Viaggio nella provincia italiana con Ai sopravvissuti spareremo ancora, il romanzo d’esordio di Claudio Lagomarsini che racconta una «tragedia della porta accanto»: lo scrittore sarà protagonista giovedì 19 novembre alle 18:30, in diretta sulla pagina Facebook del Cedac Sardegna in differita sul canale YouTube, dell’incontro – coordinato da Nicola Girau – sotto le insegne di “Legger_ezza” / il progetto del CeDAC per la Promozione della Lettura giunto alla seconda edizione – incentrata su “Discriminazioni di genere, violenza e bullismo”. Un giovane ritorna nei luoghi della sua giovinezza per occuparsi della vendita della casa di famiglia e grazie al ritrovamento di un vecchio diario rivive le atmosfere, le esperienze e le emozioni di quegli anni lontani: l’immagine del declino di una società patriarcale si sovrappone al ricordo di antiche amarezze, incomprensioni e conflitti spingendolo ad analizzare con la sua consapevolezza di adulto avvenimenti e situazioni di un passato non troppo lontano.

Tra turbamenti adolescenziali, relazioni ambigue e violente, crudeli giochi di potere l’“educazione sentimentale” di due fratelli cresciuti accanto alla madre e alla nonna è segnata da episodi traumatici e dolorose scoperte sulle contraddizioni del mondo degli adulti. “Ai sopravvissuti spareremo ancora” si tinge di suspense tra il riaffiorare di memorie dimenticate, in particolare di una fatidica estate, tra l’usanza delle cene all’aperto, le liti di confine e le discussioni tra vicini, i contrasti tra madre e figlia, fino a uno specifico episodio «che scatenerà la serie di eventi che porteranno all’inaspettato e drammatico epilogo».

«Da un po’ di tempo, un avvocato che arringa nel mio tribunale notturno ripete la stessa solfa. L’assassino, sostiene lui, non è nessuno di noi. È l’intonaco color pesca, la siepe del pitosforo, il ghiaino bianco delle nostre case. Sono le taccole in umido che abbiamo mangiato, i racconti piccanti che ci siamo scambiati e l’aria che abbiamo respirato. Presi da soli, sono tutti ingredienti innocui, vagamente pittoreschi. Insieme hanno creato una miscela di cui nessuno poteva sospettare il potenziale esplosivo» scrive Claudio Lagomarsini.

Le radici del male – sembra affermare l’autore – sono nell’ambiente, la tragedia scaturisce dalle circostanze, quale conseguenza imprevedibile e forse inevitabile dell’accumularsi delle tensioni, degli odi e degli antagonismi, delle passioni e dei desideri segreti, nell’apparente “normalità” e quiete della provincia italica. Un tranquillo microcosmo, messo in subbuglio da una rapina che mette in luce i rapporti, spesso problematici, tra i vicini, «fatti di condivisione e collaborazione ma anche di continui attriti, sconfinamenti, incomprensioni». Un’illusione di armonia che si infrange qualora ci si avvicini troppo e si provi a indagare oltre la superficie esaminando caratteri e comportamenti dei personaggi che si muovono in uno scenario pacifico e rassicurante.

«Ho l’impressione che la provincia in cui sono cresciuto, quella sul confine tra Toscana e Liguria, non sia stata ancora raccontata come meriterebbe» – afferma Claudio Lagomarsini. «L’anfiteatro delle Alpi Apuane ha per palco il mare della Versilia, e gli attori portano con sé le contraddizioni di un mondo anfibio, tra mare e montagna: temperamento solare e affascinante da bagnino o marinaio, ma anche modi ombrosi, schivi e duri, da montanari o da cacciatori.

Prima di tutto, prima di ogni idea concreta, per me è venuto il bisogno di raccontare qualcosa che correva il rischio di non essere raccontato mai».

Fotografia di un universo atavico sospeso tra passato e futuro, il romanzo fa emergere un contrasto generazionale –tra figure diversissime per cultura e sensibilità: un nucleo familiare allargato che include amici e conoscenti mostra lo spaccato di una società in evoluzione in cui si scontrano antichi e nuovi valori. «Con l’arroganza delle loro certezze inscalfibili – la donna deve stare al suo posto, in casa; l’omosessualità è uno sbaglio di natura; le controversie si risolvono con la legge del più forte, anche perché lo Stato è assente –, il Tordo e Wayne sono il trionfo di un certo tipo umano, ancora molto diffuso (mi sembra) nella generazione dei miei nonni e dei miei genitori, almeno nell’orbita del contesto sociale in cui sono cresciuto. Marcello e “il Salice” (suo fratello, apparentemente sereno eppure preso dalle improvvise crisi di pianto che gli valgono il soprannome) hanno invece tutte le insicurezze degli adolescenti, a cui si aggiungono le incertezze di chi ha il compito di creare qualcosa di nuovo senza sapere da dove iniziare e senza poter contare su validi punti di riferimento» – sottolinea l’autore.

E conclude: «La condizione di Marcello assomiglia a quella che hanno vissuto o vivono molte persone della mia generazione, i Millennial: sappiamo che cosa non è più giusto dire fare pensare, ci rendiamo conto che qualcosa è stato superato (finalmente!), e tuttavia siamo incapaci di elaborare un modello nuovo, chiaro e condiviso. Navighiamo a vista».