Le maschere mediterranee e, in particolare, quelle del Carnevale spesso si assomigliano. Il richiamo è forte soprattutto per nomi e attività per quanto riguarda la famosa gara equestre della Sartiglia di Oristano. Il nome stesso sembra derivare dalla parola spagnola “Sortija” (indicante la corsa agli anelli). Il significato ancestrale della manifestazione risiede in realtà nel termine latino “sors” (sorte): gli antichi popoli del bacino Mediterraneo erano soliti richiedere agli dei la fertilità della terra attraverso particolari riti agrari.

Il protagonista assoluto della Sartiglia di Oristano è la maschera di Su Componidori (dallo spagnolo Componedor) che ha il compito di iniziare la gara infilando la spada nella prima stella. Lo seguono i cavalieri. La tradizione vuole che dal numero delle stelle “infilate” dipenda la penuria o la ricchezza del raccolto. Se Su Componidori e la Sartiglia assomigliano al capo corsa e alle gare agli anelli iberiche – almeno per quanto riguarda la loro componente etimologica e rituale – i festeggiamenti oranesi non sono esenti dalle somiglianze con il Carnevale spagnolo che, specie nelle zone rurali, conserva una grande quantità di maschere e feste strettamente connesse al rapporto tra uomo e natura.

Su Bundu è l’eroe del Carnevale di Orani, piccolo paese del nuorese. È un essere metà contadino e metà animale, che indossa un cappotto, pantaloni di velluto e gambali di cuoio. Una spaventosa maschera zoomorfa, con lunghe corna e un enorme naso, ne ricopre il volto. Su Bundu anima il corteo impugnando un forcone e mimando il gesto della semina, senza riservarsi dall’emettere suoni animaleschi. Nonostante la sua apparenza inquietante egli è buono. Infatti, secondo una leggenda, fu un impavido contadino a permettere alle genti di Sardegna di godere di una ineguagliabile abbondanza di materie prime. L’agricoltore, travestitosi da Bundu, convinse i demoni, durante una notte tempestosa, a rispettare la comunità di Orani e i frutti della semina.

Se ci spostiamo di mille miglia a ovest verso la provincia aragonese di Huesca in Spagna, troveremo innumerevoli similitudini tra Sos Bundos e i Trangas. I Trangas sono le maschere tipiche del Carnevale di Bielsa che sfoggiano camicie a quadri e una maschera di caprone con corna imponenti. Terrorizzano i partecipanti alla festa con movimenti osceni e con l’assordante rumore dei loro campanacci. Ma la loro funzione trascende – proprio come nei Bundos – l’apparenza. Si tratta infatti di un rito propiziatorio: i Trangas si impegnano a spaventare non le genti, bensì l’inverno e gli spiriti maligni e colpiscono violentemente il suolo con le loro “troncas” affinché la terra si risvegli dal gelo e i contadini possano cominciare a seminare.

A concludere il viaggio tra i Carnevali di Spagna e Sardegna una similitudine impressionate: quella tra i Diavoli di Luzón e Su Battileddu di Lula. Volti interamente coperti da fuliggine, robuste corna scure, pesanti campanacci e vesti nere o interamente realizzate in pelli di capra. Entrambe le maschere, così affini nell’aspetto, sono altrettanto dissimili nel loro ruolo. Mentre le maschere spagnole sfilano danzanti per la città cercando di allontanare gli spiriti, a Su Battileddu di Lula spetta la parte dell’agnello sacrificale. Catturato e picchiato dai guardiani del bestiame, cade a terra sfinito e muore, per poi risorgere grazie a un bicchiere di vino. Il Carnevale di Lula trae probabilmente le sue origini dai riti di Dioniso. Nei riti dionisiaci il corteo, ebbro di vino, si abbandonava al ritmo del coro in una danza ossessiva, frutto di quella particolare fonte di “possessione” che gli antichi chiamavano entusiasmo. La cerimonia si concludeva con la caccia e lo smembramento dell’animale, un epilogo che ricorda proprio quello del Carnevale di Lula.

Il Carnevale è la festa per eccellenza in cui la tradizione, gli antichi mestieri, gli eterni presagi e le più recondite paure umane (la povertà e la morte) si fondono. Le maschere, con i loro campanacci danzanti, con le loro forme animalesche e scure e – non meno comunemente – con i loro colori festosi e la mise buffonesca, non fanno altro che rimettere in scena dall’alba dei tempi l’unica guerra davvero eterna: quella tra bene e male.