Saranno ancora una volta gli spazi di Villa de Villa a Dolianova a fare da scenario a una importante iniziativa promossa dalla Cooperativa Salto del Delfino: domenica 26 gennaio, infatti, andrà in scena una duplice rappresentazione de “L’uomo dal fiore in bocca”, tratta dal testo di Pirandello con in scena Nicola Michele (nel ruolo di attore e regista) e la straordinaria partecipazione dell’attore Tino Petilli. Le scene e i costumi sono curati da Emilio Ortu Lieto, la sartoria da Cinzia Moro, con la collaborazione della modellista Anna Floris, le luci e l’audio di Emanuele Mocci e le fotografie di scena di Giorgio Russo. Le recite andranno in scena alle ore 18 e alle ore 20:30.

L’iniziativa, precedentemente organizzata per sostenere la raccolta fondi orientata alle cure nel fronteggiare l’aggressivo linfoma non-Hodgkin, è una manifestazione di solidarietà per la famiglia di Pierpaolo Piras, alla quale sarà devoluto l’intero ricavato delle due repliche dello spettacolo.

La pièce del grande drammaturgo siciliano, affronta il tema cruciale del mistero della vita attraverso lo sguardo di un uomo che trascorre ogni istante con l’acuta consapevolezza di una condanna inesorabile: ogni minimo dettaglio diventa prezioso, mentre quell’attesa gli concede di soffermarsi su particolari e gesti insignificanti, di centellinare ogni attimo, rendendo più amara e crudele l’irreparabilità della perdita.

Ingresso allo spettacolo con libera donazione. Info e prenotazioni tramite WhatsApp al numero 3938879311.

Lo spettacolo. La regia di Nicola Michele affronta la lettura del testo teatrale pirandelliano, lavorando essenzialmente sulla parola e sull’impianto visivo, proponendosi di fondere lo stile della tradizione con gli aspetti innovativi del teatro contemporaneo. In un “misero caffè notturno” di una stazione, avviene l’incontro tra l’uomo dal fiore in bocca e il pacifico avventore che darà vita a un dialogo crescente e intenso, fino alla rivelazione del suo male senza scampo. Un semplice innesto drammaturgico, come quello di un treno perso alla stazione, rende possibile lo sviluppo di un dialogo profondo che cresce d’intensità nelle pieghe della scrittura e ci pone di fronte a quesiti inevitabili sulla vita e sul rapporto tra le persone. In scena due generazioni di attori a confronto, si alternano nella trasposizione scenica del personaggio, offrendo uno spaccato che riflette due modi d’interpretare l’esistenza umana nella sua dimensione effimera: l’una scandita dall’ansia frenetica degli impegni quotidiani e dall’inutile corsa contro il tempo, l’altra che si abbandona ad una serena riflessione sull’inevitabile. Una pièce contenuta in un’altra in cui viene meno il confine tra l’opera e la vita stessa: un teatro che diviene metateatro dove la scena, le atmosfere e il ritmo cambiano con l’avvicendarsi dei ruoli tra i due attori sul palcoscenico. Uno spettacolo che rivela il gusto delle piccole cose per riagguantare la vita che sfugge, come “certe buone albicocche” – scrive Pirandello – che “si spaccano a metà; si premono con due dita, per lungo…come due labbra succhiose… Ah che delizia!”.