I capolavori dell’espressionismo tedesco in mostra al Man di Nuoro sino al 5 febbraio.

Ha inaugurato il 21 ottobre l’esposizione dedicata dal MAN di Nuoro all’espressionismo tedesco, una delle principali avanguardie artistiche di inizio Novecento. La mostra, a cura di Tayfun Belgin e Lorenzo Giusti, accoglie oltre cento opere provenienti dalla collezione dell’Osthaus Museum di Hagen, occupando tre piani dell’edificio. Un’opportunità unica per godersi da vicino i capolavori all’origine di una delle maggiori rivoluzioni del linguaggio artistico, quando la rappresentazione oggettiva della realtà iniziò a essere avvertita come strumento inappropriato per esprimere i cambiamenti che scuotevano il secolo appena nato e i loro riflessi sulla coscienza individuale. Gli espressionisti mirarono infatti a trasmettere allo spettatore il proprio punto di vista, proponendo un’immagine del reale permeata – e a volte minata – dalla soggettività dell’artista.

Non a caso alla collettiva è stato dato il titolo “Soggettivo–Primordiale”, ponendo l’accento anche sul recupero, attuato da coloro che si riconobbero nella corrente, della carica espressiva e della semplificazione formale caratteristiche dell’arte primitiva. Contesto naturale e città divennero termini antitetici attraverso i quali si sviluppò la riflessione espressionista: lo status paradossale del centro urbano, luogo principe dell’alienazione dell’individuo ma anche palcoscenico su cui sfilava l’ipocrisia borghese, veniva assorbito e rielaborato in maniera critica, a volte apertamente polemica, dai giovani artisti tedeschi. Nella serie di incisioni di Max Beckmann Viaggio a Berlino, risalenti al 1922, la città, all’indomani della guerra, è luogo di claustrofobico smarrimento e abiezione morale, cornice che stritola da tutti i lati personaggi dalle fattezze grottesche e caricaturali.

 

Alexej von Jawlensky, Testa di ragazza con turbante rosso e spilla gialla (Principessa barbarica), 1912 ca. Olio su faesite

 

Su un’altra parete è possibile ammirare il grande dipinto Gruppo di artisti, di Ernst Ludwig Kirchner, fondatore assieme a Fritz Bleyl, Erich Heckel e Karl Shmidt-Rottluff, del gruppo Die Brücke (Il ponte), avanguardia nata a Dresda nel 1905. Influenzati dal primitivismo, animati da una forte tensione emotiva e cromatica, i lavori di questi artisti rivelano un doloroso disagio esistenziale, una denuncia del proprio contesto sociale e dello Stato, percepito come militarista e violento. All’avanzamento tecnologico che aveva traghettato il mondo occidentale nel ventesimo secolo non corrispondeva un adeguato progresso politico e umano: il conseguente clima di disillusione trasformò profondamente il processo figurativo. Il gruppo di artisti nel quadro di Kirchner è ritratto in pose innaturali, disarmoniche, i lineamenti spigolosi e troppo marcati ricordano le maschere africane. Nei dipinti di Emil Nolde e di Max Pechstein, che si unirono a Die Brücke poco dopo la sua nascita, accade qualcosa di simile: nell’inquietante Punzecchiatura di Emil Nolde il volto umano diviene pura caricatura, parodia grottesca e per nulla rassicurante.

Anche Der Blaue Ritter (Il cavaliere azzurro) è adeguatamente rappresentato all’interno della collettiva, con opere dei suoi principali rappresentanti. Il gruppo, il secondo dei due nuclei fondamentali del movimento espressionista in Germania, nacque a Monaco nel 1911 e annoverò fra le sue file Vasilij Kandinskij, Franz Marc, Paul Klee, August Macke, Alexej von Jawlensky. A quest’ultimo si deve l’immagine scelta per il manifesto dell’esposizione, la Testa di ragazza con turbante rosso e spilla gialla, dipinto che ben si presta a rappresentare la poetica “a tinte forti” dell’espressionismo. La formazione di questo gruppo segna una svolta decisiva: se accentuazione cromatica, tratto deciso e attenzione per l’arte popolare collegano Il Cavaliere Azzurro alle altre correnti espressioniste europee, esso inaugura invece il passaggio dalla rappresentazione della realtà, per quanto sconvolta dall’esperienza percettiva di chi guarda, a un atteggiamento elusivo che prescinde dalla raffigurazione stessa, scegliendo di mettere in mostra l’interiorità dell’artista: sono i primordi dell’arte astratta.

Il primo piano è interamente dedicato all’incisione e, in particolare, alla tecnica xilografica, a cui gli espressionisti tedeschi riconobbero una capacità di sintesi espressiva superiore rispetto a quella di altre tecniche, come è testimoniato dall’intensità drammatica di opere quali Detenuto dal corpo scarno di Christian Rohlfs o Ronda serale a cavallo del già citato Kirchner.

L’esposizione resterà aperta al pubblico sino al 5 febbraio: inutile aggiungere che si tratta di un’occasione irripetibile per confrontarsi con quei capolavori del ‘900 verso i quali la storia dell’arte contemporanea ha contratto un inestinguibile debito.

 

Ernst Ludwig Kirchner, Conversazione tra artisti, 1913, olio su tela