“Narratore acuto e raffinato, nel suo caleidoscopico romanzo di viaggio”. È con queste parole che lo scrittore cagliaritano Nicola Lecca – classe 1976 – è stato premiato con il Premio Letterario Elsa Morante per il romanzo “I colori dopo il bianco” (Mondadori). L’ultima opera in una carriera intensa – i suoi libri sono tradotti in 15 paesi –, nella quale il viaggio è sempre stato un elemento imprescindibile. Lecca si definisce uno “scrittore nomade”: ha girato a lungo, tra Barcellona, Venezia, Londra, Vienna, e da allora non si è più fermato.

 

Partiamo dall’inizio. Come si è avvicinato alla scrittura?
Un’attrazione naturale, magnetica. Indispensabile.

A 33 anni aveva già visto 200 città. Che cosa l’ha spinta a viaggiare tanto?
Secondo il filosofo Martin Heidegger “Vivere è incontrarsi col mondo”. Anche io, come lui, sono convinto che provare curiosità verso gli altri sia un segno di grandezza, oltre che di umiltà. Perfino Erodoto e Sant’Agostino hanno sostenuto nei loro scritti che il viaggio è parte integrante dell’esperienza e della conoscenza. Chi non mostra curiosità verso il prossimo – verso l’altro da sé – finisce per chiudersi in una forma di disinteressato narcisismo che rischia di limitare le infinite possibilità dell’esistenza. Ma attenzione: viaggiare non significa necessariamente prendere un treno o un aereo. Leopardi è riuscito a farlo benissimo comodamente seduto nella sua biblioteca di Recanati.

Quanto è importante per lei viaggiare, dal punto di vista creativo?
Ho ambientato i miei romanzi a Innsbruck, Marsiglia, Reykjavìk, Londra e Parigi. Tutte città in cui ho abitato a lungo e che mi hanno offerto variopinti spunti per incorniciare in maniera sempre nuova il frutto della mia creatività.

E “I colori dopo il bianco” come è nato?
Su un foglietto di carta chiesto a un cameriere di un caffè veneziano il 22 giugno del 2014. Il cameriere si chiamava Emanuele e il foglietto era senza righe né quadretti.

La protagonista del romanzo è Silke, una ragazza che scopre l’amore, l’amicizia, e finalmente la vita. Possiamo definirlo un romanzo di formazione?
Così piace definirlo a chi ama inquadrare le cose in un casellario.

Sin dalla prime pagine emerge una grande vitalità e speranza. Un bel messaggio considerata l’epoca in cui viviamo, governata da cinismo e pessimismo, soprattutto tra i giovani…
Come ha scritto lo psicoterapeuta Enrico Maria Secci nel suo blog: “I colori dopo il bianco” è un racconto salvifico, un libro al cui valore letterario si aggiunge la cura della psiche e dell’anima.

Parliamo del Premio Letterario Elsa Morante. Si aspettava questo riconoscimento?
Nel 1999 sono stato il più giovane finalista nella storia del Premio Strega e a 24 anni ho ricevuto il premio Hemingway per la letteratura. Eppure, ricevere nell’Auditorium della Rai di Napoli il premio Elsa Morante insieme a Renzo Arbore e Mogol è stata una delle più grandi emozioni che abbia mai provato.

La Sardegna è la sua terra d’origine, eppure nei suoi libri non compare molto. Perché?
Come ha detto il mio maestro Mario Rigoni Stern, c’è molta Sardegna nei miei libri ma è nascosta tra le righe: bisogna saperla trovare. Peraltro sono una persona profondamente originale. È talmente prevedibile che un autore sardo parli di Sardegna…

Vi torna spesso?
Ogni anno trascorro parecchi mesi a Cagliari. È una città che amo molto, soprattutto per le sue grandi porzioni di mare e di cielo. E per la sua luce, che è magica. Amo molto anche Bosa, Neoneli e Alghero.

Tra le tante città visitate, se dovesse sceglierne una?
Chiedermi questo equivale a chiedere a un bambino “Vuoi più bene a mamma o a babbo”. Amo molto Genova, Marsiglia, Visby, Stoccolma, Istanbul e San Pietroburgo. Tutte città di mare, come la mia Cagliari.

Cosa direbbe a un giovane che volesse affacciarsi al mondo della scrittura?
Fare un esercizio di realtà e rendersi conto che scrivere un buon libro richiede anni di lavoro e di sacrificio. Un po’ come fare l’atleta olimpico. Non ci si improvvisa: servono talento e allenamento costante.