JOE PERRINO. L’OPERAIO ROMANTICO CHE NON SI PRENDE SUL SERIO

Una linea di Kajal sotto gli occhi, infradito (che lasciano vedere le dita smaltate di nero), camicia e pantaloni neri. Joe Perrino (al secolo Nicola Macciò) arriva puntuale in un caldissimo pomeriggio di fine estate. I concerti, in questi mesi, non gli sono mancati: «Sto suonando due, tre volte a settimane e più o meno funziona sempre».

Dagli anni Ottanta a oggi ha cantato (e in diversi casi fondato) in almeno sette formazioni musicali (The Mellowtones, Circus of Power, Horse London, A.D. Show, Elefante bianco, Grog e Rolling Gangsters), recitato in due cortometraggi (Kyrie eleison di Bepi Vigna e Preda di Paolo Carboni) e in un film (Tutto torna di Enrico Pitzianti), scritto e interpretato due spettacoli teatrali (Operaio romantico e Il divano), prodotto un album solista (Canzoni di Malavita).

Meglio attore o cantante?

Cantante. E poi anche per l’attore c’è da distinguere. Mi piacerebbe molto lavorare in teatro, dove mi trovo più a mio agio. Al cinema sei davanti a una cinepresa, con una serie di battute da rispettare ed è tutto prefabbricato. In teatro ti puoi permettere di più, esprimerti meglio nella gestualità e nella parola. Lo trovo più completo.

Da dove viene il nome Joe Perrino?

Praticamente da uno scherzo. Appena ci formammo, fu un’idea del bassista chiamare il gruppo Joe Perrino & The Mellowtones. Dopo il primo concerto vero, nell’autunno dell’84, una recensione de L’Unione sarda scriveva: «il cantante Nicola Macciò – Joe Perrino», e dal giorno sono diventato Joe Perrino.

Ci sono differenze tra Nicola Macciò e Joe Perrino?

Assolutamente sì, sono due persone diverse ma simili nelle sfumature. Si intrecciano in certi atteggiamenti e modi di pensare e non in altri. Quello che mi fa sorridere è che sono Joe Perrino da più anni di quanto sia stato solo Nicola Macciò: ho iniziato a suonare che ne avevo diciassette ed è diventata una cosa “semiprofessionale” tra i diciotto e i diciannove.

Qualunque cosa faccio la comincio per gioco. “Mai prendersi troppo sul serio” è la mia filosofia di vita.

Nel 1990 ti sei trasferito a Londra e ci sei rimasto sino al ’94. Com’era Londra in quegli anni e come eri tu?

Sono partito per suonare con una band che mi aveva chiamato per un’audizione. Poi, quando il progetto non era nemmeno decollato, ci furono degli screzi tra bassista e chitarrista e tutto finì lì. La sfortuna è che con quel gruppo avremmo dovuto registrare un CD, distribuirlo in America con un’etichetta grossa e fare anche una tournée.

Dopo mi sono presentato a qualche audizione, ma non trovavo un progetto che mi interessasse. Conobbi Perry Boyeson e decidemmo di creare un gruppo nostro e originale, non ci piaceva tanto quello che c’era intorno. Fondammo gli A.D. Show, trovammo un manager grossissimo, che ci fece suonare in sale dove transitavano i più grandi artisti inglesi, e fummo considerati tra i migliori gruppi emergenti londinesi. Poi il manager fece un casino, litigò con un grosso produttore e allo stesso tempo si re-incasinò con la droga.

A quel punto lo mollammo, venimmo in Sardegna per una tournée e per “prendere una boccata d’aria”. E allora sono tornato.

Ti sei mai pentito di averlo fatto?

Assolutamente sì. L’Italia è morta e la Sardegna ancor di più e per colpa dell’Italia. Mentalmente l’italiano non ha una buona abitudine musicale e non è attento alla musica quanto in Inghilterra, dove è business che porta soldi alle casse dell’economia.

Qui non so più che cosa sia la musica e tutto è abbastanza deludente. C’è sempre meno attenzione, un po’ per colpa di Internet, che rende tutto più facile, e un po’ per la gente, che è disinteressata. In più c’è un’educazione mediatica al fatto che tutti sono “particolari” e “strani”, ma se vai a chiedere che cos’hanno fatto di così incredibile da camminare a mezzo metro da terra, scopri che non hanno fatto nulla.

Per te, invece, cos’è la musica?

Tutto. Mi fa stare bene con me stesso e gli altri. È un veicolo che uso per comunicare con la gente a modo mio, anche perché ho delle cose da dire. Da poco, un ragazzo mi ha mostrato il figlio e mi ha detto che pensano sia stato concepito ascoltando una mia canzone. È la quinta volta che mi capita e direi che questo è abbastanza gratificante.

Ti sei definito “operaio romantico” e hai creato un progetto con questo nome…

Esatto. Tutto è nato da un gioco del periodo in cui avevamo gli Elefante bianco. Quando non suonavamo in giro per l’Italia e la Sardegna e avevamo bisogno di lavorare (ma non potevamo permetterci un lavoro fisso), avevamo tirato su un’impresa. Ristrutturavamo case, facevamo pavimenti in legno, un po’ di tutto. E lì è nata l’idea. Eravamo “operai romantici”, perché lavoravamo e ascoltavamo Schubert, parlavamo di letteratura, leggevamo poesie.

Allora montai e scrissi uno spettacolo intorno alla giornata di un operaio. Arrivava in cantiere in bicicletta, si allestiva il banchetto, iniziava a lavorare e poi suonava strumenti da lavoro, smerigli, tubi, cestelli di lavatrice. E la storia continuava anche dopo, al bar di fronte a una birra.

Ora a cosa stai lavorando?

Sto per mixare un progetto con una pianista, Joe & Missy – Canzoni d’amore a mano armata, una serie di ballate piano e voce sul sociale.

Di questi tempi anche un valore e un sentimento come l’amore ha bisogno di essere protetto, pure con le armi. Pensa alla situazione che viviamo in Italia, con una crisi economica disastrosa, dove è difficile mettere su famiglia, dove far nascere e crescere dei figli è un’impresa, e dove le unioni gay sono ancora mal viste. L’amore ha davvero bisogno di essere protetto.

Nel disco c’è una canzone sull’amore di un padre per un figlio, mentre cercano di arrivare in Italia su un barcone che sta affondando. Il padre, però, lo rassicura, gli dice che tutto andrà bene. La donna sul molo parla invece di una donna che si è trasformata in una statua di sale, su un molo di Cagliari. Le è successo a furia di aspettare il suo amore perduto, andato per mare a pescare e morto durante una tempesta. Io sono così, ho il gusto del drammatico. Mi piacciono le emozioni forti ma cantate in maniera morbida.

Hai nominato Cagliari: quanto è presente nella tua musica?

Tantissimo. Sono cagliaritano e orgoglioso di esserlo, mi piace moltissimo la mia città. Mi dispiace un po’ che si stia imborghesendo troppo. Vedo un po’ di superficialità e di apparenza in giro, ma Cagliari è meravigliosa. È un gioiello.





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