Chi canta blues canta delle proprie radici. Questa è la regola. Più di tutti i parametri ritmici, più di tutti gli stereotipi che legano questo genere alla povertà o alla vita dissoluta.

Intendiamoci: è così che nasce. Quando gli schiavi africani delle piantagioni hanno dovuto trovare il modo per non impazzire hanno iniziato a cantare, e così la donna a cui chiedevano pietà era in realtà il padrone della piantagione, e la bestia nera che li inseguiva senza sosta era il suo cane, non il diavolo, che li inseguiva per sbranarli mentre fuggivano verso la libertà.

E quando finalmente la schiavitù finisce i musicisti iniziano a portare quella musica nei club, e a tirar tardi la notte, e a mancare messa la domenica. E così il Predicatore dal pulpito davanti a una chiesa semivuota avvisa le donne che i loro uomini andranno all’Inferno, se continuano a suonare il blues.

Così anche se univa i musicisti, i poveri, i reietti, il blues continuava a perpetrare il divario che passava tra i suoi estimatori e il resto della società.

In cento anni però le cose sono cambiate: grazie agli sperimentatori (inteso anche come studiosi, non solo come dannati rockers anni ’60) il blues si è intrecciato con altri generi, si è evoluto, si è lavato i denti e ha messo il vestito buono, così da avere libero accesso a saloni ben più sofisticati. È il patto a cui è dovuto scendere per poter sedere accanto agli altri generi e portare nella musica un po’ di quella sincerità fondamentale al trasmettere il proprio messaggio senza indossare maschere.

Lo sa bene Francesco Piu, trentotto anni, originario di Osilo ma ormai quasi cittadino del mondo.

Francesco è un talento nostrano molto noto nel panorama blues internazionale, inizia a suonare la chitarra giovanissimo grazie al padre e allo zio, finché poco più che ventenne vince coi Blujuice il concorso regionale per gruppi “Blues from Sardinia” al Narcao Blues Festival. Negli anni successivi suona nei festival di Europa, Stati Uniti e Canada, incontrando artisti di fama mondiale fino ad arrivare a far da opening a leggende come Johnny Winter e Jimmie Vaughan, fratello di Steve Ray. Nel 2010 lo vogliono all’International Blues Challenge di Memphis come rappresentante italiano, nel 2015 suona al Parlamento europeo a Bruxelles per la presentazione dell’European Blues Challenge 2016.

In poco più di dieci anni si è costruito un nome e ha conquistato grandi che l’hanno supportato nella produzione dei suoi album, uno su tutti il cantautore newyorkese Eric Bibb che ha prodotto il suo terzo disco, “Ma-moo Tones” del 2012 (progetto di trio acustico). Gli album ad oggi sono sette, dove Francesco si è divertito a miscelare diversi stili di black music senza restare asservito a un unico stile. La sua musica infatti è una commistione di blues, funky, rock e soul in chiave acustica, cantati con voce, chitarra, armonica e altri strumenti inusuali.

Lo incontriamo oggi per parlare della sua settima fatica Crossing (Appaloosa Records) in cui il suo sound si arricchisce di inebrianti sonorità mediterranee non solo sarde, ma di tutto il bacino che ci accoglie, utilizzando parecchi strumenti figli di queste terre antiche partendo dalle percussioni africane e spingendosi fino al Medio Oriente (ad es. con l’oud, un liuto arabo a manico corto dalle ascendenze persiane detto “lo Scià degli strumenti” e il bouzuki, il mandolino greco tipico della danza sirtachi), racchiudendo il tutto sotto una lente elettronica moderna che lo attualizza e lo rende fruibile anche dai giovani meno avvezzi alle sonorità hoodoo ipnotiche del blues anni ’30 del Delta del Mississippi.

L’album si compone di dieci pezzi ben noti ai musicisti perché figli di quel bluesman leggendario che vendette la propria anima al diavolo in cambio del talento: L’idea di fare un disco tributo a Robert Johnson mi venne proposta due anni fa dall’associazione The Blues Place di Milano ed io accettai a patto che i riarrangiamenti non andassero nella direzione canonica del blues ma confluissero da questa parte dell’oceano. Un incontro di culture musicali che vuole essere un invito a mescolarsi in quest’epoca di muri e intolleranza contro il “diverso”. La musica, nella sua libertà, è la dimostrazione che più le culture si miscelano più è ricca ed interessante l’espressione artistica.

Il risultato è davvero sorprendente, come sorprendente è il video di Me and the Devil, brano traino dell’album, che ci scaraventa nella vita (morte?) di Robert Johnson grazie al visionario videomaker Bruno D’Elia alias Mezzacapa (eccellente e surreale, campano trapiantato in Sardegna, ha già lavorato con Marta sui Tubi, Fabi, Bersani, Gazzé).

Foto Gianfilippo Masserano

La promozione del disco continuerà con il tour italiano (per le date sullo Stivale e i link ai social ufficiali riportiamo al sito francescopiu.com) del quale saranno disponibili i video live sul canale ufficiale YouTube, proprio per non dimenticare la componente fondamentale dello scambio e della partecipazione. La condivisione con gli altri è infatti uno degli elementi portanti della musica di Francesco, quello che la nutre, e che speriamo potrà dare linfa al nuovo progetto che verrà messo in cantiere appena si concluderà il tour di Crossing.

Di seguito i prossimi live in Sardegna:
20 dicembre
ore 22:00 @ Embargo Beat – Sassari (evento FB)
21 dicembre ore 20:30 @ Teatro Eliseo – Nuoro (evento FB)
27 dicembre ore 21:00 @ Teatro ex Seminario – Cuglieri (evento FB)
28 dicembre @ Jolly Café – Berchidda (OT)
29 dicembre @ Input – Oristano