Le Lucido Sottile. 2 bluff…attrici!

Bluff-attrici, il termine con cui amano definirsi, è forse la parola più adatta per descrivere Tiziana Troja e Michela Sale Musio, dal 2003 direttrici artistiche della compagnia LucidoSottile: attrici, sì, ma contemporaneamente registe, cantanti, organizzatrici, coreografe, danzatrici, direttrici artistiche, provocatrici di professione e con professionalità. Conosciute per spettacoli dissacranti come Holy Peep Show e per tormentoni come “se te lo sto dicendo!” dei loro personaggi Tanya e Mara, hanno un curriculum artistico internazionale, tra gli studi in Germania e le esibizioni al Fringe Festival di Madrid. Le abbiamo incontrate nella loro sede artistica: l’ExArt, uno stabile occupato alla Marina, nel centro di Cagliari.

Allora, perché Tanya e Mara? Come sono nate?
TIZIANA:
Tanya e Mara? Quelle sceme?

MICHELA: Il primo esperimento l’abbiamo fatto a casa di Tiziana e un nostro amico ci ha detto “Mettiamolo online”. Sia chiaro: prima c’erano stati tre mesi di prove, non si tratta soltanto di macchiette. Infatti, con la scusa che sono delle gagge incredibili, ci permettono di far passare messaggi un po’ più impegnati, con contenuti sociali e, talvolta, anche scottanti; se ci fai caso, dicono cose quasi sciamaniche. Il loro successo porta in teatro un nuovo tipo di pubblico: sì, i giovani sono sempre venuti a teatro, ma adesso anche giovani che non ci avevano mai messo piede vi si avvicinano. Che poi, quando ci hanno suggerito l’idea, la prima reazione è stata “Noi due a fare dei personaggi cagliaritani? Ma quando mai?”, ma alla fine Tanya e Mara sono personaggi universali, sono semplicemente la versione casteddaia di figure che esistono in tutte le città del mondo.

E i nomi?
M.:
Hanno le nostre iniziali, ma invertite: Tiziana è Mara e Michela è Tanya.

T.: Perché proprio Mara e Tanya? Sono nomi brevi e si ricordano facilmente, innanzitutto! Mara, in particolare, era una che mi faceva la piega.
M.: Tanya è un nome che mi piaceva… e poi ha la y nel nome, che è sempre importante!

Michela, prima hai detto che ti stupì l’idea di interpretare personaggi cagliaritani: non vi sentite cagliaritane?
M.:
Ci sentiamo assolutamente e inequivocabilmente sarde e adoriamo la nostra città. Lo stupore, piuttosto, derivava dall’idea di perpetuare uno stereotipo: quello dell’artista sardo che mette in scena, a mo’ di macchietta, la propria “sardità”, come se, da un lato, bastasse questo per fare teatro e, dall’altro, come se un sardo non avesse nient’altro d’interessante da offrire al pubblico.

T.: Secondo me, è una conseguenza del fatto che, bene o male, in due o tre gradi di parentela, qui siamo tutti collegati, quindi si ha un po’ di paura ad uscire dal seminato, perché la gente ti conosce. Noi però ce ne siamo sempre fregate: lo spettacolo è per il pubblico, non per cugini e parenti, quindi facciamo quello che vogliamo fare. Se la rassegna di Shakespeare non c’interessa, non la facciamo: non vogliamo avere vincoli o legami di nessun tipo. Non ci siamo mai sposate, tanto meno con la politica.

Come vi siete avvicinate al mondo dello spettacolo?
M.:
Mia nonna era costumista, quindi casa mia è sempre stata un viavai di attori e io, da che ho memoria, ho sempre voluto far parte di quel mondo. Avevo iniziato a studiare recitazione a 7 anni e, dopo essermi sbattuta come una matta, a 10 anni riuscii a convincere i miei genitori ad iscrivermi a un corso di formazione vero e proprio; un corso per adulti, tra l’altro. Non ho mai avuto dubbi sul fatto che avrei fatto questo nella vita, anche perché l’unica alternativa che ho mai preso seriamente in considerazione era di diventare Papa.

T.: Non hai l’aplomb necessario per fare il Papa, te lo dico io. Anche io sapevo di poter fare solo questo: so cucinare benissimo, mi piace gestire gli animali, ma questa era la mia strada. Il mio primo spettacolo? A 9 anni, forse 10, mi occupai della regia di uno spettacolo di varietà con gli amici: una mia amica arrivava con un cestino da cui lanciava dei coriandoli e poi ovviamente entravo in scena io, come una sorta di Primavera. A 26 anni venni scelta come acrobata da Dario Fo per un suo spettacolo a Cagliari e fu lui stesso a dirmi che dovevo fare questo mestiere: d’altronde, ero danzatrice professionista già a 16 anni.

E degli anni seguenti, che cosa vi ricordate in particolare?
T.:
All’inizio venivamo criticate perché, a detta della “concorrenza”, spendevamo troppo in pubblicità e comunicazione. Sono proprio quelli i momenti in cui nasce la proverbiale provocatorietà delle Lucido Sottile: vedi un seno nudo, poi vai a teatro e c’è Macbeth!

M.: All’epoca c’era un modo di fare teatro molto chiuso: se io volevo ingaggiare un attore di una compagnia per uno spettacolo, questa si opponeva, quasi avesse paura che stessimo sequestrando la persona: non ti sto rubando l’attore, mi serve semplicemente quella faccia per un determinato personaggio, poi te lo restituisco come nuovo. Diciamo che siamo state le prime a rompere l’equilibrio di chi aveva degli attori e non li “scambiava”.

E di questo posto, l’ExArt, che ci raccontate?
T.:
Questo spazio nacque per le associazioni culturali all’epoca della giunta Floris e la convenzione quinquennale col Comune scadeva poco prima che Massimo (ndr: Zedda) diventasse sindaco per la prima volta, nel 2011. Tutte le associazioni ospitate in questo stabile hanno sempre chiesto la proroga, in maniera formale e protocollata, s’intende, senza mai ottenere uno straccio di risposta. Due mesi dopo l’elezione di Zedda, arriva una lettera di sgombero che ci voleva tutti fuori in tre giorni: addirittura ci dissero che noi eravamo già stati avvisati, anche se chiaramente noi non avevamo mai ricevuto niente. Scoprimmo infatti in seguito che i suddetti avvisi non erano neanche stati spediti: a pensar male si fa peccato, ma abbiamo difficoltà a credere che si sia trattato di una dimenticanza. A quel punto abbiamo deciso di occupare simbolicamente lo stabile: dico simbolicamente perché eravamo già concessionari, non siamo mica arrivati dal nulla. Inoltre, con questa occupazione, abbiamo voluto perseguire il bene comune, non certo un vantaggio individuale: adesso questo luogo è a disposizione di tutti coloro che hanno bisogno di uno spazio per provare e delle compagnie che non possono permettersi di affittare un teatro. Non è mica una cosa da poco, ci siamo autotassati noi per il service e per l’arredamento: lo stesso assessore Puggioni ha ammesso che abbiamo tappato i buchi creati dal Comune e che abbiamo fatto un lavoro gigantesco, anche se poi, stranamente, si è rimangiato tutto. Qui può venire chiunque: definiamo questo posto “il primo avamposto indipendente della Sardegna”. Noi resistiamo, anche se forse ancora per poco.





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