Ha un’apertura solare e scanzonata il secondo disco solista di Maurizio Casu L’universo dentro me (arrangiato assieme a Francesco Marras e registrato presso lo Screaming Shadows Studio di Sassari), che riprende il discorso interrotto in Uno strano concetto d’amicizia: un approccio diretto e senza fronzoli – secondo i dettami della tradizione cantautorale italiana – ma con un’attitudine al pop spettinata e giocosamente punk. Le previsioni, giunta alla Finale Inediti del Festival Estivo Internazionale di Genova, col suo incalzante incedere, è brano incipitario dall’arrangiamento smagliante in cui la tromba di Gabriele Solinas gioca un ruolo significativo, smorzando le tensioni e donando compattezza al materiale sonoro. Sin dal principio le liriche, nella loro scarna semplicità, denunciano un intento di leggerezza: “previsione” diviene sinonimo di speranza, aspettativa, di ciò che, nel quotidiano, è in grado di cambiare il nostro modo di rapportarci al reale: Le previsioni dicono che / tu quest’anno ritorni da me / […]e uscirò dalla gabbia perché / alle sei ci prendiamo un caffè.

La successiva Al contrario, nel cui ritornello non è difficile rintracciare qualche grintosa reminiscenza proveniente dal canzoniere di Rino Gaetano, sembra nuovamente far riferimento al progetto di levità che designa il contenuto dell’album. Maurizio Casu abbozza qui, a matita, uno stilizzato ritratto di sé: egli, al contrario, e cioè in maniera del tutto indipendente dalle tendenze musicali del momento, con la testa per aria e i piedi per terra, vuole gioiosamente mettere su disco il risultato di un percorso intimo, pressoché diaristico. Ma ogni ribaltamento carnevalesco ha l’intento di dare nuova vita e di far propri i contenuti più gravosi del reale: una faticosa quotidianità è quella che vien fuori da Sei un eroe, malinconico e accorato ritratto di figura paterna, eroe “di tutti i giorni” che non ha bisogno di parlare delle proprie imprese, che sceglie l’autorevolezza all’autorità e che, lottando con gli ostacoli che la vita gli pone davanti, si conquista la propria meritata fetta di serenità: non a caso la canzone chiude circolarmente sull’inciso mio padre mi ha insegnato a seguire la passione / ché andare sempre avanti è l’unica opzione.

L’atmosfera mesta e straniante che anima le ballate rock E poi e Le tue ali, in netto contrasto con la iniziale luminosità, fa pensare che ne L’universo dentro me confluisca un articolato lavoro di introspezione. La dolente Ciao Francesco, tutta giocata sulle delicate timbriche del pianoforte, ne è un esempio calzante: ci si congeda da chi non c’è più, affrontando il futuro con la consapevolezza di aver perso per sempre un compagno di viaggio. Resta il patrimonio dei ricordi, dell’affetto che è stato. I toni ritornano lievi grazie a brani come Sto bene così (con una deliziosa intrusione, nell’arrangiamento, del mandolino di Marras a spezzare la declinazione prevalentemente elettrica dell’album) e persino L’ultimo uomo sulla terra, divertissement sul tema – oggi tanto abusato – di un futuro distopico appare come giocoso invito a un maggiore senso di collettività, intesa come spazio in cui le idee e le passioni individuali vengano valorizzate. I palazzi in rovina di cui la natura si riappropria al cospetto dell’ultimo superstite è un paesaggio di cartapesta, un pretesto creato dal cantautore per far luce su un presente a cui si può ancora rimediare. A chiudere questa seconda produzione, il brano corale Uno strano concetto d’amicizia che sottolinea la continuità di questo lavoro con quello precedente, quasi si trattasse di un secondo capitolo della medesima narrazione. Nuovamente e più esplicitamente viene rimarcato il principio secondo cui questi brani sono stati composti e registrati: la musica vissuta come collettore di anime diverse, come linguaggio in grado di far nascere un dialogo, un confronto, in un mondo in cui, anche a causa della crisi che paralizza la piccola industria musicale, ciò che nasce come esperienza anzitutto collettiva diviene sovente focolaio di una feroce competizione.

 

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