Massimiliano Medda. L’arte del far ridere

La sua comicità è leggerezza, è caricatura, è Sardegna. Massimiliano Medda è uno dei comici sardi più famosi e apprezzati. “Sono un signore di 54 anni, nato a Cagliari”, così si presenta, ma la sua carriera racconta molto di più. Il suo gruppo comico, Lapola, è unito da 32 anni. La loro missione? Strappare un sorriso. Dal teatro alla televisione, dal cinema alle piazze di tutta la Sardegna: Massimiliano e i suoi non si sono fatti mancare nulla, esibendosi davanti a svariati spettatori e portando in scena personaggi diventati iconici.

Ciao Massimiliano. Partiamo dalle origini. Come hai scoperto la tua vena comica? Già da bambino sapevi come far sorridere le persone?
Ero come tutti i bambini. L’ho scoperto dopo. Da ragazzo mi sono appassionato alla comicità e, come spesso succede, mi sono ritrovato catapultato casualmente sul palco. Avevo messo in piedi delle gag per una manifestazione parrocchiale. Lì ho ricevuto l’emozione del primo applauso e ho capito di essere capace di far ridere. Mi è piaciuto stare in scena e ho continuato.

Come è nata Lapola?
Lapola è nata così: un gruppo di amici di quartiere che si ritrovano, una stessa passione e la voglia di creare qualcosa che andasse bene per il nostro modo di parlare. Abbiamo iniziato subito a scrivere degli sketch e la parlata cagliaritana è stata il nostro primo tratto distintivo. Il nome Lapola deriva dall’antica denominazione del luogo in cui siamo cresciuti, il quartiere Marina di Cagliari, e ci era stato suggerito da mio padre. Ci ha portato fortuna e l’abbiamo tenuto.

Raccontaci uno dei vostri primissimi spettacoli.
Uno dei nostri primi lavori teatrali è stato una simpatica rivisitazione delle fiabe. Mentre leggeva Cappuccetto rosso, il narratore finiva per voltare pagina a causa di un improvviso starnuto e continuava la lettura di un’altra fiaba e poi di un’altra ancora, passando dalla Bella addormentata a Pinocchio e così via. I vari personaggi si mescolavano, “incasinandosi” tra loro e generando una marea di equivoci.

A proposito di personaggi, tu e il tuo gruppo ne portate in scena parecchi. A quale ti senti più legato e perché?
Forse il personaggio che mi piace di più è Sant’Andrea Frius. Si tratta di un santo che ha un grande difetto: non sa fare miracoli! Nonostante ciò le persone continuano a chiedergli prodigi, portandolo a liquidare tutti quanti in modo scontroso e sgarbato, ovviamente con i classici modi alla cagliaritana. A distanza di oltre 30 anni continuiamo a proporre questo personaggio nelle piazze e il calore del pubblico è sempre lo stesso.

Cosa raccontate durante i vostri spettacoli? Si nasconde qualche messaggio impegnato al di sotto della vostra ironia?
Lo scopo, più che il messaggio, è far ridere le persone, trasmettere leggerezza regalando sorrisi. È anche vero che in qualche gag i politici sardi sono entrati nel mirino: abbiamo portato in scena le caricature di Soru e di Cappellacci per esempio. Però i messaggi li lasciamo ad altri. Più che altro è importante ricordare che se si fa comicità non si deve offendere. Ci stanno le battute sopra le righe… ma con gli insulti non è più comicità, diventa un’altra cosa.

Qual è quindi la tua idea di comicità?
L’obiettivo è far ridere. A volte ci si riesce con battute molto belle, altre volte con battute meno belle ma efficaci… insomma, l’importante è portare a casa il risultato: la risata.

Nei personaggi che porti in scena quanto c’è dell’uomo Massimiliano Medda?
Sicuramente c’è la mia vena comica, anche se col tempo ho finito per separare l’uomo Massimiliano dal cabarettista. Nella vita di tutti i giorni qualcosa è cambiato, altrimenti sarei dovuto essere perennemente un comico. Ho separato vita e spettacolo (ma non troppo). Faccio un po’ meno battute nel quotidiano e le riservo allo show.

Televisione, teatro e cinema. Il tuo percorso artistico è stato decisamente completo. Cosa ti ha dato più soddisfazione?
Il teatro è stato l’origine della mia carriera. Dare vita a uno spettacolo teatrale è un lavoro molto complesso, ma che ti dà un’immensa gratificazione. È una grande emozione avere un pubblico che paga per vederti. Il teatro è immediato, coinvolgente e adrenalinico. Forse rispetto al cinema e alla tv ci rappresenta meglio. Anche la televisione dà comunque delle grandi soddisfazioni: è appagante sapere di aver realizzato una trasmissione che piace, che la gente segue con entusiasmo.

Come vivi il rapporto con il pubblico?
Ogni serata è diversa, è bella nella sua diversità. In 32 anni di carriera abbiamo girato tutta la Sardegna con i nostri spettacoli e ogni pubblico e ogni atmosfera, da Olbia ad Alghero fino ai più piccoli paesi dell’entroterra, ci ha accolto regalandoci emozioni. È stato bello vedere, dopo i primissimi spettacoli al di fuori del quartiere Marina, che la gente ci riconosceva e ci apprezzava in tutta l’isola. Le nostre gag, inizialmente marcate dalla stretta parlata cagliaritana, sono diventate in poco tempo più inclusive. Al dialetto cagliaritano si è sostituito un linguaggio più italianizzato, capace di raggiungere il pubblico di tutta la Sardegna.

A che progetti ti stai dedicando in questo periodo?
Continuo a portare in scena personaggi vecchi e nuovi nelle piazze di tutta la Sardegna insieme alla compagnia. Ogni spettacolo che proporremo per tutta l’estate sarà un viaggio nei nostri 32 anni di attività.

C’è qualcosa che non hai fatto e che ti piacerebbe fare?
Mi piacerebbe fare un film comico. Magari anche con gli attori de Lapola, ma senza i nostri personaggi. Una commedia con una storia. Mi sarebbe piaciuto anche scrivere un libro, per poi rendermi conto che moltissime persone lo scriverebbero meglio. Quindi lo lascio fare a loro!

Questa intervista non può certo finire senza un aneddoto divertente.
Una volta, prima di uno spettacolo in un paese, siamo stati accolti da un vigile in alta uniforme che ci chiese se avessimo delle esigenze particolari e se ci servisse qualcosa per organizzare l’evento. Effettivamente volevamo che venissero spente le luci e che ci fosse lasciata una stanza a disposizione come camerino. Arrivata l’ora dello spettacolo constatammo che le luci erano ancora accese e che la porta della stanza che avevamo richiesto fosse chiusa a chiave. Ci rivolgemmo allora al comitato. “Ma scusate a chi l’avete chiesto?” ci domandarono con sorpresa. “A un vigile che stava lì…” “Ma quale vigile! Cussu fiara su scimpru ‘e sa bidda!”. Quest’uomo andava in giro con paletta e fischietto e con una divisa, che a quanto pare gli era stata regalata di recente. Per noi era proprio un vigile, non avevamo avuto alcun dubbio!

Quindi anche lui aveva un certo talento come attore…
Devo dire che era molto più bravo di noi… Ci ha convinto subito!

Concludiamo così. Dicci solo qual è il ricordo più bello di tutta la tua carriera.
Quello che accadrà domani. Siamo ancora in pista, è tutto da costruire.