Un’isola dalla storia millenaria, florida e misteriosa, densa di forti tradizioni e abitata da un popolo antico, orgoglioso, forte e testardo, un territorio composto da gente saldamente ancorata alla propria inestimabile cultura, così diversa dalle altre da risultare unica. No, non stiamo parlando della Sardegna, ma di un rifugio per sognatori al largo del Pacifico chiamato Giappone; la strabiliante somiglianza tra questi due paesi tanto distanti, quanto vicini nell’anima e nello spirito ha dato vita ad una serie di sublimi opere a fumetti che rapiscono il lettore e lo trascinano in un incredibile viaggio all’interno del sapere. Igort firma così il suo secondo volume di “Quaderni giapponesi” (Oblomov Edizioni), un saggio a fumetti che illustra con eccezionale capacità estetica e immensa passione quella remota realtà imbrigliandone l’essenza e riportandola fedelmente su carta.

 

 

 

Classe 1958, Igor Tuveri, conosciuto con il nome d’arte di “Igort” è un eclettico artista cagliaritano (scrittore, illustratore, designer, musicista) e importante riferimento culturale per tutta l’Isola: nel 1994 espone le proprie opere alla biennale di Venezia, e, grazie a numerose collaborazioni in importanti riviste come “Linus”, “Frigidaire”, e “Métal Hurlant” e pubblicazioni quali “5 è numero perfetto” (vincitore del premio “Libro dell’anno” a Francoforte) occupa ben presto un posto d’onore nell’olimpo del settore fumettistico italiano. La vera forza di Igort, però, risiede nella sua natura errante, l’artista sardo, infatti, ha toccato, sostandovi a lungo, non solo le principali capitali europee, ma anche, e soprattutto, lontane terre d’Oriente (è stato il primo occidentale ad essere accettato tra i mangaka nipponici) e paesi dell’ex Unione Sovietica, innamorandosene perdutamente, come dimostra in “Pagine nomadi” e “Quaderni russi”.

Nella sua ultima opera il maestro si dimostra ancora una volta un artista poliedrico: cita, impara ed omaggia alla perfezione lo stile pittorico nipponico non solo nel tratto, ma anche nei colori (l’utilizzo dell’acquerello in primo piano), adattandosi attentamente ora ai più celebri dipinti di Hokusai, ora ai manga moderni, intervallando una storia non propriamente dichiarata, a tratti ermetica, composta anche di affrettati bozzetti, come un esploratore che annota sul proprio diario di viaggio tutto ciò che i suoi occhi riescono a notare, alternando elaborate illustrazioni a doppia pagina a piccoli tratteggi.

 

 

Il vagabondo protagonista di questo documentario letterario che mescola in 140 tavole gli stilemi della graphic novel con quelli del graphic journalism è l’autore stesso, che in prima persona descrive la propria esplorazione nel Sol Levante, ricercando, al contrario del primo volume, non tanto le memorie di un paese, quanto la tecnica, l’abilità e i canoni che ne contraddistinguono l’arte del disegno, perdendosi volutamente attraverso la sua storia, lasciando comunque spazio all’indagine della civiltà, della natura e della società giapponese. Ecco quindi gli incontri con i vecchi amici fumettisti, fotografi, illustratori e con gli strambi personaggi che “infestano” gli appartamenti del capoluogo (gli “hikkikomori”, ossia i reclusi tecnologici figli della pressante società orientale), viaggiando nel passato e nel futuro attraverso avveniristici treni magnetici in coloratissimi paesaggi. Lo sguardo di Igort si posa, quindi, sulle sconfinate foreste di sakura, ossia i celebri alberi di ciliegio da millenni simbolo rosa della nazione e sui candidi gassho-zukuri, ovvero gli antichi villaggi feudali attraversati dal vento “shika”, smarriti tra i cinque picchi di Gokayama, talmente immersi nella neve, e assorti nel silenzio da risultare quasi invisibili, residenza dei famosi onsen, bagni termali con acqua superiore ai 40 gradi centigradi spesso protagonisti di tante scene in manga e cartoni animati.

Nell’opera vi è comunque anche spazio per la scoperta della filosofia, delle leggende e della letteratura asiatica, Tuveri non manca quindi di ricordare la sua prima fonte di ispirazione: il maestro Matsuo Bashō, ossia “il poeta che tentava disperatamente di fermare il tempo con la sua penna” e il vincitore del premio Nobel per la letteratura “Kawabata l’immortale”, prima vera porta del fumettista verso l’altra parte del mondo.