Sa panettera è la maschera che rappresenta le donne di Cagliari che in abiti dell’epoca lavoravano nelle botteghe dove si faceva il pane – racconta Vittorio D’Angelo, sarto, stampacino doc ed ex presidente della GIOC (Gioventù Italiana Operaia Cattolica – che si occupava di organizzare il carnevale cagliaritano –). Erano le addette alla vendita. Vengono ricordate non perché vendevano il pane ma per un’altra loro caratteristica: erano crastule, pettegole. Sapevano tutto e soprattutto di tutti”.

Le maschere del carnevale cittadino non sono altro che la riproposizione delle abitudini dei personaggi locali più noti e dei mestieri riportati in modo scherzoso ed enfatizzate di modo da renderle comiche. Era il 1944 quando Pinuccio Schirra e Tonino D’Angelo, fratello di Vittorio, fondarono la GIOC e decisero di riesumare il tradizionale carnevale cagliaritano. Un carnevale inusuale rispetto a quelli del resto dell’isola con le sue tipiche maschere e i suoi riti.

Vittorio D’Angelo

“C’erano is piccioccus de crobi – prosegue l’ex presidente – ossia quei ragazzi che portavano la spesa ai signorotti della Cagliari bene attraverso le loro ceste, appunto is crobi. Poi c’erano is dirasa. Sarebbero le attuali tate, quelle signore che seguivano i figli delle famiglie più abbienti. C’era su pappa figu, il mangiatore di fichi, generalmente un uomo vestito da campagnolo con una canna che gli serviva per raccogliere, appunto, i fichi dalle piante. Attaccato alla canna c’era anche una lenza e un amo al quale appendeva i frutti per farli desiderare a chi stava intorno urlando “pappa sa figu, pappa sa figu” (mangia i fichi, mangia i fichi ndr). Ma non tutti potevano partecipare ai festeggiamenti del carnevale specialmente, le famiglie più povere. Per poter permettere anche a loro di poter partecipare Pinuccio e Tonino avevano riportato alla memoria la maschera de sa gattu. Un costume molto semplice che potevano fare tutti: un lenzuolo matrimoniale bianco legato sulla testa e in vita con un fiocco e con delle piccole orecchie anch’esse realizzate con dei nastri”.

“C’era su dotori (il dottore) – prosegue il sarto –, su palliazzu (il pagliaccio), su piscadori (il pescatore), sa viura (la vedova), su diaulu (il diavolo) s’arregatteri (il rigattiere) e via via tutti i diversi mestieri cittadini. Ognuna di queste maschere enfatizzava un suo aspetto o una caratteristica di modo da poterne fare una burla. Un’altra maschera, che ho introdotto io, è stata quella de is lantioneris che rappresentavano coloro che andavano in giro per la città per accendere e spegnere l’illuminazione notturna”.

Nerone e l’asino

Uno degli aspetti più caratteristici della sfilata era, ed è, sa ratantira. “Tonino teneva molto a questo ritmo coi tamburi. Un ritmo sordo, senza le corde metalliche degli attuali rullanti, che trainava tutti: sia chi partecipava attivamente sia chi la osservava. Ho avuto una buona esperienza di questo durante una delle nostre uscite a Iglesias, quando passando nei vicoletti storici della cittadina sembrava che venissimo spinti dal suono dei tamburi. Una sensazione che sentivo io e che sentivamo tutti. Le stesse sensazioni le provavo anche quando sfilavamo il giovedì qui a Cagliari specialmente quando entravamo nei vicoletti della città. Ad esempio in Biddanoa (Villanova ndr), nei vicoletti di via San Giovanni, venivamo spinti, incoraggiati e trascinati da questa marcetta. Un aspetto questo che si è perso negli anni perché ogni gruppo fa un ritmo proprio e non c’è più quel traino. Un ritmo che è stato preso dal passato, dalle edizioni precedenti la guerra del carnevale, e che riecheggia ancora nelle strade.

“Negli anni Ottanta – prosegue Vittorio D’Angelo – ci fu l’introduzione di maschere più attuali che volevano scimmiottare le dive del cinema e dello spettacolo. La prima donna, Carmen Miranda alias Giosuè Cogotti, fu una delle maschere più riuscite. Al suo fianco c’erano is dotoris che aprivano la sfilata. Poi l’hanno seguita uomini pelosi e baffuti che invitavano gli spettatori a ballare con loro”.

Carro Bagni de sa Perdixedda

“Non solo maschere – sottolinea l’ex presidente – il carnevale era caratterizzato anche dai carri allegorici. Un tempo erano trainati da cavalli o da asini, erano di legno e più piccoli di quelli degli anni 80/90. Anche questi come i costumi prendevano in giro le usanze dell’epoca, come ad esempio il carro dei Bagni de sa Perdixedda di Giorgino, che era una presa in giro dei primi stabilimenti balneari. Oppure il carro Su vapori de is cappellinas che prendeva in giro la carrozza che portava le signore benestanti cagliaritane, caratterizzate appunto da un cappello, che andavano al mare. Dai carri in legno si è passati poi alla motorizzazione e a temi più di attualità”.

Attorno al carnevale ruotavano tantissime persone a tal punto che dal dopoguerra fino alla fine del secolo scorso la GIOC era un punto di riferimento non solo per gli stampacini ma anche per tutti coloro che collaboravano all’organizzazione del carnevale. “Nato un po’ per gioco – prosegue l’ex presidente – e per divertimento per poi diventare una cosa seria che coinvolgeva tutta la città. Eravamo principalmente un gruppo di amici, ci divertivamo nel cogliere gli aspetti più ridicoli del cagliaritano estremizzandoli all’eccesso, ma non mancavano gli scherzi o situazioni comiche. Come quando vestimmo da ballerina un ragazzo del quartiere con una grande e voluminosa gonna che gli impediva di muoversi agevolmente. Ma la cosa divertente fu che, dovendo stare diverse ore con il vestito, gli costruimmo un “gabinetto” sotto la gonna in modo da poter andare in bagno senza togliersi l’abito. Ricordo anche con piacere Barbabeccia, alias Efisio Paci, con il costume di Nerone sopra un asinello mentre dava la benedizione a tutti i cittadini”.