Bentrovati amici lettori,

per il nostro appuntamento di #ioraccontoaSH vi propongo un racconto che avevo scritto l’anno scorso. Spesso scriviamo per esorcizzare le nostre paure e i nostri pensieri, o semplicemente per ricordare… in questo caso è una lettura molto personale perciò voglio dedicarlo a mio padre, anzi a tutti i padri che lo leggeranno.

La colonna sonora ricade su uno dei suoi pezzi preferiti: Summertime di Billie Holiday.

Buona lettura
Aurora Redville

A mio padre

di Aurora Redville

Respiro l’aria pungente di fine settembre e qui alle pendici del monte Rosa il clima è diverso rispetto a Milano, è ormai sera quando carico il mio fardello sulle spalle e mi metto in cammino.

Lasciata l’auto al Dosso, l’ultima frazione di Alagna-Imland, mi incammino per raggiungere il Cristo delle Vette. Non è una gita ma un ricongiungimento, almeno spero, per poter così ritrovare un po’ di pace. Porto con me le ceneri di Franco mio padre e ho aspettato che passasse l’estate con i suoi turisti per compiere in solitudine questo cammino, Lui è morto, Lui non c’è più.

Da molto tempo non ci vedevamo, da anni è come se non avessi più un padre e i sensi di colpa mi accompagnano costantemente dal giorno dell’incidente.

Percorro il sentiero con il frontalino acceso, avrò questa luce a guidarmi oltre che quella delle stelle che stasera mi tengono compagnia. Il mio è un cammino silenzioso, ho bisogno di vivere questo momento, devo vincere le mie paure e lasciare andare tutto il rancore che provo verso me stessa e verso di lui.

Franco era un alpinista, ed è morto tra le sue montagne per una distrazione, una fatalità come hanno detto quelli del soccorso alpino. Ma ciò che non mi dà pace è che prima dell’incidente abbiamo litigato al telefono e gli ho rinfacciato di non voler vedere il mio pancione con dentro suo nipote. Il mio è un dolore che arriva da lontano, da quando è morta mia madre e lui ha deciso di trasferirsi qui, alla ricerca di Lei e perdersi tra queste montagne che insieme hanno scalato tante volte.

Ho lasciato a casa mio marito e mio figlio e sono qui per disperdere le sue ceneri in questa immensa cattedrale, ho voluto fare una salita in notturna per rivivere il ricordo magico della prima volta che mi ha portato. È l’ultimo omaggio che posso rendere a mio padre anche se…

Avrei preferito dargli un addio diverso, magari stringere le sue mani mentre lasciava questo mondo in un modo più tradizionale, ma lui era: Franco di nome e di fatto.

Dopo cinque ore di cammino silenzioso mi fermo per indossare i ramponi, perché sono nei pressi del ghiacciaio e questa è la parte più pericolosa. Riprendo il mio viaggio, che non so dove mi porterà.

È spuntata la luna e il suo riverbero sulla neve crea un’atmosfera surreale, così spengo il frontalino e proseguo, sono come sospesa in un’altra dimensione. Pensieri, ricordi, sogni… sono distratta!

Bam!! Scivolo nel canalone sottostante, batto contro una roccia e mi fermo su una cengia. Mi ci aggrappo per non cadere nel vuoto e sento il mio cuore battere all’impazzata e poi il dolore alla gamba, è rotta. Non riesco a muovermi, sento il calore del sangue che cola. Le punte di un rampone mi hanno perforato la coscia provocandomi una copiosa emorragia; tampono, piango, ma cosa faccio adesso?

Il telefono non prende. Devo aspettare che faccia giorno nella speranza che qualcuno passi di qui.

Ma che dico?

L’unico modo è cercare di arrampicarmi. Mentre sono seduta guardo verso la valle che è ai miei piedi e lascio che le lacrime scivolino sul mio viso.

E se dovessi morire?

Se non potessi più tornare a casa dal mio bambino?

È solo il dolore che mi fa pensare queste cose, Dio che male! Inizio a tremare, è lo shock. Chiudo gli occhi.

Cerco di non addormentarmi ma è faticoso, dolore, freddo, paura, mi avvolgono e sopraggiunge il torpore.

Sento una voce e tra le ombre mi appare Lui.

“Bianca apri gli occhi. Non è ancora il tuo momento.”

“Tu non sei reale… sono morta papà?”

“No, ma è questo che succederà se ti addormenti.”

“Ma io voglio solo riposare un po’.”

“Sei svenuta ma devi trovare la forza di svegliarti. Bianca devi lasciarmi andare.”

Stringo l’urna tra le mani, non è possibile: “Tu sei morto!”

“Io sono qui per te e devo dirti una cosa: tu sei sempre stata nei miei pensieri, dopo che tua madreè morta mi sono allontanato da te perché nei tuoi occhi rivedevo lei. Per me era straziante non poterla tenere tra le braccia, così l’ho cercata in questi luoghi che erano nostri e alla fine lei mi ha preso con sé. Era il mio momento e io sono in pace. Ma ora tu devi tornare da Diego e da Noah perché una parte di noi vive in lui. Ti amo bambina mia, coraggio apri gli occhi, ti sto tenendo compagnia ormai da molte ore.”

Mi sento scuotere da qualcosa, due mani forti mi fasciano la gamba e sento il rombo del motore dell’elisoccorso sopra la mia testa, apro gli occhi e vedo il viso del mio soccorritore che mi sorride dolcemente e mi dice: “ciao Bianca adesso ti portiamo al sicuro.” L’orologio segna le 23.59 e sono salva, ho ritrovato mio padre e la pace, adesso posso lasciarlo andare.

Aurora Redville