Una delle caratteristiche che il resto del mondo dovrebbe invidiare alla Sardegna, è l’unicità della sua essenza. In questa splendida isola, infatti, esistono un indefinito numero di particolarità ed eccezioni che rendono ancora più incredibile il panorama gastronomico, naturalistico e artigianale.

La Baronia (in particolare Siniscola, Posada, Torpè e Orosei) è una delle zone del territorio che può sentirsi maggiormente grata a Madre Natura per la qualità unica di uno dei suoi prodotti: sa pompìa. Non si tratta di un limone, né di un pompelmo e neanche di un cedro, ma della sapiente miscela di tutti e tre questi agrumi, un frutto endemico sardo dalle indiscutibili qualità culinarie e, addirittura, da utilizzare come elisir di benessere e salute.

Fino al 2015 questo frutto dalla buccia opaca e bitorzoluta di un giallo che ricorda il limone, di una forma che ci riporta al pompelmo e di un’irregolarità che richiama il cedro, non era neanche riconosciuto dalla comunità scientifica, forse proprio a causa della sua unicità.

E il fatto che il nome non riconosciuto fosse Citrus mostruosa la dice lunga sullo spirito ironico dei sardi che l’hanno prodotto per secoli. Perché pare, infatti, che un documento statistico ordinato dal viceré nel 1760 contenga già questo particolare frutto tra le specie vegetali coltivate in Sardegna.

La sua dubbia avvenenza non l’ha assolutamente declassato e non solo perché è un agrume principe della tradizione gastronomica della Baronia, ma anche perché alcune ricerche svolte presso l’Università degli Studi di Sassari hanno permesso di ottenere un olio essenziale capace di piccoli miracoli alle vie respiratorie e all’apparato digestivo, e di curare importanti infezioni a quello genitale femminile. Molte di queste ricerche sono ancora in fase di sperimentazione, ma l’entusiasmo è altissimo soprattutto in un periodo storico in cui la società e le industrie farmaceutiche sono così attente alla ricerca di prodotti curativi naturali e biologici.

Al fine di preservare questo prodotto tipico e unico, nel 2004 a Siniscola è nato un presidio slow food della pompìa ed è proprio qui che le donne si tramandano oralmente la ricetta per ottenere i dolci della tradizione realizzati grazie a questo frutto.

Prepararla è un lavoro lungo e paziente, perché la pompìa può essere consumata solo dopo ore e ore di cottura, visto che da cruda è immangiabile.

Per iniziare, si pela la buccia che può essere utilizzata per fare un delizioso digestivo, la famosa s’aranzada o per essere inserita nella marmellata. A questo punto, al centro, tutto intorno al picciolo, si scava un foro abbastanza grande da riuscire a svuotare facilmente dalla polpa interna che sarà un altro ingrediente della marmellata. L’involucro restante, dopo una lentissima e lunga bollitura con acqua e miele, assumerà un bel color caramello, si chiamerà sa pompìa intreae potrà essere consumato a fette tra i sorrisi orgogliosi delle donne che lo hanno preparato e che danno prova d’immenso amore, oltre che di abilità.