una rivoluzione con il portafoglio vuoto”. La compressione economica, osserva, produce anche effetti distorsivi: espansione dei mercati paralleli, incertezza nei prezzi, comportamenti difensivi da parte di commercianti e consumatori. 

Sabahi porta esempi molto concreti: negozi che chiudono, beni che vengono trattenuti perché “domani costeranno di più”, non solo per i consumatori, ma per gli stessi negozianti, e quindi all’ingrosso. Non è solo malcontento. È un meccanismo che, paradossalmente, può rendere la società meno capace di sostenere mobilitazioni prolungate. 

Lo Stretto di Hormuz è la “leva” strategica per eccellenza. Non perché l’Iran lo chiuda ogni volta, ma perché la sola possibilità che possa farlo influenza mercati, assicurazioni, catene logistiche, e decisioni politiche. Attraverso Hormuz passa circa un quinto del consumo mondiale di petrolio (in termini di “petroleum liquids”) e circa un quinto del commercio globale di gnl. È abbastanza da renderlo un punto di vulnerabilità globale. 

Uno dei passaggi più interessanti della lezione di Sabahi non riguarda Teheran, ma Doha e Abu Dhabi. Sabahi descrive la reazione dei Paesi del Golfo davanti all’ipotesi di ritorsioni iraniane, e lo fa con una logica “infrastrutturale”. “Il timore”, spiega, non è solo che vengano colpite basi o asset militari. Il timore vero è un colpo alle infrastrutture critiche, in particolare alle centrali elettriche. Nel Golfo, elettricità significa acqua. 

Senza elettricità, saltano gli impianti di desalinizzazione, in un’area dove l’acqua potabile dipende in larga parte da essi. Non funzionerebbero nemmeno gli ascensori, indispensabili nei grattacieli, e i condizionatori, elemento essenziale per la vivibilità urbana. In questo senso, la deterrenza iraniana non deve necessariamente puntare a obiettivi militari “classici”, e non serve farlo con sofisticati missili balistici. Può minacciare infrastrutture civili critiche: elettricità e acqua, cioè stabilità sociale. 

Qatar, Emirati e Oman hanno un interesse diretto a raffreddare l’escalation. Se lo scontro si allarga, se gli Stati Uniti bombardano, i Paesi del Golfo diventano bersagli plausibili, anche solo come “piattaforme” dove sono presenti truppe americane. Per questo spingono per canali indiretti, mediazioni, formati discreti. 

La parte più “strutturale” della lezione riguarda l’architettura militare: l’Iran, ricorda Sabahi, ha un doppio sistema. Da una parte l’esercito regolare, dall’altra i pasdaran, creati per preservare il sistema, controllare l’ordine interno e proiettare influenza all’esterno. Questa dualità non è un dettaglio istituzionale: è un meccanismo anti-colpo di stato e, al tempo stesso, la base del potere contemporaneo. Sabahi insiste: i pasdaran sono forti militarmente, ma anche economicamente e politicamente. In un Paese sotto sanzioni, il controllo dei confini e dei flussi alimenta contrabbando e rendite. E chi controlla i confini controlla anche le ricchezze. 

Questo punto si collega direttamente al tema sanzioni. In un’economia “compressa”, si espandono mercati paralleli e reti informali. Sabahi descrive come beni teoricamente non disponibili finiscano comunque nel Paese, e come questo alimenti potere e capitale politico per le strutture che gestiscono quei canali. È anche per questo che ogni ipotesi di “transizione semplice” appare illusoria: non c’è solo una leadership da sostituire, ma un ecosistema di potere con interessi materiali profondi. 

La lezione entra poi nel tema che Sabahi conosce e racconta da anni: le donne iraniane, l’asimmetria giuridica e la forza culturale di una società che, nonostante tutto, produce capitale umano. Le donne rappresentano oggi circa due terzi delle matricole e due terzi dei laureati. Solo l’8% della popolazione universitaria iraniana, uomini e donne insieme, sceglie facoltà umanistiche, mentre prevalgono discipline scientifiche e tecniche. 

Sabahi cita simboli globali: Shirin Ebadi, Nobel per la Pace 2003, oggi esule a Londra; Narges Mohammadi, Nobel per la Pace 2023, attualmente detenuta a Zanjan; Maryam Mirzakhani, medaglia Fields per la matematica. Ma subito dopo mette a fuoco la frattura: in tribunale, “la mia parola vale la metà”, la “blood price” vale la metà, l’eredità vale la metà. E la libertà di movimento resta condizionata. 

Poi arriva uno dei passaggi più interessanti sul presente: dopo il movimento “donna vita libertà”, il regime ha scelto un pragmatismo difensivo. L’allentamento sull’applicazione delle norme sul velo è stato deciso nel 2025 dal Consiglio dell’Interesse Nazionale, organo voluto dall’Ayatollah Khomeini qualche mese prima della sua morte per dirimere le dispute tra i diversi centri di potere. 

Il principio di base, ricorda Sabahi, è esplicito: decidere in funzione dell’interesse nazionale e della preservazione della Repubblica islamica. La legge sull’obbligo di coprire il capo resta, ma l’enforcement cambia: “il codice è sempre quello, ma l’ordine alla polizia è di non metterlo in pratica”. Un allentamento controllato per salvare rigore islamico e stabilità politica. Non è chiaro però se lo stesso format sarà ripetuto nei negoziati con gli Stati Uniti. (di Giorgio Rutelli) 

Tags: adnkronoscronacaIranmondoultimora
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