Il 27 Gennaio del 1945 è il giorno in cui il mondo è venuto a conoscenza del crimine per eccellenza della storia contemporanea. Sul finire della seconda guerra mondiale, le armate russe, durante la marcia su Berlino, giungono presso Auschwitz dove fanno la triste scoperta del campo di concentramento. Ad accoglierli, trovano una scritta sulla sommità del cancello: Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi). Aprire quei cancelli equivale a scoperchiare il vaso di Pandora: tutti i mali, le atrocità, le torture e gli efferati omicidi compiuti in quel campo si sono riversati in un istante sul resto del mondo. L’Armata Rossa, libera i prigionieri superstiti, sopravvissuti ai tedeschi fuggiti pochi giorni prima. Da questo momento in poi, l’orrore di quella che Hitler definisce come “soluzione finale”, diviene noto a tutti. Il disprezzo per le azioni dei nazisti è talmente grande che, durante il processo di Norimberga nel 1946, viene appositamente coniato un termine per descrivere le orribili colpe addebitate agli imputati: genocidio, lo sterminio deliberato di un intero popolo, a prescindere dall’età, dal sesso, dall’orientamento politico o dal credo religioso.

Il progetto di Hitler è di carattere nazionalista e profondamente antisemita. Crede nell’esistenza di una razza superiore, quella ariana, destinata a dominare l’Europa ed il mondo interno. Tra i numerosi nemici del regime, che il nazismo si propone di perseguire pur di raggiungere la supremazia, gli ebrei sono quelli che hanno subito la persecuzione più spietata, dal momento che Hitler li ha sempre considerati come la causa della decadenza della civiltà europea, in quanto popolo senza patria. Sin dal 1935, da quando vengono promulgate le leggi di Norimberga, viene messa in atto nei loro confronti una discriminazione razziale a tutti gli effetti: queste leggi negano e revocano agli ebrei la cittadinanza tedesca, inoltre si proibiscono matrimoni e convivenze tra tedeschi ed ebrei. Soprattutto nell’Europa orientale, dove le comunità ebraiche sono più numerose, vengono prima confinati nei ghetti, poi pubblicamente discriminati con l’obbligo di indossare una stella gialla appuntata al braccio e, infine, deportati nei tristemente famosi campi di concentramento di Auschwitz, Buchenwald, Dachau e molti altri. In questi campi, i deportati sono sottoposti a lavori forzati, usati come cavie per atroci esperimenti medici, infine eliminati in massa nelle camere a gas. Questa è la soluzione finale progettata da Hitler dal 1941, e attuata dalle Schutz-Staffeln (le “SS”, il corpo di polizia del regime) per risolvere il “problema” ebraico con l’eliminazione fisica di un intero popolo.

Con lo scopo di non dimenticare questo orrore, il 20 Luglio del 2000, con la legge 211/2000, l’Italia istituisce formalmente la Giornata della Memoria “…al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. Nel 2005 la giornata della memoria diventa una ricorrenza internazionale. All’Assemblea delle Nazioni Unite del 1° Novembre del 2005 viene, infatti, designato il 27 Gennaio, giorno in cui vengono abbattuti i cancelli e liberato il campo di concentramento di Auschwitz, come data in cui celebrare la ricorrenza. In occasione di questa particolare commemorazione, vengono organizzati eventi e cerimonie con l’unico fine di ricordare quegli orribili e vergognosi avvenimenti.

Anche la Sardegna, purtroppo, ha pagato il suo sacrificio. Secondo gli studi dell’Istituto Sardo di Storia della Resistenza, sono più di 250 i sardi che sono stati rinchiusi nei lager tedeschi. I deportati sardi, sono persone ritenute pericolose per il regime: militari, oppositori politici e partigiani, oltre che deportati per motivi razziali che, per la maggior parte, vengono assegnati al campo di concentramento di Mauthausen.

Il rischio è che questa pagina di storia diventi solo un ricordo sbiadito. Tutti noi abbiamo il dovere di far sì che questo non accada, facendo di tutto per tenere viva la memoria anche quando gli ultimi testimoni di questa tragedia non ci saranno più, affinché tutto ciò non si ripeta una seconda volta.