Dopo due romanzi di successo, Pier Bruno Cosso ritorna in libreria e si cimenta con uno stile narrativo leggermente diverso: il racconto breve. Sassarese doc, classe 1956 e una carriera come informatore scientifico che delinea le forme della sua quotidianità, Pier Bruno ama raccontare storie che nascono da piccoli dettagli, poco appariscenti ma ricchi di significato, quasi sempre vissuti in prima persona. Lo incontriamo davanti a un bicchiere di menta, in un caffè artistico-letterario. La scelta della bibita è sua. «È bella fresca e dissetante», ci spiega con il consueto garbo di un gentiluomo d’altri tempi. Chiedere il perché di Fotogrammi slegati come titolo della sua raccolta ci sembra un buon incipit.

«I racconti che la compongono trattano di argomenti diversi. Spaziano dalla brutalità della caccia, dove si ribalta la prospettiva cacciatore-preda, alla ludopatia, passando per la violenza sulle donne e i ricordi del passato che riemergono all’improvviso. In realtà avevo scelto un titolo tratto proprio dal racconto incentrato sul tema della violenza: “Era solo uno schiaffo e altri guai”. Un giorno ho ricevuto la telefonata dell’editore che mi faceva notare quanto fosse improbabile che qualcuno entrasse in libreria e chiedesse un titolo di quel genere (ride, ndr). Così, da un altro racconto, mi ha suggerito di estrapolare queste due parole, più poetiche ed evocative, e che raccontano bene anche l’essenza del libro. Un legame tra i racconti, in effetti, non c’è se non per quanto riguarda i travagli che ciascun personaggio vive suo malgrado.»

I racconti sono piccole chicche capaci di catturare il lettore e immergerlo, anche solo per poche pagine, in un mondo che diventa subito molto vivido e circoscritto, quasi come una foto d’epoca ben conservata, ritrovata per caso. E andare a caccia di simili foto piace. Lo dimostra il successo di pubblico che il libro riscuote a ogni presentazione, in

Sardegna così come oltremare. «L’ambientazione in Sardegna affascina il lettore oltre i confini della nostra isola», dice Pier Bruno. «Anzi, ti dirò di più: parlare della nostra Sardegna, da lontano, la fa sentire come una terra senza confini. Se sono a Milano, a Torino, a Roma o a Copenaghen, quando con i lettori parlo di Barbagia, di Platamona, o del quartiere Sant’Elia di Cagliari (alcune ambientazioni dei miei racconti), ho la sensazione esatta che il nostro sole, il nostro vento, o i nostri panorami aspri arrivino sin lì. Che mentre ne parliamo siamo fisicamente dentro quei luoghi. Un autore veneto intervenuto a Copenaghen mi ha detto che invidia il legame di noi sardi con la nostra terra. E fa riflettere come il parlare di Sardegna fuori dall’isola sia, per molte persone, così entusiasmante.»