Bentrovati amici lettori,

per il nostro appuntamento di #ioraccontoaSH e in occasione del Ferragosto vi propongo un racconto nerissimo, nel senso che è un noir con la N maiuscola! 

Questo scrittore l’ho conosciuto recentemente ma ne ho apprezzato subito il grande talento. Sto parlando di Gianluca Arrighi.

Gianluca nasce nel 1972 a Roma. Avvocato penalista di successo, è considerato uno dei maestri del thriller italiano. Ha pubblicato i romanzi Crimina romana (Gaffi Editore, 2009), Vincolo di sangue (Dalai Editore, 2012), L’inganno della memoria (Edizioni Anordest, 2014), Il confine dell’ombra (Cento Autori, 2017) e Oltre ogni verità (Cento Autori, 2018). È inoltre autore di numerose novelle noir pubblicate da quotidiani e settimanali nazionali. Il suo ultimo romanzo Intrigo in Costa Verde (Cento Autori), appena uscito in libreria, è un intrigante giallo ambientato in Sardegna. 

Come sottofondo musicale suggerisco un grande classico e colonna sonora di un film, Suspiria dei Goblin.

Vi auguro buona lettura e vi do appuntamento a venerdì prossimo con un’altra storia.

Buona lettura
Aurora Redville

La stanza delle visite

di Gianluca Arrighi

Nel grande giardino spirava una brezza autunnale che preannunciava l’inizio dell’inverno. Alcuni pallidi raggi di sole, liberati da uno squarcio di cielo, illuminavano le eleganti palazzine a due piani. I viali erano circondati da eriche rigogliose, costellate da piccoli fiori a campanula che sfioravano ogni tonalità di rosa. Solo un elemento stonava con l’armonia e la bellezza di quel posto: erano le sbarre alle finestre che ricordavano in modo crudele come quella fosse la stanza delle visite di una clinica psichiatrica. Giorgio Terlizzi stava aspettando che conducessero sua moglie, Roberta, nella sala delle visite per incontrarlo. L’uomo fece un respiro profondo. Rivederla ogni volta in quella dimora per malati di mente gli spezzava il cuore. La porta dietro di lui si aprì e un inserviente, con indosso un camice bianco, entrò portando sopra un vassoio due tazze di tè.

“Sua moglie sarà da lei tra un minuto, signor Terlizzi” disse con tono gentile, mentre posava una tazza sul tavolo di fronte a Giorgio e l’altra di fronte alla sedia vuota destinata a Roberta. Appena l’inserviente uscì dalla stanza, Giorgio si rese conto di come le tazze, che inizialmente gli erano sembrate di porcellana, fossero invece di materiale plastico. Immaginò che dovesse essere una precauzione per proteggere i pazienti da loro stessi piuttosto che un tentativo di fare economia sui conti della clinica. Subito dopo venne pervaso da un senso forte di malinconia. Gli si strinse un nodo alla gola. Amava ancora sua moglie, profondamente. Quando Roberta iniziò a dare segni di squilibrio, lui sperò che si trattasse solo di un forte esaurimento nervoso e che, con le cure adeguate, presto sarebbe guarita. Ma così non era accaduto. La malattia era avanzata a una velocità impressionante. E proprio per questo aveva deciso che, in quel giorno d’autunno, la sua non sarebbe stata una normale visita a sua moglie. Giorgio aveva preso una decisione terribile. Mentre continuava ad aspettare che gli facessero vedere Roberta, riaffiorarono nella sua mente le immagini della loro vita trascorsa insieme. Ricordò l’emozione di quando la vide per la prima volta e di come si fosse subito innamorato di lei. Era stato durante l’ultimo anno d’università. Giorgio rimase folgorato da quella giovane studentessa dagli splendidi occhi scuri, dai lunghi capelli neri sciolti sulle spalle e dall’aria spensierata e felice. Si sposarono appena terminati gli studi e il loro sembrava un matrimonio perfetto. Sino alla comparsa della malattia. Fu allora che per Roberta cominciò quello struggente viaggio di sola andata verso il baratro.

Trascorsero circa dieci minuti quando la porta si aprì e un infermiere fece accomodare Roberta nella stanza. Non indossava la tenuta dell’ospedale, ma un completo grigio sopra una camicetta azzurra. Camminava tenendo la testa china. Poi l’alzò per guardare. I loro occhi s’incontrarono e Giorgio cercò di capire quanto fosse progredita la malattia.

