In mezzo a faccioni sorridenti, asini dalle orecchie a punta e girasoli con gli occhi spalancati Bob Marongiu è nel suo habitat naturale, la galleria personale (a Cagliari, in via Alghero) che si è costruito a misura propria e delle propria arte, «per esporre solo quello che mi va veramente, senza badare agli umori del gallerista o a quelli del grande pubblico». I suoi quadri risentono delle influenze di Picasso, Matisse e Miró, dell’espressionismo, dei Fauves e della Pop Art, di Mondrian, Modigliani e Renoir, ma anche dell’ispirazione di Haring, Mordillo, Jacovitti e Cavandoli, di Pollock, Koons, Murakami, Rizzi e Veneziano. Nei paesaggi colorati, nell’ottimismo, nella giocosità e nell’ironia del «Neo Happy Pop» (come Bob ama definire la propria arte), l’ispirazione dei grandi artisti si mescola ai cartoni animati dell’infanzia: i Barbapapà, Vicky il Vichingo, le serie di Hanna-Barbera e dei Looney Tunes.

Quando ci incontriamo, è una mattina di inizio novembre. Tra sei giorni Bob compirà cinquant’anni e nello stesso giorno sposerà Jennifer, la compagna da cui ha avuto tre figli. Per lui non parlare del matrimonio è impossibile: «sarà una festa, una performance artistica all’ennesima potenza. Il mio testimone sarà Benito Urgu e ci saranno molti artisti. L’organizzazione – racconta – mi sta richiedendo molto impegno. Anzi, a dirla tutta, la situazione mi è quasi sfuggita di mano». A partire dal numero degli invitati: durante la nostra chiacchierata, invita al matrimonio anche due clienti passate in galleria a ritirare un quadro, svelando che non sono le prime a cui è successo.

C’è una ragione particolare per cui le date del tuo cinquantesimo compleanno e del matrimonio coincidono?

Io e Jennifer avevamo voglia di fare una grande festa insieme a tutti i nostri amici e parenti per celebrare i miei cinquant’anni. E soprattutto avevamo voglia di dedicarla ai nostri bambini.

Le opere di Bob rappresentano istanti di sana e folle gioia, esprimono il «coraggio dell’allegria» (secondo le parole della critica d’arte Alessandra Menesini). Le tonalità dei suoi quadri sono quelle della terra dove ha scelto di vivere. «Mischio i miei colori al cielo della Sardegna, che io considero il posto più bello del mondo», commenta. «Per questo ho deciso di rimanere qui, come gesto d’amore per questa terra».

Bob nasce da genitori sardi a Saint Maurice in Svizzera il 13 novembre 1966, e qui ha vissuto sino all’età di dieci anni («ricordo che siamo partiti per Bonarcado [un paese dell’alto oristanese, ndr] subito dopo il mio esame di scuola elementare. I miei mi aspettavano con la macchina carica. Ho avuto appena il tempo di salutare i miei amici a Bex, il paese dove vivevamo»). Alla Svizzera l’arte di Bob deve simmetrie e geometrie, «perché gli svizzeri sono precisi. Mi piace pensare, però, che anche il verde dei prati che dipingo venga da questa terra».

Che ricordi hai della tua infanzia?

Mi ricordo di essere stato un bambino molto coccolato dai miei genitori e dalle mie zie. Inoltre mi piaceva cantare e disegnare.

 

Fenicotteri Fluo, 2013

 

Quando hai cominciato a fare arte?

Forse sono nato con visioni “artistiche” di un mondo tranquillo e sereno come ero io da bambino. Vedevo invece che spesso gli adulti litigavano senza mai giungere a soluzioni. Per fare da paciere, ho persino pensato che da grande avrei fatto l’avvocato. Poi sono arrivato alla pittura quasi per caso, dopo essermi diplomato in lingue, aver studiato recitazione, scritto poesie e cantato canzoni. Era il momento di Pieraccioni, Jovanotti e Fiorello, artisti con cui sentivo di avere una certa affinità, che giravano film e cantavano canzoni riuscendo a catturare il cuore della gente senza essere convenzionali. Io stesso, all’inizio, ho gestito il mio lavoro d’artista in maniera originale. E sono certo che se mi trovassi a fare qualsiasi altro mestiere (incluso, per esempio, vendere case), lo farei con lo stesso spirito che metto nella mia arte.

Qual è questo spirito?

Crescendo ho perso parte della schiettezza di quando ero bambino, sino a che non è ricomparsa nell’arte. Credo che oggi viviamo in una specie di lavatrice, dove siamo bombardati da tante informazioni e distratti dal sistema. Anche se l’artista per sua natura è libero. Nei miei quadri ridico quello che pensavo da bambino con il coraggio di esprimere i colori e la gioia. Do voce al bambino che è dentro di me e ricordo a tutti il bambino che è dentro di loro, quello che si lamenta quando ha fame, che non resiste alla tentazione di gettarsi in mare o di buttarsi su un prato verde senza freni inibitori.

A questo proposito mi è dispiaciuto molto quando un amico mi ha riportato un mio quadro chiedendomi di cancellare lo scarabocchio di una bambina, perché sono convinto che quello fosse il suo modo di comunicare. A casa, per esempio, io ho diversi quadri scarabocchiati da Iris [una delle bambine di Bob, ndr]. All’inizio me la sono presa, ma poi ho capito che non li aveva “rovinati”. Anzi per me ora quei quadri hanno un valore aggiunto: non li venderò mai, me li tengo a casa e me li godo.

Un’ultima curiosità: all’anagrafe ti chiami Roberto, in arte Bob. Da dove viene questo nome?

Da un momento in cui vivevo a Firenze e stavo con una ragazza americana. Vennero a trovarci i suoi cugini e io mi presentai come “Robert”. Loro iniziarono a chiamarmi Bob. Lasciato da parte il fatto che allora molti cani si chiamavano Bob e che esisteva pure una barzelletta che non ti consiglio su questo nome, ho cominciato a utilizzarlo per firmare i miei quadri. Sino a quel momento mi ero firmato prima Ro e poi Rob, ma era come se a quella firma mancasse qualcosa. Bob suonava bene ed è abbastanza pop come lo stile della mia arte.

Da allora il mio nome è Bob, James Bob.

 

Il Re dorme, 2016





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