Fra i peggiori nemici degli agricoltori, spesso protagonista di film catastrofici quale annunciatrice di apocalisse, annoverata tra le dieci piaghe bibliche, la cavalletta non gode certo di grande fama. Se le condizioni ambientali sono favorevoli, infatti, le cavallette possono compiere grandi distanze e permanere per mesi nella stessa zona riunendosi in uno sciame capace di un’enorme devastazione. Una volta creata, la nuvola di cavallette, inizia a diffondersi formando delle vere e proprie linee di attacco che conquistano sempre nuovi territori distruggendo tutto sul suo cammino. Incredibilmente vorace fin dalla nascita e fino alla morte, può creare danni enormi all’agricoltura prediligendo le coltivazioni di ortaggi e cereali alla vegetazione spontanea.

Appartenente all’ordine degli Ortotteri, la cavalletta è una vera macchina distruttrice capace di mangiare, in media, fino a 16 volte il suo peso in un giorno. Grazie al suo particolare apparato boccale masticatore, rivolto verso il basso, può nutrirsi durante gli spostamenti e per mezzo delle papille gustative poste sulle antenne può analizzare e scegliere la qualità degli alimenti prima di portarli alla bocca. Gli occhi, ai lati della testa, sono in realtà formati da tanti occhietti semplici che gli consentono di esplorare l’ambiente al primo sguardo. Completano il quadro le tre paia di zampe: il primo è sede degli organi sensoriali deputati all’udito, sensibili al minimo rumore e l’ultimo, particolarmente sviluppato muscolarmente, permette una grande agilità nel salto.

È un insetto senza dubbio dannoso ma non tutte le specie di cavallette sono incolpabili di calamità naturali. Il Panfago sardo (Pamphagus sardeus) ad esempio, endemismo esclusivo della nostra isola, ha ali atrofizzate e ridotte a moncherini che lo costringono a vita sedentaria e solitaria senza permettergli riunioni in sciami né grossi spostamenti nell’ambiente.

Ha corpo massiccio, piuttosto pesante e poco agile, con una cresta nella parte dorsale. Generalmente è verde, con screziature nere, gialle e bianche lungo i bordi dei vari segmenti, ma si trovano facilmente anche esemplari completamente verdi o totalmente melanici.

La femmina, più grande e tozza del maschio, arriva sino a 10 centimetri e per questo suo aspetto, in molte località sarde, è chiamata Pibizziri pringiu o Mammaraida confondendola con una comune cavalletta gravida. Il nome scientifico, invece, deriva dal greco (“pan” tutto e “phego” mangiare) ma anche alla mitologia dove Pamphagus era il nome di uno dei cani di Atteone, che si nutriva di qualsiasi cosa, persino del suo padrone.

Raggiunge la maturità sessuale all’inizio della sua seconda primavera, in anticipo rispetto alle altre specie che si riproducono in autunno. Le uova vengono deposte in una buca nel terreno da cui usciranno le larve, del tutto simili agli adulti, ma che raggiungeranno la conformazione definitiva nell’arco di una metamorfosi in due soli mesi.

Si nutre, di preferenza, di graminacee e leguminose, frequenta pascoli estensivi, zone incolte e soleggiate tra gli arbusteti e la macchia mediterranea sino a 1500 metri di altitudine. Non procura danni alle culture visto il basso numero di individui e la scarsa motilità, ha una distribuzione discontinua ma non è in pericolo di estinzione.

DivisioneInsecta
OrdineOrthoptera
FamigliaPamphagidae
GenerePamphagus
SpeciePamphagus sardeus
Nome italianoPanfago sardo
Nome sardoPibizziri pringiu, Mammaraida, Cuaddu ‘e s’aremigu
Tipo corologicoEndemismo sardo