Siamo fatti per mettere alla prova i limiti, per conoscerli, inquadrarli e superarli, per essere curiosi, per osservare e imparare da noi stessi, da ciò che ci circonda, dalla natura, un atto di coraggio costante, di crescita, da sempre obiettivo della nostra specie, per portare a perfezionarci, per diventare migliori.

Un sardo ha messo a frutto tutto questo, in continua competizione con se stesso, ma soprattutto, con uno degli ambienti più difficili e pericolosi che esistano: la montagna, annoverando nella propria carriera imprese straordinarie. Angelo Lobina è un climber nuorese (classe 1962) da oltre trent’anni appassionato di alpinismo, un uomo cresciuto scalando le prime falesie sarde, ma il cui senso di avventura lo ha spinto ben presto ad abbandonare l’isola in cerca di cime e ambienti diversi dal brullo panorama sardo, giungendo a domare, vent’anni fa, le prime cime del Monte Bianco e del Monte Rosa.

Eppure tutto questo non è bastato a contenere la sua sete di esplorazione, la sua richiesta di sfide sempre nuove, e così, anni di allenamento e arrampicate in tutta la penisola lo preparano al temerario progetto Sardegna7Summit che lo segnerà come “il primo sardo a scalare le sette vette più alte del mondo”. Un’impresa di certo al limite dell’umano (sono ben pochi ad aver terminato l’odissea alpinistica), ma che Angelo ha affrontato con determinazione, solcando in cinque anni di habitat estremi tra neve, ghiaccio e rocce taglienti, giganti come il Kilimanjaro (Tanzania, 5.895 metri), l’Aconcagua (Argentina, 6.962 metri), il monte Denali (Alaska, 6.195 metri), e molti altri, terminando la sua gloriosa fatica conquistando i due titani più indomabili. Il monte Everest, il famoso culmine himalayano, con i suoi 8.848 metri porta lo sportivo a divenire il primo ad aver issato i quattro mori sul tetto del mondo, mentre il proibitivo Monte Vinson, scoscesa cima ghiacciata di 4.897 metri situata a pochi chilometri dal Polo Sud, ad una temperatura di svariati gradi sotto lo 0, definiscono il nuorese come il nono italiano ad aver domato la meta antartica.

Un uomo le cui gesta sono già leggenda tra gli alpinisti e non, a cui abbiamo rivolto qualche domanda:

Ciao Angelo, grazie per averci concesso qualche minuto, innanzitutto, come nasce la passione per l’alpinismo in un territorio, come quello della nostra Isola, così lontano da questa cultura sportiva?
Quando avevo circa 7 anni insieme ad altri due coetanei passavamo i bei pomeriggi di primavera andando al Monte Ortobene, da soli… senza dir niente ai genitori, per provare a salire su un rocciaio noto come Punta Fumosa. Ci sembrava altissimo ed insuperabile (in realtà non più di 5/6 metri) ma ad ogni occasione possibile percorrevamo circa 1 ora di sentiero impervio per provare a scalare questa parete. Si, è vero, in Sardegna non vi è questa cultura per cui queste passioni restarono silenti per lunghissimo tempo, ma quando finalmente iniziai ad arrampicare su roccia seriamente avevo quasi 30 anni ed è un amore che continua ancora oggi a 57 anni.

Qual è stata l’impresa più soddisfacente?
Quella del Nord America, in Alaska, alla volta del Denali. È una cima ambita da ogni alpinista e non facile. Si viene lasciati da un piccolo aereo nel bel mezzo del nulla, sul ghiacciaio, a 300 km dal villaggio più vicino. Da quel momento in poi si è soli, si deve essere autosufficienti per almeno 20/25 giorni il che impone avere circa 70 kg di carico a testa tra cibo e attrezzatura, da portare con sé trainando una slitta con oltre 4.000 metri che ti separano dalla cima. Io e un amico abbiamo organizzato tutto da soli ed abbiamo portato a termine la spedizione con successo nel 2016. Quell’anno ha avuto successo il 46% dei climber.

E quella più rischiosa?             
Quella in cui ho corso i maggiori rischi è stata sicuramente la prima delle mie spedizioni extraeuropee, l’Aconcagua in Sud America. L’inesperienza e la scarsa conoscenza dei problemi legati all’alta quota hanno esposto me ed il mio compagno di scalata a grossi rischi che solo per una buona dose di fortuna non hanno causato danni. Dopo aver lavorato per giorni per portare le attrezzature in alto e montare i vari campi, abbiamo passato due notti tribolate nella nostra tendina a 6.000 metri sotto la tormenta. L’indomani siamo riusciti con gran fatica a raggiungere la cima ma con l’esperienza di oggi vedo gli errori commessi in quell’occasione. È stato solo grazie ad una grandissima motivazione e determinazione che abbiamo avuto successo.

Veniamo alla domanda principale, come ha fatto un sardo a raggiungere l’Everest?
Ho inseguito un sogno rimasto a lungo chiuso in un cassetto. Ad un certo momento della mia vita ho capito che dovevo provare a realizzarlo. Mi sono allenato con grandi sacrifici, senza aiuti, non ho un team alle spalle che fa le cose per me, non avevo neanche un preparatore atletico… ho fatto tutto da solo e in un crescendo di difficoltà mi sono cimentato in varie spedizioni che mi hanno permesso di affrontare il colosso dell’Himalaya con buone chance di successo. Il resto è stata fortuna. Ciò che possiamo sognare possiamo anche realizzarlo ma per fare questo dobbiamo essere molto determinati ed evitare di ascoltare le immancabili voci di quelli che cercano di distoglierti dai tuoi progetti.