“I soli grandi uomini della Sardegna sono state donne”
(Giuseppe Dessì)

 

Delicate figure schive dalle lunghe vesti composte, prima figlie, poi mogli e madri. Nate per essere Penelope, intente a tessere le loro tele d’artista, aspettando un uomo che non tornerà dopo 10 anni di Odissea nel mare, ma a fine giornata, dopo il lungo lavoro in campagna. Questa la grande descrizione della donna sarda fatta dallo scrittore Giuseppe Dessì, scomparso negli anni ‘70. In occasione della Festa della mamma, che quest’anno cade il 13 maggio, non si può non rendere onore alla mamma sarda, diventata nel tempo una figura quasi mitologica: un grande esempio della forza femminile attraverso i secoli. Sono donne, donne dure, forti e risolute, le mamme sarde.

L’autore inglese David Herbert Lawrence, quando ancora le donne in Italia non avevano diritto di voto, osservò sull’isola un’armonia tra i sessi non sancita da una legge scritta, ma comunque in vigore. Ciò che Lawrence non colse fu, tuttavia, ciò che stava nascosto sotto ad un velo di dignità profonda: non una leale parità di genere, ma un moderno e pacato matriarcato vigeva e vige segretamente nella famiglia tradizionale sarda.

Il matriarcato ha attraversato la storia dell’uomo sull’isola, nel Neolitico era celato sotto la figura rotonda della dea madre, nell’età fenicio-punica sotto il culto della dea Tanit e nel periodo romano nella predilezione per la dea Cerere. Un segreto che è stato tramandato fino ai giorni nostri, incarnatosi nei lineamenti della padrona di casa, che è davvero regina della sua vita e delle sue arti, che è mamma in tutto ciò che fa: l’accoglienza perfetta, l’ordine rigoroso dei suoi oggetti, i dolci golosi della tradizione, reinterpretati con creatività in ricette sempre nuove.

Le donne sarde sono valorose guerriere sul campo dell’arte: dalla mamma della letteratura da Nobel Grazia Deledda, alla mamma dei fili incantati Maria Lai, fino alle grandi e piccole artiste che nell’ombra raccontano storie, intrecciando cestini e intessendo tappeti. Fierezza. Ecco la parola chiave che ricorre per descrivere le grandi signore di Sardegna, madri di arti antiche, di figli propri o altrui, ma anche moderne rappresentanti di un’eredità che non può che essere impressa nel sangue.

Una dignità maestosa permea la più famosa scultura di Francesco Ciusa. Non a caso si tratta di una mamma, “La madre dell’ucciso”. Esposta alla Biennale di Venezia nel 1907, l’opera del grande ebanista nuorese ha contribuito a diffondere il mito della forza della donna sarda. La scultura è estremamente realistica. La donna stringe le ginocchia al petto, socchiude gli occhi in un silenzioso dolore. Indossa il velo di lutto, le rughe profonde raccontano una vita vissuta intensamente. L’intento di Ciusa era quello di rappresentare l’orgoglio nella disperazione, l’estremo contegno all’aleggiare della morte del proprio frutto. Uno stralcio di vita comune, ciò che molte madri dovettero affrontare in Sardegna nei primi del Novecento. Infatti, le faide tra bande di banditi rivali erano solite portarsi via i figli e lasciare le mamme a guardare in faccia il dolore, raccolte in un signorile e rigoroso silenzio parlante.

Una storia che non è lontana da quella della nuorese Tzia Grazia Pusceddu, morta a 70 anni nel 1905 e che – secondo alcune interpretazioni – potrebbe aver ispirato la scultura di Ciusa. La donna perse suo figlio Mauro –detto il Muredda – nelle campagne di Nuoro, in seguito all’agguato di due banditi orgolesi. Si racconta che la donna, dopo un urlo disperato alla notizia della morte del figlio, si accovacciò accanto al cadavere e rimase a vegliarlo senza proferire parola.

Ogni anno, in piena primavera, si celebra l’amore delle madri per le proprie creature. È un amore di smisurata estensione, che i figli ricambiano durante la festa della mamma con biglietti, fiori e cioccolatini. I bambini della Sardegna saranno fortunati, perché potranno scrivere un originale messaggio di auguri: “Onore alla mamma sarda!”. Ma, in fondo, quale mamma che ama i suoi figli non merita stima e rispetto? Un augurio speciale a tutte le mamme del mondo.

 

La madre dell’ucciso (Francesco Ciusa)