Trovarsi davanti ai lavori di Renato Fancellu è un po’ come tornare con la mente agli anni della scuola materna, quando sulle pareti facevano bella mostra di sé personaggi ed elementi di mondi mitologici, di fiabe e di una natura sempre presente, a fare da sfondo con le sue forme incantate e incontaminate. Sono temi cari anche all’artista, che abbiamo incontrato nella sua casa fuori città, ma guai a chiamarlo così!

«Il termine “artista” oggi è usato a sproposito», ci spiega. «A mio avviso, prima di diventare tale, il vero artista deve crearsi una grandissima base culturale». È per questo che preferisce, più umilmente, definirsi come pittore o artigiano del pennello. Eppure, quella base culturale di cui parla, a Renato Fancellu non manca di certo. Comincia giovanissimo a “entrare nel giro”, grazie al talent scouting di Liliana Cano, che lo scopre e lo presenta nel 1973, a soli vent’anni, all’Accademia Sironi. Seguono le prime mostre e un’attività che cresce con gli anni, aprendogli le porte di città come Parigi, Berlino, Dublino e, in anni più recenti, una via a oriente verso il Paese del Sol Levante, il magico Giappone.

«Ho avuto la fortuna di vivere un momento generazionale nel quale l’arte, anche e soprattutto nella mia città e dintorni, era molto sentita. C’erano gallerie un po’ dappertutto e tantissimi appassionati. C’era, di conseguenza, anche un certo mercato che invogliava all’apertura e all’allestimento, nonché all’organizzazione. Oggi noto, con un certo dispiacere, che gli interessi si sono spostati, le persone pensano ad altro. Purtroppo, anche da alcune istituzioni l’arte è considerata meno di niente perché si ritiene che non porti frutti».

La tentazione di chiedere quali siano, secondo lui, i motivi di una tale disaffezione è troppo forte per resistere. «Credo che uno dei fattori sia la caccia al danaro in primis, e poi l’edonismo, un uso scorretto di certi mezzi di informazione e, molto importante, la poca attenzione e i mancati investimenti in materia di istruzione. Il risultato è una superficialità diffusa. Molti giovani, oggi, sono convinti di essere “artisti” (torniamo all’uso improprio di questa parola) solo perché hanno conseguito un qualche titolo rilasciato da una qualche scuola. Ma ciò che dovrebbero aver imparato, negli anni di formazione, è intanto un mestiere. Se poi l’artista c’è, viene fuori. Manca, quindi, quel lavoro di semina e di raccolta che porta a conquistare le tappe un passo per volta e, nel mondo dell’arte, a crearsi una propria quotazione».

Quotazione ma, in prima battuta, stile pittorico e tecnica personale che diventano il biglietto da visita dell’artista. Pardon, dell’autore. E quando questi elementi prendono forma il proprio lavoro comincia a essere riconosciuto e apprezzato, in giro per il mondo come nelle vie che si allungano sotto casa. «Quando ho fatto la mostra in via Capo d’Oro, a Sassari, la battuta ricorrente tra gli amici era: “dalla Francia a via Capo d’Oro”. L’aspetto più importante di una mostra sono le persone che la visitano, che ti danno emozioni. Ricordo ancora quella che ho fatto sui pulcini: le persone la visitavano e poi tornavano tre, quattro volte e si prendevano gli appunti, copiavano le frasi… sono questi gli aspetti gratificanti. Il posto conta relativamente.»

Per semplicità di stile e temi trattati, anche le scuole hanno coinvolto Renato Fancellu in attività didattiche per i più piccoli. «Qualche anno fa sono stato invitato da una maestra delle scuole elementari di Sorso, Luisa Spano. Portava avanti un lavoro, con i bambini di terza, che si ispirava ai quadri di diversi artisti, tra i quali figuravo anche io. Realizzavano collage, imitavano i miei paesaggi, i castelli, le balene. Mi hanno bersagliato di domande. E, tempo dopo, si è ripetuto con una scuola di Norimberga.»

Ma in quale modo Renato Fancellu si rilassa ed evade dai suoi mondi incantati? «Leggo molti thriller e noir», ci confessa. «Anzi, consiglio a tutti i romanzi di Francisco González Ledesma, ambientati a Barcellona. Sono noir antropologici meravigliosi».