“È in arrivo una tempesta” – dice Frank – “una tempesta che inghiottirà i bambini. E io li salverò dal regno della sofferenza. Li riporterò sani e salvi sulla porta di casa, e respingerò i mostri giù sottoterra. Li confinerò dove nessuno possa vederli, eccetto me. Perché io sono Donnie Darko”.

Lato oscuro, a-linearità del tempo, caducità della vita e dell’amore, un coniglio inquietante alto uno e ottanta. Elementi che chiaramente richiamano alla memoria Donnie Darko, film del 2001 di Richard Kelly diventato un vero e proprio titolo di culto, venuti alla luce invece durante l’incontro con Max Mazzoli, pittore toscano classe 1953, stanziale a Sassari da ormai quasi trent’anni.

Non ho avuto modo di chiedergli se conoscesse il film: protagonista di una vita piuttosto varia, in continuo mutamento, Max è un ottimo conversatore dal carisma alienante che attira l’interlocutore dentro una bolla d’attimi instabili.

Non disperi chi non avrà la fortuna di passarci un pomeriggio a sorseggiare del vino: lo stesso rapimento arriva assaporandone l’opera. Per lo più olio su tela, è di certo prematuro cercare di identificarne le fasi, ma saltano all’occhio alcuni stilemi preferiti di cui possiamo parlare.

Innanzitutto bellissimi gli iperrealismi alla Hopper. Se Edward dipingeva il silenzio, Max dinamizza e rinnova il quadro materializzando l’urlo/colonna sonora di una realtà straniante, corrotta; sottofondo lontano udibile solo a chi sa ascoltare: il vibrante fermo immagine di un momento anonimo produce un sibilo grattato di bobina che non gira, incespica, si ferma e rode la pellicola. Le sue auto e i suoi neon sono allora solo un magnete, un supporto materico solo apparentemente immobile a cui si ancora l’eco di un ronzio sempiterno.

Uno degli elementi fondanti della sua espressione è lo studio della linea del tempo: “Immobilità o lo scorrere più o meno veloce del tempo mi hanno sempre affascinato, a volte vorrei far entrare in una sola opera la dinamicità di tutta una storia o addirittura di tutta una vita” dice, e dai suoi quadri sembra che ci riesca (studiomaxmazzoli.net o Instagram @maxneromazzoli per avere un assaggio o informazioni sui laboratori). Questa fascinazione può aver dato i natali alla serie di tele massmedialiottenute trasponendo frame cinematografici, esibite al Palazzo Ducale di Sassari nella mostra Filmofrenico – Iconografia filmica e immaginaria, 2016, a cura di Stefano Resmini, che ha messo insieme più di quindici anni di produzione. Interessanti i tributi a S. Kubrick, a Ombre Rosse, a Blade Runner. La fonte video non si esaurisce però col cinema d’autore: non ci si stupisca se ogni tanto fan capolino dei tributi a luci rosse. Ma la scelta del pittore cade sul nudo straordinario, ed è così che per onorare la pornografia sceglie la chiave del cyber sex (godimento steampunk è la parola chiave) ove il corpo è supporto di un godimento virtuale, è strumento che utilizza altri strumenti per raggiungere il fine ultimo dell’astrazione del Sé.

Max Mazzoli non viene ispirato solo da idee. Egli stesso definisce i pittori come concreti, materici, legati all’immanenza. Per raccontare la vita sceglie allora il nudo di donne vere: seni pieni che fanno venire fame incoronati da melegrane mature che sanguinano dolcezza. E se per l’altro suo ispiratore, Caravaggio, il binomio eros/thanatos era estremamente palesato, per Max la corruzione della perfezione si dispiega piuttosto col tuffo nell’abisso, o meglio, con l’abisso che di prepotenza viene letteralmente a bussarci alla porta (vedi Agenzia nuovi mondi, se anche a te questo va stretto, affrettati, biglietti in esaurimento, 50×50, Anno Indefinibilmente Parallelo; quadro che dà titolo all’ultima personale inaugurata nell’estate 2018 allo Spazio Mostre Libreria Dessì di Sassari, ove un grande coniglio nero ringhia minaccioso dietro un vetro).

Attualmente Max ci sta regalando sprazzi di una dark pop art, dove più ingredienti vengono rimestati nel pentolone della grande Strega Nera. La ricetta prende così forma: inquadrature da fumetto (argomento caro a Mazzoli: nei primi Novanta arricchì le pagine del nostro giornale con le avventure di UltraVov, una sorta di SuperCiuk di Bunker, e di Dante, un alieno verde, basso e tozzo infelicemente bloccato a Sassari); prendete un po’ di inquadrature da fumetto, dicevo, e date profondità con qualche accesso noir. Aggiungete una punta di J. Bauer e di incubi nord europei, due fiale di luce ed ombra e una stecca di Imminente Fine del Mondo – non necessariamente IL mondo, ma UN mondo, magari quello interiore: “L’arte è stato il filo conduttore di tutta la mia vita, attraverso morti e rinascite, credo di essere alla mia settima vita, probabilmente l’ultima” – e miscelate energicamente il tutto, incorporando man mano dei colori Fluo UV Reagents. La bomba è assicurata. Se poi avete la fortuna di assistere a una delle sue performance di live painting (per le date tenete d’occhio la pagina Facebook @studiomaxmazzoli) siate consci che per l’artista significano gioia, divertimento, libertà, assoluta felicità: “una performance di live painting potrei assimilarla ad un orgasmo”. E come l’orgasmo arriva alla fine di una eccitata escalation, la sua pittura è rivelazione dopo un lungo indagare. Nei suoi quadri scova lo sconosciuto acquattato dietro la porta, e al contempo dipinge il rumore che ci costringerà ad andare fuori a controllare cosa si cela nel buio. Meglio portare con sé una torcia.