Il percorso espositivo prende avvio dalle prime rappresentazioni dell’isola commissionate dai Savoia all’inizio della loro dominazione, quando alla corte di Torino si conosceva ancora poco la fisionomia delle nuove terre. Aprono la mostra le tre grandi tele di Giovanni Michele Graneri, in prestito da Palazzo Madama di Torino, opere simboliche nelle quali il pittore mischia l’iconografia di Costantinopoli, Genova e Napoli per restituire le fattezze di una Cagliari sconosciuta.

Nel 1798, con l’arrivo della corte in fuga da Torino, dove era stata dichiarata la Repubblica Piemontese, l’incontro tra i due mondi si compie effettivamente, e da qui nasce l’esigenza di documentare attraverso mappe, cartografie e ricerche geografiche di vario tipo un mondo percepito come arcaico e misterioso. È del 1826 il volume Voyage en Sardeigne di Alberto Ferrero Della Marmora, insuperato per vastità e impegno scientifico, le cui tavole sono in parte riprodotte per la mostra.

Della Marmora rimase affascinato dagli idoli sardo-fenici in bronzo vicine nelle fattezze all’art brut, presentati in mostra attraverso una selezione di esemplari in prestito dai Musei Reali di Torino. Rinvenuti durante gli scavi archeologici piemontesi sull’isola e collezionati da Carlo Alberto, gli idoli si rivelarono essere una produzione contemporanea realizzata a scopo di truffa, e dichiarati falsi solo nel 1849.

Il falso più celebre della storia sarda sono però le Carte di Arborea, i celebri apocrifi che fecero discutere per tutto l’Ottocento, oggetto del saggio di Luciano Marrocu in catalogo. L’origine della falsificazione risale al frate Cosimo Manca, che inventò una ricca storia sugli Arborea per vendere le pergamene alla Biblioteca di Cagliari. Fu il maggiore storiografo della latinità, Theodor Mommsen, sull’isola nel 1877, a dirimere la questione sull’autenticità di questi documenti, definendo la Sardegna “l’isola dei falsari”.

La mostra prosegue offrendo una panoramica del lavoro di ingegneri, architetti e maestranze d’arte giunte sull’isola per costruire i luoghi della presenza sabauda sull’isola: costruzioni private e pubbliche e infrastrutture che portano il segno di un nuovo pensiero adattato alle forme preesistenti.

Nei cimiteri di Cagliari, Nuoro e Iglesias, ad esempio, trionfa il modello sabaudo dello scultore funerario Giovan Battista Sartorio, molto amato sull’isola. Ettore Sottsass immortala la presenza massiccia e inaspettata di manufatti di gusto sabaudo nel cimitero di Iglesias, dove si reca insieme al padre per la costruzione del villaggio operaio Olivetti, in una serie di fotografie inedite di cui sette sono per la prima volta esposte al MAN.

Piemontese è anche il Municipio di Cagliari, dove nella sala del consiglio comunale trionfa una monumentale opera in tre teleri di Filippo Figari (1916-1924) dedicata alla storia cittadina. In mostra il cartone preparatorio, in cui è al centro Vittorio Amedeo II di Savoia, svettante, a cavallo, a cui rendono omaggio i feudatari del regno stretti nella bandiera dei quattro mori.

Importante fu poi la presenza sull’isola della famiglia Sella, da Biella, che sostenne la creazione di miniere moderne e della ferrovia, documentate in mostra dalle fotografie di Vittorio Besso.

Non pochi furono i costruttori e i tecnici che dalla Sardegna, dopo studi piemontesi, trovarono una loro collocazione professionale importante. Notevole il contributo di Giovanni Antonio Porcheddu al paesaggio urbanistico piemontese: introdusse l’uso del cemento e realizzò, su disegno di Pietro Fenoglio, lo stabilimento Eternit di Casale Monferrato nel 1906, nel 1910 lo Stadium di Torino e nel 1922 fu autore del progetto strutturale della FIAT Lingotto.

Ritratto dell’avvocato Gavino Soro Pirino, Felice Casorati

Il percorso espositivo si concentra quindi sugli scambi e gli incroci sabaudo-sardi attivati in differenti campi artistici, dalla pittura all’illustrazione e alla ceramica, attraverso le vicende delle numerose personalità sardo/piemontesi attive in Piemonte e spesso anche sull’isola, come nel caso di Felice Casorati, il pittore che più ha definito l’immagine torinese del Novecento, che ha debuttato a Sassari poco più che adolescente con il ritratto dell’avvocato Gavino Soro Pirino.

Esemplare nel campo dell’illustrazione è la vicenda della coppia Edina Altara e Vittorio Accornero: la prima, sarda, disegnava romanticissime silhouettes di dame alla moda sulla rivista torinese “Bellezza”, mentre il secondo, piemontese, adornava di immagini severe Il dono di Natale di Grazia Deledda e inseriva un costume sardo in uno dei suoi magnifici foulard degli anni Sessanta realizzati per Gucci. Si ricordano poi le illustrazioni umoristiche e caricaturali dei sardi Carlo Chessa e Tarquinio Sini sulle pagine del “Pasquino”, rivista satirica piemontese di grande successo fondata nel 1856; Costantino Nivola e Giovanni Pintori, due riconosciuti artisti sardi che negli anni Trenta iniziano il loro percorso come grafici per le campagne pubblicitarie della Olivetti, riuscendo a raggiungere una fama internazionale.

Le illustrazioni di Edina Altara e Vittorio Accornero

Per la ceramica, Gigi Chessa, cagliaritano trapiantato a Torino, realizzava soggetti a tema sardo per le popolari ceramiche Lenci, e Sandro Vacchetti, stretto collaboratore dell’impresa, spostò parte delle produzioni sull’isola con il nuovo logo Essevì, dedicandosi a interessanti incroci sabaudosardi a livello di costume, incluso un ritratto di Maria José, moglie di Umberto II di Savoia, nelle vesti di paesana di Desulo.

La Sardegna ha costituito per il Piemonte un deposito di suggestioni esotiche, a cui fa riferimento una nutrita produzione artistica piemontese a tema sardo, dalla letteratura, al melodramma e al cinema, con la declinazione del nesso amore/onore in storie di passione, scorrerie, combattimenti e sangue, di cui la mostra ricostruisce episodi salienti attraverso disegni, inviti e visti di censura, come quelli di Sangue Sardo – in prestito dal Museo del Cinema di Torino –, primo film di produzione torinese girato nel 1920 in territorio nuorese.

Molti furono i cantanti sardi nelle stagioni del Teatro Regio di Torino, come Carmen Melis, acclamata primadonna, che trionfò nel 1925 e nel 1926, interpretando La cena delle beffe e Manon Lescaut, e Giovanni Manurita, specializzato in ruoli settecenteschi, al Regio per un decennio dall’inizio degli anni Trenta. Si devono poi ad Aligi Sassu, scelto dal Regio nel 1973, le scene e i costumi dei contrastati Vespri siciliani, con la regia di Maria Callas e Giuseppe Di Stefano, di cui il MAN espone una selezione di bozzetti di scena.

Parallelamente, nel 1920 per volontà di Vittorio Emanuele I nasceva la Compagnia Reale Sarda, il primo teatro stabile italiano, che a cento anni dall’annessione della Sardegna al regno sabaudo connetteva il nome dell’isola a una delle maggiori e più segnalate avventure teatrali dell’Ottocento.