“Il giardino dei ciliegi” di Anton Čechov – in prima nazionale domani (sabato 9 novembre) alle 20:30 al Teatro Massimo di Cagliari (dove sarà in cartellone fino a sabato 16 novembre) nell’immaginifica versione firmata da Alessandro Serra (Premio Hystrio 2019) inaugura la Stagione 2019-2020 de La Grande Prosa organizzata dal CeDAC/ Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna. Uno spettacolo intrigante, presentato in anteprima alla Biennale Teatro di Venezia, che si affida a un eccellente cast tra nomi di punta della scena italiana e giovani ma già riconosciuti talenti – (in ordine alfabetico) Arianna Aloi, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Marta Cortellazzo Wiel, Massimiliano Donato, Chiara Michelini, Felice Montervino, Fabio Monti, Massimiliano Poli, Valentina Sperlì, Bruno Stori, Petra Valentini – per dar forma ad una preziosa alchimia, in una scrittura rigorosa e “sensibile”, quasi astratta ma vibrante di affetti.

La cifra visionaria dell’autore del “Macbettu” (Premio Ubu 2017 come miglior spettacolo) per un’opera magmatica e per certi versi “corale” in cui la verità su sentimenti e legami, desideri e segreti impulsi affiora come per caso nelle conversazioni mondane, lasciando intravedere il segno di antiche ferite e i nodi irrisolti dietro l’apparente imperturbabilità, solo per un attimo prima che tutto ritorni alla normalità, con i suggerimenti disinteressati e le dissertazioni filosofiche per la nuova produzione di Sardegna Teatro, Accademia Perduta Romagna Teatri, Teatro Stabile del Veneto, TPE – Teatro Piemonte Europa, Printemps des Comediéns in coproduzione con Compagnia Teatropersona e Triennale Milano Teatro.

Una mise en scène soavemente crudele nel mettere a nudo fragilità e inquietudini dei personaggi, le loro inclinazioni e mancanze, in un affresco di varia umanità che rimanda a un’epoca irrimediabilmente lontana, come l’eco di una felicità perduta, di un’antica innocenza. Un’età dei giochi spensierata e idealizzata in uno spazio astratto e insieme abitato da oggetti “concreti” dove i personaggi si muovono, respirano, vivono, amano, sognano, si disperano come in un’immagine in dissolvenza, remota eppure vivida e toccante, perfino allegra a tratti, ma pervasa da una sottile e crudele malinconia.

Scrive nelle note il regista Alessandro Serra (che ha curato anche la drammaturgia, oltre a scene, luci e costumi): «Il giardino dei ciliegi si apre e si chiude in una stanza speciale, ancora oggi chiamata stanza dei bambini. Tra poco arriveranno i padroni, hanno viaggiato molto, vissuto e dissipato la loro vita. Bambini invecchiati che tornano a casa.

Tuttavia il sentimento che pervade l’opera non ha a che fare con la nostalgia o i rimpianti ma con qualcosa di indissolubilmente legato all’infanzia, come certi organi misteriosi che possiedono i bambini e che si atrofizzano in età adulta. L’incombere della scure sul giardino provoca un senso di dolore sconosciuto, un risvegliarsi di quegli organi non ancora del tutto spenti nella loro funzione vitale. Un dolore che non ha nome e che solo guardando negli occhi il bambino che siamo stati potrà placarsi.

Non c’è trama, non accade nulla, tutto è nei personaggi. Una partitura per anime in cui i dialoghi sono monologhi interiori che si intrecciano e si attraversano. Un unico respiro, un’unica voce. Non vi è alcun tono elegiaco, è vita vera distillata: si dice, si agisce».

Il segreto è nell’arte di Anton Čechov, capace di far “accadere” sotto gli occhi degli spettatori, con la stessa mutevolezza e imprevedibilità dell’esistenza, con quell’alternarsi e mescolarsi di tragedia e farsa, la stessa involontaria comicità e la ridicola serietà, la storia delle creature inventate eppure stranamente reali e simili al vero, in un tempo sospeso in cui si avverte l’incombere della catastrofe. Una sottile commozione pervade gli animi, in quella strana riunione di famiglia intorno all’aristocratica Ljubov’ Andreevna Ranevskaja, rientrata dalla Francia insieme con la figlia adolescente Anja: il fratello della Ranevskaja Leonid Andreevič Gaiev, svagato e incocludente, seppur pieno di buoni propositi e inguaribile sognatore e la di lei figlia adottiva Varja, il cui futuro appare in bilico per un ipotetico matrimonio. Nel quadro anche Duniaša, la governante di casa e il contabile Semën Panteleevič Epichodov, l’anziano maggiordomo Firs e, di ritorno dalla Francia al seguito della padrona, anche lo sfrontato cameriere Jaša e la governante Carlotta Ivanovna. E poi ospiti e visitatori – dall’eterno studente Petr Sergeevič Trofimov al proprietario terriero Boris Borisovič Simeonov-Piščik e, simbolo della nuova classe imprenditoriale in ascesa, il mercante Ermolaj Alekseevič Lopachin.

Quella sofferenza segreta che ciascuno porta in sé crea un effetto di straniamento – ben descritto dal regista: «Velando di lacrime gli occhi dei suoi personaggi Čechov suggerisce la visione sfocata della realtà sensibile, una realtà spogliata dai contorni. Come i vetri delle vecchie case, opachi, deformi, pieni di impurità fornivano una versione estetica della vita oltre la finestra, così le lacrime agli occhi erodono le forme: gli oggetti e le persone sfumano l’uno nell’altro, i colori si sfaldano in mezzetinte, i lineamenti e le voci si disciolgono. Tanto che a un certo punto non si sa più chi è che parla, se una voce proveniente da un’altra stanza o noi stessi con le parole di un altro».

Una strana euforia, quasi per contrasto, sembra contagiare i presenti, che mascherano l’angoscia continuando a muoversi e chiacchierare con una vivacità e una frivolezza quasi esasperate, come in una mondanissima danza. «Un valzerino allegro in una commedia intessuta di morte» – sottolinea Serra nelle note -. «Comicità garbata, mai esibita, perfetto contrappunto in un’opera spietata e poetica. I personaggi ridono e si commuovono spesso, il che non significa che si debba piangere davvero, è piuttosto uno stato d’animo, scrive Cechov in una lettera, che deve trasformarsi subito dopo in allegria».

Un emozionante racconto per quadri, con una sintassi rigorosa e uno sguardo quasi cinematografico, tra dissolvenze incrociate e fermo-immagine, per una narrazione non lineare: «l’opera è cosparsa di piccoli impedimenti e fraintendimenti, anche linguistici, rotture sintattiche, pianti, canti, apnee, russamenti, borbottii e filastrocche, e poi i suoni» – ricorda Alessandro Serra -. «Tutto concorre a una partitura musicale che, scrive Mejerchol’d, è come una sinfonia di Čajkovskij».

“Il giardino dei ciliegi” – dopo la prima di sabato 9 novembre alle 20:30 – turno D, sarà replicato domenica 10 novembre 2019 – ore 19:00 – turno E, mercoledì 13 novembre 2019 – ore 20:30 – turno A, giovedì 14 novembre 2019 – ore 20:30 – turno B, venerdì 15 novembre 2019 – ore 20:30 – turno C e infine sabato 16 novembre 2019 – ore 16:30 – turno P.

Info e prenotazioni: biglietteria@cedacsardegna.it – 3454894565.