 “Come stai?” chiese Giorgio.

 “Molto bene, ultimamente. E tu?”

 “Io? Non mi lamento, amore mio.”

 “Fate pure con comodo” disse l’infermiere, andandosene da dove era venuto.

Guardando sua moglie Giorgio pensò come, incredibilmente, lei diventasse più bella ad ogni loro incontro. La mente di Roberta era stata colpita da un orribile male, tuttavia il suo aspetto, che avrebbe dovuto deteriorarsi in modo assai rapido, non faceva che migliorare.

“Mi spiace non poterti essere sempre accanto, ma hai tutto ciò di cui hai bisogno, giusto?” le domandò.

“Certo, non preoccuparti. Penso sempre al momento in cui saremo di nuovo insieme”, rispose la donna.

Già, di nuovo insieme…Giorgio sapeva che non sarebbe mai accaduto e trattenne a stento le lacrime. Poi Roberta iniziò a chiacchierare animatamente, ma lui non riusciva a prestarle attenzione. Sapeva quale era la fine degli schizofrenici. Potevano continuare per anni a crogiolarsi nelle loro illusioni.

“Sai, ieri ho guidato la nuova Mercedes argento brillante fino a casa di mia madre! Ho percorso tutti quei chilometri da sola!” continuò la donna con aria divertita.

“Davvero?” fece Giorgio, debolmente.

“Sono diventata molto brava a guidare! Vorrei che mi vedessi, amore! Ho scelto l’auto di quel colore, argento brillante, perché così sembra ancora più preziosa!” proseguì Roberta, quasi euforica. Si era lasciata trasportare dalle proprie parole, ma Giorgio aveva smesso di ascoltarla. Stava aspettando l’occasione per far scivolare la polverina bianca che teneva nascosta in tasca nella tazza che si trovava sul tavolo di fronte a lei. Il cuore gli batteva così forte da fargli temere che la moglie potesse sentirlo. Ma tutto andò per il meglio. Era riuscito a versare la polvere nel tè di sua moglie senza farsi notare, mentre lei era ancora infervorata in quell’assurdo racconto della Mercedes color argento brillante.

Roberta prese la propria tazza e bevve di gusto. “È finita”, pensò Giorgio, con sollievo. La polvere che aveva versato era rimasta per tutto il tempo nel doppio fondo di una scatola con il necessario per scrivere che conservava in camera sua. Quando entrava in circolo nel sangue, circa dieci minuti dopo l’assunzione, paralizzava i polmoni provocando una morte istantanea. Non avrebbe dovuto assistere al declino della sua adorata Roberta. Sarebbe morta adesso, mentre la sua bellezza superava addirittura quella del periodo in cui era sana. E lui l’avrebbe salvata da quel terribile destino, da una schizofrenia paranoide che l’avrebbe ridotta a essere una pazza demente, isolata nel suo folle universo parallelo.

“Il tempo della visita è finito” disse Giorgio, appena intuì che la moglie stava per riprendere la conversazione. Non riusciva più a sopportare quel resoconto delle sue fantasie di vita normale.

“Oh no, tesoro! Ci sono ancora tante cose di cui ti voglio parlare!” esclamò Roberta con aria intristita. Ma lui la ignorò e premette il pulsante di chiamata che aveva accanto. Dopo pochi secondi, la porta si aprì e comparve l’infermiere.

“Mia moglie ora vorrebbe tornare”, disse Giorgio.

“Certamente”, rispose l’infermiere dando una rapida occhiata a Roberta. “Stia tranquilla, signora Terlizzi. Potrà rivedere suo marito molto presto” concluse con aria rassicurante.

Giorgio avvertì la disperazione dentro di sé. Solo lui sapeva che non avrebbe mai più rivisto Roberta. Poi la donna si alzò e seguì l’infermiere per la strada da cui era arrivata. Giorgio rimase dov’era, appoggiato allo schienale della sedia, pietrificato e immobile come una statua.

Una Mercedes color argento brillante oltrepassò un lungo filare di alberi e sulla collina, a metà strada dalla città, sbandò improvvisamente andando a schiantarsi contro un palo della luce. Il conducente morì sul colpo. La polizia, giunta sul posto, identificò il corpo della vittima in Roberta Terlizzi, una donna che stava rientrando a casa dopo aver fatto visita al marito Giorgio, ricoverato nella clinica psichiatrica della città.