L’arte in Sardegna è poliedrica e diversificata. Tutta questa abbondanza creativa traspare anche nella fabbricazione dei coltelli (sas resorzas o sas leppas), in cui gli artigiani esprimono il forte attaccamento alla propria cultura agropastorale e un’abilità manuale tramandata da generazioni.

È assolutamente sbagliato pensare al coltello sardo solo come a un’arma: era soprattutto un complice e un compagno da portare sempre con sé nelle lunghe giornate passate col gregge fra i monti, per mangiare, per intagliare sughero e legno e da brandire in caso di minaccia.

L’origine del coltello sardo risale addirittura al Neolitico, quando si iniziarono a produrre i primi utensili da taglio in selce e in osso. Successivamente, questi modelli rudimentali iniziarono la loro trasformazione: le lame divennero di ossidiana e il manico probabilmente in legno.

Con l’inizio della civiltà nuragica vi fu un notevolissimo sviluppo dei manufatti in metallo, anche grazie alle materie prime che il suolo produceva: con il rame e lo stagno si otteneva il bronzo con cui gli artigiani nuragici producevano stiletti, spilloni, lance e coltelli che venivano addirittura esportati nel Mediterraneo.

Questa incredibile dote artigiana è emersa anche da alcuni scavi: in molti villaggi nuragici, infatti, sono emersi strumenti che fanno pensare a delle vere e proprie fonderie specializzate del passato.

Il primo coltello sardo ben definito risale però al 1700. Secondo alcuni documenti dell’epoca, i pastori sardi portavano due tipi di coltelli nella cintura come accessori giornalieri: sa daga(una piccola spada) e saleppa de chintu(spada simile alla sciabola).

Alla fine del XIX secolo, l’arte dei coltellinai aveva già raggiunto un livello economico esponenziale, soprattutto in alcuni paesi sardi, ma, per prevenire fatti delittuosi che spesso si verificavano durante litigi e faide, la produzione delle lame entrò in profonda crisi.

Già dalla prima metà del 1900, il fabbro ricopriva un ruolo sociale fondamentale nelle piccole comunità sarde, visto che tutti si recavano presso la sua bottega per le riparazioni di utensili agricoli e coltelli. La sua officina si trovava quasi sempre al centro del paese ed era un ricettacolo di arnesi affascinanti e misteriosi, che nessuno sapeva utilizzare, se non il fabbro stesso e il garzone a cui lui insegnava il mestiere.

Strumenti indispensabili erano la fucina o forgia (furredda o forredda), una sorta di focolare a carbone dove i metalli venivano scaldati fino all’incandescenza prima di essere modellati; il mantice (fodde de fraile o macciu) che serviva a ravvivare il fuoco grazie al soffio d’aria che produceva; l’incudine (incòdina) e il martello (marteddu) utili per la forgiatura, le levigatrici, le mole e le frese che servivano per rifinire le lame o praticare tagli e incisioni e, infine, con la lucidatrice, la lama e il manico assumevano un luccichio brillante.

La maggior parte dei mastri coltellinai produceva personalmente il carbone vegetale che occorreva per alimentare la fiamma della fucina, perché una fiamma che generava impurità a causa di un combustibile non idoneo poteva compromettere la qualità della lama: il carbone ottenuto da erica e corbezzolo pare fosse quello migliore grazie alla produzione del carbonio, che determinava la durezza dell’acciaio.

Ci sono vari tipi di coltelli e, soprattutto da qualche anno, il coltello sardo per antonomasia è quello a serramanico. La grandezza della lama generalmente è di un palmo in modo da poter essere trasportato in tasca senza fastidi e i materiali più scelti sono l’acciaio inossidabile, l’acciaio C70 (che ha bisogno di manutenzione per non ossidare) oppure l’acciaio damascato, estremamente resistente e anche decorativo.

Il manico può essere di due tipologie: monolito, ossia realizzato in un unico pezzo, o animato, cioè diviso in due parti e assemblato con i ribattini, cioè piccoli chiodi. I materiali per eccellenza sono il corno di muflone o di montone stagionati almeno due anni. Tra la lama e il manico c’è il collarino, che, oltre a conferire robustezza alla giunzione tra i due elementi, ha anche una funzione decorativa.

Ma vediamo nel dettaglio alcuni tipi di coltelli.

Pattadesa con manico in corno di montone sardo striato (Knife Sardinia)

Sa pattadesa (Pattada) è considerato il coltello sardo per eccellenza. Nato nei primi del 1900, ha due importanti innovazioni: la prima riguarda la forgiatura della lama che ricorda la forma di una foglia di mirto (a foll’e murta), più stretta rispetto ai modelli del passato. La seconda innovazione riguarda invece l’inserimento di un’anima metallica all’interno del manico (che prima era un pezzo unico in corno), al fine di renderlo più resistente.

Arburesa con lama larga in acciaio damascato e manico monoblocco in corno di montone sardo striato (Knife Sardinia)

S’Arburesa (Arbus) ha conservato la sua forgia antica con la lama a forma di foglia d’alloro e il manico in corno di capra o montone a monoblocco.

Sa Guspinesa (Guspini) la cui variante più nota è utilizzata per uccidere gli animali e ha per questo una scanalatura sulla lama che favorisce la fuoriuscita del sangue.

Guspinesa con manico monoblocco in corno di montone (Non solo coltelli)

Sa Lussurgesa (Santu Lussurgiu) è famosa per l’armonia cromatica, per la luminosità e la cura dei particolari, oltre che l’attenzione per la tradizione.

In tutto il territorio esistono numerosissime altre varianti, testimonianze concrete dell’estro creativo e della manualità geniale di un popolo che, anche nella produzione di semplici utensili da lavoro, non rinuncia alla perfezione e all’unicità.

E ancora oggi non esiste una sola grigliata tra amici o un solo semplice pranzo in famiglia in cui un sardo non mostri orgogliosamente il proprio unico e splendido coltello.