Non ci sono limiti alla ricerca del significato della propria vita.
Simona Atzori è l’esempio del fatto che qualunque sia la condizione di partenza, tutti abbiamo le risorse necessarie per creare le circostanze idonee al raggiungimento di un equilibrio interiore, attraverso l’espressione della nostra personalità.

43 anni, è nata a Milano da genitori di origine sarda con una forma di focomelia che la caratterizza per la mancanza delle braccia: una mancanza che a vederla muoversi e creare quasi scompare alla vista.

Pittrice e danzatrice fin da bambina, fa parte dell’Associazione internazionale dei pittori che dipingono con la bocca o con il piede ed è laureata in Visual Arts presso l’università canadese “University of Western Ontario”.

Scrittrice dal 2011, con l’uscita di “Cosa ti manca per essere felice?”, in seguito alla perdita della mamma Tonina, avvenuta nel 2013, Simona scrive il suo secondo libro intitolato “Dopo di te”, una dedica nei confronti della donna più importante della sua vita e uno sfogo da figlia per una perdita che non immaginava così vicina.

Nel 2010 nasce la sua compagnia di danza, la Simonarte Dance Company, che al momento ha all’attivo il tour di “Una stanza viola”, l’ultimo spettacolo che vede la partecipazione dei ballerini Marco Messina e Salvatore Perdichizzi del Teatro alla Scala di Milano.

Con un sorriso così rassicurante e un bagaglio di vita di indubbio successo personale, non poteva che divenire anche motivatrice per grandi e piccini.

Simona è alla continua scoperta di sé e la condivisione del suo messaggio di positività è un processo inarrestabile che trova sbocco in una miriade di forme espressive capaci di raggiungere chiunque per donare qualcosa di bello.

 

Foto Grace Caruso

 

In riferimento al libro “Dopo di te”, hai affermato che tua mamma ti ha insegnato ad usare tutte le tue possibilità. Quanto incide l’approccio della famiglia nella crescita di un disabile?
L’approccio della famiglia è importante indipendentemente dalla forma fisica perché è l’unione tra figli e genitori a donare il vero input che con il tempo si deve trasformare in una scelta consapevole della persona.
La mia famiglia ha avuto un ruolo fondamentale, ma in particolare la mia mamma ha desiderato fin da subito che io trovassi il senso della mia vita e insinuare delle passioni nella mia anima è stato sicuramente l’approccio giusto.

Cosa vedeva la Simona bambina nel suo futuro?
La Simona bambina forse vedeva nel futuro ciò che sta vivendo ora. Vedeva l’arte e la voglia di godere della vita. Era una bambina molto allegra e con una visione molto positiva della vita e delle sue capacità.

Parliamo di pittura: qual è stato il primo soggetto che hai rappresentato e qual è lo stato d’animo che guida i tuoi pennelli?
Avevo quattro anni quando feci la prima mostra nell’oratorio del mio paese e all’età di otto sono entrata a far parte dell’Associazione internazionale dei pittori che dipingono con la bocca o con il piede.
Il mio primo soggetto fu la figura umana, che disegnavo al contrario e poi giravo il foglio. Lo stato d’animo che mi accompagna quando dipingo è sempre diverso, ma spesso creo quando sono più malinconica, mi aiuta ad entrare in connessione più profonda con me stessa.

“Una stanza viola” è il tuo ultimo spettacolo, basato sul tema della resilienza. La resilienza può essere la chiave per la serenità? Cosa pensi di trasmettere quando danzi?
La resilienza è uno strumento sconosciuto dentro di noi che si manifesta nei momenti difficili. È sicuramente la chiave per affrontare le avversità e se noi lo scegliamo anche per donarci serenità.
Non so cosa trasmetto al pubblico, mi auguro di donare emozioni più o meno forti e a volte anche contraddittorie, ma spero che qualcosa arrivi, perché dono me stessa.

 

Foto Gabriele Rigon

 

Parlando di incontri motivazionali, tra tutte le domande che ti sono state rivolte, ce n’è qualcuna che ti è rimasta impressa?
Le domande sono le più disparate, soprattutto quelle dei più giovani. Mi chiedono di tutto, da come faccio le cose a domande molto intime. Un ragazzo in una scuola mi ha chiesto come facevo ad abbracciare e l’ho invitato sul palco a provare: è stato un abbraccio bellissimo, anzi, un “aggambo”, come lo chiamo io.

Pensi di avere una “missione”, di essere qui per un particolare motivo?
Con il tempo e le esperienze sto arrivando alla consapevolezza che la mia vita sia una missione e ne sto scoprendo il vero senso. Ma non è così solo per me, lo è per tutti. Io sto capendo che sono nata per mostrare alle persone che anche le cose più impossibili possono trasformarsi in possibili e l’arte è il mio tramite.

Ti capita mai di stare male per uno sguardo?
Gli sguardi delle persone fanno parte della mia vita da sempre, anche se da quando ero bambina sono cambiati molto. Un po’ perché fortunatamente qualcosa cambia nella società e un po’ perché la gente ora mi guarda molto più spesso per quello che so fare piuttosto che per ciò che mi manca. La mia percezione è diversa, sono molto più forte e ho acquisito gli strumenti per fare in modo che non mi feriscano troppo.

Cosa diresti ad una persona che sente di non vivere a pieno la propria vita?
Dico spesso alle persone di andare a cercare nella parte più profonda di loro per trovare il loro senso. Il sorriso aiuta molto: un po’ è parte di me e un po’ lo cerco ogni mattina quando mi sveglio; può essere il primo passo perché quando si modificano l’atteggiamento e la visione, anche le cose iniziano a cambiare.

Ho aperto l’intervista citando il tuo secondo libro e la chiudo usando il titolo del primo per farti un’ultima domanda: ti manca qualcosa per essere felice?
Non potrei mai rispondere che mi manca qualcosa. Ho imparato che la felicità non è la meta ma il vero e proprio viaggio, e io mi sento in viaggio verso e dentro la felicità. Tutto ciò che mi serve è dentro di me e con ciò che ho vado alla scoperta di ciò che sento di avere bisogno.

 

Spettacolo al teatro Regio di Parma. Foto di Paolo Genovesi