Sono passati alcuni anni dall’ultimo incontro con Stefano Manca. Quella volta ci raccontò la genesi del suo professor Rocco Bilaccio. Poi è seguito il debutto cinematografico con Bianco di Babbudoiu. Oggi lo ritroviamo per un altro gradito evento: l’uscita di Come se non ci fosse un domani, secondo film di Pino e gli Anticorpi dal 14 novembre nelle sale e dal 13 (un giorno in anticipo) a Sassari, in anteprima e con quattro proiezioni per l’occasione: ore 16, 18, 20 e 22. Per non rischiare di perdere i posti potete prenotare attraverso il sito o la App del Cityplex Moderno. Ma intanto cerchiamo di capire di più su quest’ultima fatica dei celebri artisti.

Il trailer del film

«Si tratta di un film a episodi», racconta Stefano. «Abbiamo preso spunto dai film classici del cinema italiano, come I Mostri, I Nuovi Mostri o Sessomatto. Come in quei casi, le storie hanno un tema che fa da filo conduttore e alcuni attori interpretano parti diverse nei vari episodi. Inoltre, volendo raccontare lo spaccato sociale della nostra epoca, abbiamo scelto il titolo di Come se non ci fosse un domani, proprio perché l’assenza di futuro è un sentire comunemente diffuso. Noi lo raccontiamo dal punto di vista dell’isola e di ciò che succede in questo nostro mondo, in particolare il nord Sardegna con epicentro Sassari. Siamo partiti scrivendo parecchie storie, tra le quali abbiamo poi fatto una selezione delle più interessanti.» Va da sé che il cast sia particolarmente ricco in termini di ospiti locali, nazionali e internazionali. Tra i tanti nomi di colleghi e amici che Stefano ci snocciola ricordiamo qui soltanto Benito Urgu, Chicca Zara, Massimiliano Medda, Antonello Grimaldi; ma anche Rossella Brescia, Giovanni Cacioppo, Rita Pelusio, Gianluca Impastato, il produttore e attore di cinema hard Francesco Malcom e perfino due nomi esteri: l’inglese Tim Daish e la russa Marina Kazankova.

«Abbiamo girato in centro città: Corso Vittorio Emanuele e Piazza Tola, per esempio, ma anche Porto Torres, Alghero e l’Asinara. Mostriamo luoghi diversi rispetto al precedente film e poi una chicca: un episodio in cui la Sardegna si vede da molto in alto perché è completamente ambientato nello spazio. Lo abbiamo girato in studio, in croma key con lo sfondo verde. Abbiamo riprodotto l’interno di una navicella spaziale, realizzata dagli scenografi coadiuvati dagli stagisti dell’Accademia delle Belle Arti di Sassari; un bellissimo lavoro al quale è seguita tutta la post produzione.»

In sala si vede, naturalmente, il risultato finale di un lavoro duro e che dura anche parecchio. «Il nostro è un film dal budget molto basso. Nonostante ciò, muovere una troupe base di una quarantina di persone più gli attori richiede organizzazione negli spostamenti e nella tabella di marcia. In questo siamo stati molto bravi perché abbiamo terminato tutti i giorni di riprese, tranne uno, in anticipo di mezzora. Abbiamo fatto fronte ai vari problemi meteorologici senza perdere una giornata. C’è da dire che l’esperienza precedente è stata utilissima e, anche per questo, parte della squadra è la stessa.»

A proposito, quali sono state le sorti di Bianco di babbudoiu? «Ha avuto un’accoglienza tiepida, al limite della debacle, ma poi si è ripreso bene tanto che è rimasto nelle sale sarde per un tempo superiore alla media. La sua vera vita è cominciata però dopo. Intanto ci siamo incaponiti nel seguirlo con la distribuzione; poi lo ha voluto Sky in esclusiva per nove mesi. Quindi ha partecipato a numerosi festival e, da uno all’altro, siamo arrivati in Russia dove ha trovato una buona distribuzione tanto che, la scorsa estate, è stato trasmesso anche in chiaro, in TV. Grazie ad Amazon Prime è stato poi distribuito in America, in Inghilterra e in altri ottanta Paesi, tra cui in Italia un paio di mesi fa. Ricordo, per quel film, una grande fatica e un montaggio molto sofferto. Il premontato durava due ore e mezza: al produttore scese un crasto, come si dice a Hollywood. Per Come se non ci fosse un domani, invece, abbiamo avuto soltanto un quarto d’ora circa da tagliare. Meno male non c’è più la pellicola, che si pagava un tot al minuto.»

Un altro successo, contrariamente alle aspettative generali, è stato quell’anno (era il 2016) la partecipazione al Festival di Sanremo. «Abbiamo ricevuto pressioni negative per tutti i tre giorni precedenti alla nostra esibizione», ricorda divertito Stefano. «Il mantra era: “Tanto a Sanremo i comici vanno male”. Lo stesso Carlo Conti ci fece convocare nel suo camerino facendoci recitare lo sketch a bruciapelo e dicendoci solo dopo che, se avessimo esitato appena, ci avrebbe tagliati dalla scaletta. Noi eravamo invece molto zen, forse perché non sentivamo di avere da perdere chissà cosa. Sul palco, nei pochi secondi di silenzio che precedono l’inizio delle nostre gag, potevo vedere Carlo sudare freddo. Poi i primi apprezzamenti in sala; anche lui rideva e abbiamo fatto il picco di share.»

Siamo in chiusura. Forse non tutti sanno che, dopo lunghi studi, Michele Manca (il famoso Pino La Lavatrice) insegna a Sassari, nel quartiere Carbonazzi, all’interno dello Spazio Studio Totonna, luogo adibito a sala prove e formazione per lo spettacolo. È infatti l’unico italiano autorizzato a insegnare il metodo Philippe Gaulier, mostro sacro nell’arte del clown.