Sono un quartetto molto ben assortito, gli Apaches. Li incontriamo a Sassari, nella saletta interna di un bar in via Roma, in trasferta rispetto alla loro storica residenza in quel di Sennori. E anche di Sorso, perché altrimenti Stefano mette il muso. Ci presentiamo. Loro sono Antonio, voce della rock band, 31 anni tra poco; Stefano, batterista poco più che new entry e poco meno che 28enne; Vanni, chitarrista al suo trentatreesimo proprio al momento dell’intervista e Gavino, bassista nel gruppo e trentacinquenne all’anagrafe.

Come e perché nascono gli Apaches?

Sul come soprassediamo: abbiamo avuto diversi cambi nel corso degli anni, tutti ruotati intorno al nucleo fondatore della band, Antonio e Vanni. Questo nucleo nasce per gioco, senza troppi pensieri, per il puro gusto di suonare. Dopodiché la cosa inizia a crescere, si fanno le prime serate nei locali, si inizia a essere conosciuti anche fuori dal proprio paese. Dopo qualche anno ci si ritrova a voler produrre musica propria anziché solo cover. Tutti noi siamo appassionati di grandi gruppi anni Settanta come i Doors, Led Zeppelin, Rolling Stones, Creedence, ecc. E anche i nostri suoni si rifanno a quel timbro. Abbiamo comunque diverse anime che si fondono, anche in base alle preferenze personali: Vanni va più sui Led Zeppelin, Antonio è più psichedelico, Gavino è più Funky, Stefano è invece il classico rockettaro a cui piace di più il rumore. Il prodotto che ne viene fuori è decisamente originale. Abbiamo fatto quello che ci sentivamo di fare da anni e per anni, è stato un processo naturale.

A cosa è dovuta la scelta del nome?

Il nome è nato per gioco perché, nel primo periodo che abbiamo iniziato a suonare, uno spettatore che è venuto ad assistere alle prove ed era piuttosto alticcio, ci chiedeva in continuazione di suonare Apaches, il brano degli Shadows. Sembra incredibile ma, da allora, a ogni nostra serata la canzone di apertura è proprio quella.

Parliamo del vostro disco.

Sono canzoni di matrice rock, vecchia maniera, con influenze blues e psichedeliche. È un cd un po’ fuori dagli schemi, tutto in italiano: fare questo tipo di canzoni con suoni vintage è decisamente fuori dagli schemi. In questo sta la nostra originalità. E poi dobbiamo parlare della copertina, che è nata dal contrasto tra le idee di ciascuno di noi. Il grafico è così intervenuto per fare da mediatore e il risultato è quello che vedi.

L’occhio possiamo dire che rappresenta un po’ l’occhio di chi guarda il disco e vede la realtà intorno a sé. Si tratta quindi di una sorta di occhio onniveggente, rappresenta tutti noi che osserviamo il mondo intorno. Gli uomini sullo sfondo hanno orecchie al posto della testa e sono persone comuni che, viste dal di fuori, sono tutte uguali, uniformi, seguono le stesse cose. Per questo hanno difficoltà ad ascoltare ciò che vogliamo dirgli. Poi, naturalmente, ognuno è libero di interpretarla come vuole. Molti hanno visto altri tipi di messaggi, anche a sfondo esoterico. C’è anche, per esempio, chi lo ha messo in verticale e ha visto… (ridono perché, vista in verticale, l’immagine ricorda l’organo femminile ndr).

In quali contest vi siete guadagnati la vittoria?

In due rassegne molto importanti. La prima è l’Olbia Rock, nel 2014, che ha visto partecipare tantissimi gruppi con una serata prefinale e una finale. In quell’occasione siamo arrivati in finale e abbiamo preso il secondo posto. Poi, da poco, abbiamo partecipato a un contest regionale che si è tenuto a Ittiri. È stato nel luglio di quest’anno. Siamo arrivati primi, sempre con i pezzi nostri. Una soddisfazione enorme.

Un sogno degli Apaches?

Riuscire a vivere di musica, magari accompagnati da un bel tour musicale in giro per l’Europa. Ma per riuscire a fare questo è necessario che succeda sempre un’altra cosa: che le persone si divertano nell’ascoltarci, come da qualche tempo a questa parte sta succedendo.

Gli Apaches sono su Facebook, Twitter, YouTube. Contattateli per conoscerli e acquistare il loro disco.

 

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